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"Libertà e collettività, una dimensione possibile di fronte al fallimento di capitalismo e borghesia". Intervento di Franco Astengo
Nelle pagine centrali della sezione culturale di Repubblica si affronta oggi 26 Novembre, attraverso un articolo firmato da Gustavo Zagrebelsky, il tema cruciale del “moderno”: quello della libertà fra l’io e il noi.

L’occasione è fornita dall’analisi sviluppata in quella sede attorno al testo “Il diritto della libertà” del filosofo Axel Honnet.

Nel testo, secondo l’interpretazione che ne suggerisce Zagrebelsky, viene respinta la preponderanza dell’aspetto soggettivo nella concezione della libertà: aspetto soggettivo che, alla fine, condurrebbe a una concezione individualistica.

Questo rappresenta un punto di grande interesse rispetto a come il tema viene affrontato nella sfera dell’attualità: attualità così pronta a recepire e ingigantire i moti dell’individuo, del singolo, della sua affermazione in ispecie, ma non soltanto, nel campo della politica.

Non si risolve però, in questo modo, il rapporto tra l’io della libertà e il noi della libertà inteso quale nodo storico del nutrimento reciproco.

Si afferma come l’io e il noi debbono comprendersi in una concezione nella quale la libertà singolare non può esistere se non entro la libertà plurale.

All’individualizzazione non può non corrispondere la socializzazione della libertà.

Come ciò può avvenire nel mondo trasformato dalla tecnologia imperante, che esalta il mito della solitudine anche rispetto alle scelte di fondo nel rapporto con i bisogni, le distinzioni sociali, la valutazione del merito e la sua comprensione in un’equilibrata scala sociale?

In un mondo dominato dall’intensificazione dello sfruttamento e dal predominio del “pensiero unico” dell’accumulazione capitalistica sempre più incompatibile anche con gli stessi meccanismi della democrazia borghese può affermarsi ancora un’idea collettiva della libertà regolata soltanto dal rapporto con una normazione che contenga esclusivamente prescrizioni inclusive o espulsive?

Non basta neppure la “libertà sociale”, che difatti non viene indicata nel testo come alternativa.

Non ci si può fermare, come vorrebbero i teorici della “fine della storia”, allo stadio della libertà negativa: quella dell’assenza di costrizioni esterne. “E’ permesso tutto ciò che non è vietato”.

Neppure vale la correzione arbitraria dei cosiddetti “errori”.

Soprattutto perché una condizione di questo tipo finirebbe oggettivamente con il determinare ilcontrollo occulto, il dominio di una coercizione non percepibile su tutti gli atti compiuti dai singoli che dovrebbero così rientrare nelle “regole non scritte” dell’ossequio al potere.

In discussione è la relazione tra il soggettivismo e la facoltà d’espressione, di iniziativa, di ambito collettivo di intervento economico, culturale, politico.

Nel fallimento delle ideologie (ideali) del ‘900 risiede forse l’impossibilità di distinzione tra libertà positiva e libertà negativa di origine kantiana e i dilemmi che ne sono conseguiti appaiono del tutto irrisolti nella crisi verticale della struttura politica.

Tra la richiesta del singolo di non essere etero diretto e di disporre del potere di “fare qualcosa” appare ancora indispensabile collocare uno strumento di regolazione posto ben oltre il semplice tecnicismo giuridico.

La libertà ha bisogno di aspirazione ideale, di visione del mondo, di consapevolezza circa la condizione materiale.

La libertà ha bisogno di ricerca e di possibilità di essere espressa attraverso il concorso collettivo nella determinazione dei destini.

In una parola la libertà ha bisogno della politica intesa nel duplice aspetto di conflitto e di ordine.

La politica deve tornare a essere “pensabile” attraverso l’interrogativo di fondo, dalla cui risposta si può salire a un ritorno alla libertà: qual è l’origine della collettività e quali i suoi fondamenti di legittimità?

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