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A un passo dalla guerra

29est2libano

Il 18 gen­naio, quando gli eli­cot­teri israe­liani sgan­cia­rono mis­sili con­tro un con­vo­glio di auto­mezzi nella Siria meri­dio­nale, non lon­tano da Qunei­tra, ucci­dendo 12 per­sone tra le quali sei alti uffi­ciali del movi­men­tio sciita liba­nese Hez­bol­lah e un impor­tante gene­rale ira­niano dei Pasda­ran, un gior­na­li­sta israe­liano molto noto, Yossi Mel­man, spe­cia­liz­zato in intel­li­gence, sol­levò forti dubbi sull’opportunità di quell’attacco. «Hez­bol­lah si ven­di­cherà», avvertì Mel­man. Ieri è giunta quella ven­detta, pro­prio lungo il con­fine tra Libano e Israele, smen­tendo i tanti, incluso chi scrive, che ten­de­vano ad esclu­dere una rap­pre­sa­glia in tempi stretti e sulla fron­tiera. Intorno alle 11.30 ora locale, ieri i guer­ri­glieri sciiti, all’altezza delle Fat­to­rie di Sheba, vicino al vil­lag­gio di Gha­jar, hanno spa­rato razzi anti­carro cen­trando un vei­colo pieno di mili­tari israe­liani: due i morti e sette i feriti. La riven­di­ca­zione è giunta poco dopo dalla “Bri­gata Mar­tiri di Qunei­tra”, nata pro­prio per met­tere in atto la ven­detta di Hez­bol­lah. Qual­che ora prima l’aviazione israe­liana aveva di nuovo col­pito in Siria una posta­zione di arti­glie­ria dell’esercito gover­na­tivo, in ritor­sione per i due razzi che mar­tedì erano caduti nel Golan siriano sotto occu­pa­zione israeliana.

Imme­diata la rea­zione di Israele che ha mar­tel­lato con l’artiglieria il Libano del sud, col­pendo però anche le truppe di inter­po­si­zione dell’Onu e ucci­dendo un mili­tare spa­gnolo del con­tin­gente Uni­fil (attual­mente a guida ita­liana). Il mini­stro degli esteri Lie­ber­man ha fatto le con­do­glianze alla Spa­gna ma Madrid esige un’inchiesta «imme­diata, esau­stiva e com­pleta» affi­data all’Onu sulla morte del casco blu, Soria Toledo, 34 anni. «Non ci tre­merà la voce nell’esigere che ogni respon­sa­bi­lità venga inda­gata», ha avver­tito il mini­stro José Manuel Garcia.

La ven­detta di Hez­bo­lah scat­terà altrove, si diceva e scri­veva fino a qual­che giorno fa, per non dare a Israele un motivo per inne­scare una nuova offen­siva deva­stante con­tro il Libano, come quella dell’estate del 2006. Pesava anche la con­si­de­ra­zione dell’impegno di migliaia di uomini del movi­mento sciita in Siria, dove com­bat­tono dalla parte dell’esercito gover­na­tivo con­tro i jiha­di­sti dello Stato Isla­mico e del Fronte al Nusra (al Qaeda). E invece i lea­der del movi­mento sciita, dopo i aerei israe­liani subiti negli ultimi anni senza rea­gire, ha voluto sfi­dare aper­ta­mente Israele, inviando un mes­sag­gio molto chiaro: la guerra non ci spa­venta e farà molto male anche a Israele. Ieri, men­tre a Bei­rut migliaia di soste­ni­tori della resi­stenza sciita festeg­gia­vano con fuo­chi d’artificio, scan­dendo slo­gan a soste­gno del lea­der di Hez­bol­lah, Has­san Nasral­lah, il pre­mier israe­liano Neta­nyahu era riu­nito con il mini­stro della difesa Moshe Yaa­lon, il capo di stato mag­giore Benny Gantz e il capo del ser­vi­zio di sicu­rezza Yoram Cohen allo scopo di deci­dere se inne­scare o evi­tare un con­flitto che potrebbe coin­vol­gere anche la Siria e l’Iran. Le dichia­ra­zioni di Neta­nyahu non lascia­vano ieri molto spa­zio alle inter­pre­ta­zioni. «I respon­sa­bili dell’attacco paghe­ranno un prezzo ele­vato. Da tempo l’Iran cerca, con l’aiuto degli Hez­bol­lah, di creare sul Golan un fronte ter­ro­ri­stico con­tro di noi. Il governo liba­nese e il regime di Bashar Assad hanno pure respon­sa­bi­lità per le con­se­guenze degli attac­chi che par­tono dal loro ter­ri­to­rio con­tro di noi», ha ammo­nito Neta­nyahu che in pre­ce­denza aveva detto «a quanti cer­cano di sfi­darci al con­fine nord sug­ge­ri­sco di guar­dare a Gaza». Un rife­ri­mento evi­dente alle immense distru­zioni e agli oltre 2 mila pale­sti­nesi uccisi dall’offensiva “Mar­gine Pro­tet­tivo” della scorsa estate. Da parte loro i liba­nesi ricor­dano ancora i bom­bar­da­menti isrea­liani che quasi nove anni fa tra­sfor­ma­rono in un ammasso di mace­rie large por­zioni di Hart Harek e Bir al Abed, i quar­tieri meri­dio­nali di Bei­rut popo­lati da sciiti e roc­ca­forte di Hez­bol­lah, e non pochi vil­laggi del sud del Paese. Ora però gli arse­nali del movi­mento sciita inclu­dono, a nove anni di distanza, mis­sili e razzi più potenti e con una git­tata che può coprire l’intero ter­ri­to­rio israe­liano. Sce­gliere la guerra per Neta­nyahu vor­rebbe dire met­tere in peri­colo non cen­ti­naia di migliaia di abi­tanti della Gali­lea come nel 2006 ma milioni di israe­liani, tutta la popo­la­zione. E il primo mini­stro, impe­gnato nella cam­pa­gna elet­to­rale, sa che que­sto potrebbe travolgerlo.

Allo stesso tempo, pro­prio per­chè è in cam­pa­gna elet­to­rale, Neta­nyahu forse deci­derà di sca­te­nare la nuova guerra con­tro il Libano per sot­trarsi a un’accusa di debo­lezza che potreb­bero lan­ciar­gli con­tro i suoi rivali dall’estrema destra e dal cen­tro. Il super­falco Lie­ber­man, che spinse con forza lo scorso luglio per attac­care Gaza, ha esor­tato ieri Israele a rispon­dere all’agguato sulla fron­tiera «con forza e in maniera spro­por­zio­nata, pro­prio come fareb­bero — a suo avviso — la Cina o gli Usa in cir­co­stanze simili». Da parte sua il lea­der labu­ri­sta Isaac Her­zog, sfi­dante prin­ci­pale di Neta­nyahu nel voto del pros­simo marzo, ha affer­mato che «Nella lotta al ter­ro­ri­smo non ci sono com­pro­messi, non c’è coa­li­zione ne’ oppo­si­zione». Ieri sera si atten­deva la rea­zione anche di Barack Obama, tran­si­tato per il Golfo qual­che ora prima per ren­dere omag­gio a re Abdal­lah dell’Arabia sau­dita morto la scorsa set­ti­mana. Il pre­si­dente Usa darà il via libera alla cam­pa­gna mili­tare israe­liana con­tro il Libano come fece lo scorso luglio per quella con­tro Gaza?

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