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La persona che serve (e che manca) alla sinistra italiana
La questione del leader. Con alcune eccezioni colpisce l’assenza da noi di una riflessione su una delle caratteristiche più visibili di questo processo di ristrutturazione della sinistra di alternativa, e cioè il ruolo di forza trainante assunto dalle varie leadership.

L’attuale clima inter­na­zio­nale pare par­ti­co­lar­mente pro­pi­zio alla ripresa di vigore, anche in Ita­lia, di una sini­stra di alter­na­tiva cre­di­bile e poten­zial­mente ege­mo­nica. Vicende a noi assai pros­sime, come quelle gre­che e spa­gnole, spin­gono in que­sta dire­zione. Al con­tempo, i modelli offerti dalla rina­scita socia­li­sta e popu­li­sta dell’America Latina comin­ciano a essere guar­dati con sem­pre meno sno­bi­smo e sem­pre più atten­zione anche in realtà come la nostra. Come se, in paral­lelo col degra­dare del Paese nel suo com­plesso a peri­fe­ria nelle gerar­chie del sistema-mondo attuale, la sini­stra ita­liana avver­tisse la neces­sità di un bagno di umiltà, di comin­ciare ad «abbe­ve­rarsi» a realtà in altre epo­che osser­vate con sprez­zante distacco. Ci si accorge, tra l’altro, che a sua volta la nuova ondata della sini­stra inter­na­zio­nale si avvale a piene mani della lezione del pen­siero cri­tico ita­liano, e in par­ti­co­lare di Anto­nio Gram­sci.
Con alcune ecce­zioni (buon ultimo Luciano Gal­lino, La Repub­blica, 16 dicem­bre), col­pi­sce tut­ta­via l’assenza da noi di una rifles­sione su una delle carat­te­ri­sti­che più visi­bili di que­sto pro­cesso di ristrut­tu­ra­zione della sini­stra di alter­na­tiva, e cioè il ruolo di forza trai­nante assunto dalle varie lea­der­ship. La ragione di que­sta rimo­zione ha le pro­prie radici nella sta­gione ber­lu­sco­niana appena con­clu­sasi: indi­vi­duando, giu­sta­mente, nel ber­lu­sco­ni­smo la nega­zione di tutti i prin­cipi e di tutte le prassi poli­ti­che ideal­mente appan­nag­gio della sini­stra, il per­so­na­li­smo, che del ber­lu­sco­ni­smo è stato strut­tura por­tante, è rifug­gito come ele­mento intrin­se­ca­mente nega­tivo. Ma, se l’espulsione del per­so­na­li­smo dall’arena poli­tica costi­tui­rebbe una ope­ra­zione in sé salu­tare, si corre il rischio di con­fon­dere per­so­na­li­smo e neces­sità di una lea­der­ship forte.

Un errore che il movi­mento ope­raio ita­liano si è sem­pre guar­dato bene dal com­piere. È stata piut­to­sto la Demo­cra­zia cri­stiana, nel corso della prima repub­blica, a scon­tare un forte defi­cit di guida cari­sma­tica. Paolo Bonomi, forse l’unico vero lea­der «popu­li­sta» della sto­ria Dc, è sem­pre stato guar­dato, nel suo par­tito, con (grata) dif­fi­denza. Non a caso il gruppo diri­gente doro­teo è stato dipinto da Piero Cra­veri un «con­do­mi­nio»; ed è stato facile iro­niz­zare sui Pic­coli, Storti e Mal­fatti che que­sto con­do­mi­nio si tro­va­rono ad ammi­ni­strare.
Lo stesso non può dirsi per i par­titi della sini­stra. Togliatti e Ber­lin­guer, Morandi e Nenni eser­ci­ta­rono una lea­der­ship cari­sma­tica sul movi­mento ope­raio, la cui forza con­tri­bui­sce, anche se solo in parte, a spie­gare quella delle orga­niz­za­zioni col­let­tive che si tro­va­rono a gui­dare. I fune­rali dei due lea­der comu­ni­sti, lungi dal rap­pre­sen­tare un epi­so­dio di stru­men­ta­liz­za­zione a fini di con­senso, rap­pre­sen­tano ancor oggi un momento insu­pe­rato di autoi­den­ti­fi­ca­zione col­let­tiva, come «popolo», di milioni di persone.

Biso­gna d’altro canto rico­no­scere che negli ultimi anni si è assi­stito ad un pro­li­fe­rare di «par­titi per­so­nali» subito eclis­sa­tisi assieme al lea­der di turno. Ma si deve fare atten­zione a non con­fon­dere lea­der­ship «media­tica» e lea­der­ship «popu­li­sta». La prima, pro­dotta dall’alto delle agen­zie pub­bli­ci­ta­rie e di son­daggi e senza anco­raggi col paese reale, asse­gna al «popolo» un ruolo del tutto pas­sivo, di frui­tore di un pro­dotto altrove con­fe­zio­nato. Il tele­spet­ta­tore, appunto. La lea­der­ship popu­li­sta, per sor­gere ed affer­marsi, ha biso­gno invece di alcune carat­te­ri­sti­che di natura imma­nente: una forte mobi­li­ta­zione dal basso; un comune sen­tire che si strut­tura attorno al lea­der, e una sua capa­cità di visione e di sin­tesi delle varie istanze popo­lari. Un «popolo» nasce, e si auto-identifica come tale, prima ancora che emerga il lea­der, con fun­zione di cata­liz­za­tore. Il «popolo» comu­ni­sta dei fune­rali di Togliatti, ad esem­pio.
Al di là delle appa­renze, dun­que, l’emergere della lea­der­ship popu­li­sta, a dif­fe­renza di quella media­tica, è sem­pre un pro­cesso col­let­tivo. Non è un caso che, nelle realtà con­tem­po­ra­nee cui si accen­nava all’inizio, l’affermarsi di una nuova lea­der­ship è sem­pre andato di pari passo con lo strut­tu­rarsi di sog­getti col­let­tivi e l’emergere di nuovi gruppi diri­genti. In alcuni casi (PT bra­si­liano, Syriza), sog­getti col­let­tivi pre-esistenti sono stati raf­for­zati; in altri (Pode­mos, Frente para la Vic­to­ria in Argen­tina) movi­mento popo­lare e lea­der­ship sono cre­sciuti in paral­lelo; in altri ancora (Psu Vene­zue­lano) il par­tito è stato creato in seguito alla presa del potere, a cer­ti­fi­care che, senza una rap­pre­sen­tanza sta­bile degli inte­ressi orga­niz­zati, la lotta ege­mo­nica rimane zoppa ed espo­sta a retro­cessi improvvisi.

Non è un caso, tor­nando all’Italia, che la crisi dei sog­getti poli­tici col­let­tivi della sini­stra di alter­na­tiva sia stata accom­pa­gnata, e faci­li­tata, (anche) da un vuoto di lea­der­ship, venu­tosi a creare ormai trent’anni fa con la scom­parsa di Ber­lin­guer. Per que­sto dovrebbe essere chiaro che la ristrut­tu­ra­zione di un sog­getto col­let­tivo forte, e l’individuazione di una lea­der­ship dotata di un’altrettanto forte capa­cità di dire­zione, lungi dall’entrare in con­trad­di­zione, costi­tui­scono com­piti impre­scin­di­bili al fine di pre­sen­tare un’alternativa di sini­stra cre­di­bile e poten­zial­mente ege­mo­nica anche nel nostro Paese.

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