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"Sui migranti l'Europa non ha scuse né possibilità: o manda un segnale forte oppure verrà soffocata sotto il peso del suo fallimento"
Il governo italiano ha stabilito che il reato di clandestinità non verrà abolito. In un momento in cui gli italiani hanno bisogno di credere in uno Stato che li protegga da possibili minacce esterne, la sua cancellazione otterrebbe infatti l’effetto opposto: i cittadini si sentirebbero soli e indifesi.
E allora perché non far passare la narrazione di un paese sicuro, al riparo da attentati e terroristi, in cui con una sola legge si puniscono i migranti per il solo fatto di ‘invadere’ il suolo italico, armati di chissà quali intenzioni, dopo aver compiuto viaggi logoranti in fuga da guerre e povertà? Perché non lasciare che lo status di profugo continui ad essere esso stesso reato?
Era questo il modus operandi delle nostre destre, così prodighe nel proteggere i confini del nostro stivale, quando erano al governo. Ma adesso, con l’alibi della sicurezza interna post Parigi, il vecchio motivetto riecheggia anche nel centro sinistra, che a quelle politiche xenofobe all’epoca guardava con sdegno.

La linea del governo Renzi in materia di sicurezza interna fa evidentemente da pendant alle politiche di chiusura in atto in tutta Europa, in questo momento. Con una specificità da sottolineare, che riguarda i paesi che nei prossimi mesi si recheranno alle urne e che concerne quanto le politiche di immigrazione siano funzionali alle vittorie elettorali. È il caso dell’Italia, con le amministrative del 2016. Ed è il caso della Germania, con le legislative del 2017.
Non è un caso infatti che, all’indomani degli attentati di Parigi dello scorso 13 novembre, il presidente del Consiglio Matteo Renzi dichiarasse “l’Italia e gli italiani sono molto più forti della paura” e invitasse alla prudenza quanti invocavano un conflitto armato in Siria. Mentre oggi, a pochi mesi dalle amministrative, quella stessa paura diventa funzionale alla sopravvivenza della classe politica al governo.
Il messaggio di questi giorni è chiaro: dopo le vicende di Parigi, gli italiani temono i potenziali terroristi a bordo dei barconi nel Mediterraneo e quelli che in Italia sono già arrivati svariati anni fa. Proprio per questo, urge fomentare la retorica sulla sicurezza interna, in modo ancora più convincente di prima. Non importa poi che, per farlo, vengano rispolverate inutili e dispendiose pratiche dei passati governi. Non importa se questi governi siano ultraconservatori. E il reato di immigrazione irregolare, voluto dal governo ‘Berlusconi-Maroni’ nel 2009 e oggi invocato da Matteo Renzi, ne è un esempio.
Il presidente del Consiglio ci ha ripensato e ha deciso di rinviare infatti la depenalizzazione del reato- tanto attesa da associazioni in difesa dei diritti civili, ma anche da magistratura e forze dell’ordine-, che avrebbe dovuto essere approvata durante il Consiglio dei Ministri di metà gennaio.

Chi ha introdotto il reato di clandestinità e perché è dannoso per lo Stato
Il reato, voluto nel 2009 dal governo Berlusconi, contenuto nell’art. 10 bis del Testo unico sull’immigrazione, era stato richiesto a gran voce dalle nostre destre per aggirare la normativa sui rimpatri dell’Unione Europea, che invita ad incoraggiare le partenze volontarie rispetto ai rimpatri forzati.
Il provvedimento infatti punisce la condizione di ‘irregolarità’, per quel che concerne l’ingresso e/o la permanenza del migrante in Italia, con un’ammenda pecuniaria che varia dai cinquemila ai diecimila euro. Cifra elevatissima per chiunque, figurarsi per un profugo in fuga da povertà e guerra, che nel frattempo è stato già espulso o ha lasciato di propria iniziativa il nostro paese e che quindi non potrà mai pagare quella cifra.
Il reato di clandestinità quindi si è sempre rivelato fallimentare, nei tempi, nello spreco di soldi pubblici e negli effetti. Per ogni processo infatti, lo Stato mette in piedi una macchina burocratica enorme, che ogni volta si rivela puntualmente inutile: le multe commutate ai migranti irregolari, in fuga e in miseria, non vengono mai pagate. È questa la realtà dei fatti che emerge dalle parole degli stessi addetti ai lavori- dalle forze di polizia agli istituti antiterrorismo, dalla magistratura alle associazioni per i diritti umani- che hanno criticato la scelta del premier.

È dell’8 gennaio scorso infatti la dichiarazione del procuratore capo della Direzione Nazionale antimafia e antiterrorismo Franco Roberti, secondo il quale “il reato di clandestinità non è solo inutile, ma persino dannoso alle indagini”. Se i magistrati continueranno ad interrogare il migrante in questione come imputato del reato di clandestinità e non come testimone, questo potrà sempre avvalersi del diritto di non rispondere. Se invece i migranti saranno sentiti come testimoni o come “persone informate sui fatti”, essi, sotto giuramento, saranno costretti a dire la verità, dando così un aiuto significativo nelle indagini.
Ad unirsi al coro dei detrattori del reato, c’è poi anche il vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura, Giovanni Legnini e persino il capo della Polizia, Gianpaolo Pansa, che ha dichiarato: “così com’è, il reato di clandestinità è da riformare. Questo infatti intasa le Procure”.

Ma nonostante la folta ed ‘eclettica’ curva dei ‘pro-abolizionisti’, Renzi, incalzato da Alfano, che nel lontano 2009 era al ministero della Giustizia, è convinto del contrario: l’abolizione del reato di clandestinità- seppur previsto dal decreto legislativo sulle depenalizzazioni, approvato a novembre- sarà rinviato. “Secondo i magistrati – ha confessato il premier in un’intervista al Tg1 - il reato non serve e intasa i Tribunali, ma è anche vero che c’è una percezione di insicurezza per cui questo percorso di cambiamento delle regole lo faremo tutti insieme senza fretta”.
Il che equivale a dire che i cittadini si sentiranno più al sicuro se sapranno che resterà in vigore il reato di clandestinità e soprattutto, se continueranno a pensare che questo serva a qualcosa. Ma la verità è molto diversa e in politichese, potrebbe essere tradotta con “ se aboliamo il reato, i voti crolleranno”.

Il futuro dell'UE sarà determinato dalle politiche per l'immigrazione
Come in Italia, anche in Germania sono i concetti di paura e di ‘sicurezza percepita’ a muovere le fila del discorso politico degli ultimi mesi. E a rappresentare le basi del dibattito elettorale in vista del voto del prossimo anno.
Se c'è una cosa certa di quanto accaduto a Colonia infatti, è che l'episodio delle aggressioni alle donne nella notte di Capodanno ha messo in discussione la politica d'accoglienza voluta da Angela Merkel. Se al congresso di Karlsruhe del Cdu-Csu la cancelliera era riuscita a far trionfare la propria linea sul tema dell'immigrazione e a confermarsi alla leadership fino al 2017, al termine del vertice del partito che si è tenuto a Magonza il 9 gennaio, la stessa Merkel ha annunciato una stretta sulle espulsioni e l'impegno per l'introduzione di una normativa più severa nei confronti degli stranieri che commettono reati, siano essi rifugiati o richiedenti asilo. La "Dichiarazione di Magonza", come è stato chiamato il documento conclusivo, prevede la negazione del permesso di soggiorno in caso di infrazioni, procedure di espulsione più veloci, pene più severe e controlli più invasivi nei confronti dei sospetti. Dopo mesi in cui la Merkel era riuscita a tenere il punto con l'ala destra del suo partito sul tema dell'accoglienza, nel documento si legge testualmente che "una prosecuzione dell'attuale trend andrebbe oltre le capacità di sopportazione dello stato e della società". Solo un mese fa, a Karlsruhe, Angela Merkel constatava che in Germania erano arrivate quasi un milione di richieste d'asilo e il paese ce l'aveva fatta perché era grande. E avrebbe continuato a farcela.

Ma dietro la facciata umanitaria si nascondeva un disegno preciso: defatigare l'Europa bloccando il flusso di migranti ai confini esterni, con un ruolo in primo piano della Turchia e dare dentro i confini dell'Ue un'immagine di accoglienza e integrazione ineccepibili. Un programma che non convinceva molti dei colleghi di partito, che continuavano a criticare le scelte della cancelliera, non ultima quella di affidarsi alla Turchia. Nel dicembre scorso Angela Merkel ha corso il rischio concreto di essere messa in minoranza, se l'ala critica del Cdu-Csu fosse riuscita a imporre un tetto massimo d'accoglienza per i migranti. Duri attacchi sono da arrivati dall'ala più conservatrice del suo partito, i bavaresi capeggiati dal governatore Horst Seehofer. A fine ottobre Seehofer aveva lanciato un ultimatum alla Merkel, minacciando di chiudere i confini del land con l'Austria se lo Stato centrale non fosse stato in grado di fermare l'ondata di profughi.

Grazie all'inversione di rotta sul tema delle migrazioni, Angela Merkel si è guadagnata la copertina di Time, che l'ha eletta il personaggio del 2015 definendola “cancelliera di un mondo libero” perché con la sua apertura ai profughi siriani avrebbe “aiutato a preservare e promuovere un'Europa aperta e senza confini di fronte all'instabilità”.
La retorica (buonista) dell'invasione
Nel luglio 2015, appena pochi mesi prima, la cancelliera era finita sui giornali di tutta Europa per aver fatto piangere una giovane studentessa palestinese con le parole “non possiamo accogliere tutti”. Alla fine dell'estate la strategia della Merkel in tema d'immigrazione era completamente mutata. Forse perché le carovane verso i confini serbi e croati e i comitati d'accoglienza di cittadini tedeschi alle stazioni hanno destabilizzato la classe politica, che di solito può godere della spontanea resistenza della maggioranza dei cittadini all'accoglienza del nuovo e del diverso.

Il Bild Zeitung, popolarissimo tabloid sulla carta apartitico e indipendente ma molto vicino al Cdu, il 4 settembre scriveva “basta bastone e un esempio per l'umanità!”, allegando l'adesivo Wir Helfen (Noi aiutiamo) all'edizione cartacea del giornale fino ad esaurimento scorte. E sull'edizione online si poteva trovare una galleria di ritratti sorridenti di cittadini tedeschi che avevano portato le scarpe in un campo profughi, regalato giocattoli in disuso, mobili, cibo, donato denaro. Nonché la dichiarazione entusiasta di un'architetta di Brema “i migranti ci sono utili per le loro esperienze nei cantieri edili”. Un cocktail di buonismo e stereotipi. Ma a far davvero riflettere è un'altra iniziativa del giornale, che arriva una settimana più tardi: quella di allegare al quotidiano una sorta di vademecum in arabo per i rifugiati, invitando i lettori a donare la propria copia a un profugo bisognoso. Iniziativa che potrebbe anche raccogliere qualche commento positivo se non la si analizzasse nel contesto. Il Bild Zeitung è il tabloid più letto in Germania con una tiratura giornaliera di 5 milioni di copie. Quindi 5 milioni di vademecum da regalare, come se i profughi fossero, appunto, milioni e fosse possibile incontrarli ovunque sul territorio nazionale. Le notizie dei quotidiani tedeschi di settembre riferiscono invece un grande sforzo della cittadinanza e una fitta presenza di volontari, senza i quali il sistema sarebbe andato al collasso. Non si nega l'ondata eccezionale di arrivi, ma le zone calde sono tutt'al più ai confini o nella capitale Berlino, mentre i problemi sono tutti di natura organizzativa: lungaggini burocratiche e mancanza di posti disponibili nei centri d'accoglienza.

Il dietrofront
Se nel congresso di Karlsruhe è prevalsa la linea della Germania che “ce la fa” di fronte alle domande d'asilo che sfiorano il milione alla fine del 2015, dopo i fatti di Colonia la situazione si è ribaltata. Il vertice di Magonza ha sancito un netto passo indietro della Merkel e introdotto un principio preoccupante: che i cittadini non sono tutti uguali davanti alla legge, perché in caso di reati o infrazioni, i cittadini stranieri vedranno anche messo a rischio il loro stesso diritto di cittadinanza.
Se il Cdu riuscirà a portare queste linee guida in discussione al Bundestag, il fatto avrebbe delle ricadute in tutta Europa. Una condizione di esistenza diventerebbe un aggravante in caso di violazione della legge.
Lo stesso principio che in Italia sottende il reato di clandestinità, che avrebbe dovuto essere abrogato dal governo a metà gennaio, perché giudicato inutile e dispendioso. E che invece resterà in vigore, per prevenire (o fomentare?) le paure dell’opinione pubblica.
Una linea condivisa anche dalla Francia, dove il presidente Hollande, all’indomani degli attentati di Parigi di novembre scorso, ha promesso la revoca della cittadinanza ai francesi con doppia nazionalità, condannati in via definitiva per fatti di terrorismo. Un provvedimento che, se approvato nella seduta congiunta di deputati e senatori francesi di febbraio, entrerà direttamente nella Costituzione, insieme alla possibilità di ricorrere allo stato di emergenza.
Un segnale forte da parte di Hollande, che colpisce praticamente solo coloro che hanno il doppio passaporto: evidentemente membri di gruppi jihadisti, figli di immigrati. Quando dovrebbe essere ormai chiaro che, a macchiarsi di quei terribili delitti, non sono stati giovani francesi di origine straniera, ma francesi a tutti gli effetti.
Ma va ricordato che, quando nel 2011 la Norvegia fu oggetto di attacchi terroristici da parte di Anders Behring Breivik , fanatico cattolico norvegese che fece 77 vittime, non si accennò minimamente alla possibilità di togliergli la nazionalità.

Colonia e il finto ‘scontro di civiltà’
Queste misure, in questo momento, sono sostenute dal discorso pubblico nazionalista e patriarcale dei migranti che violentano “le nostre donne”, dello “scontro di civiltà”, anche se i numeri sull'occupazione femminile, sulle violenze domestiche, sui diritti, dimostrano che la violenza sulle donne è tutt'altro che un problema islamico, ma appannaggio di tutte le società. I volantini con le “regole di base” per il corteggiamento preparata dal Ministero dell'Interno per i richiedenti asilo e i gruppi di “autoaiuto” per soli migranti proveniente dall'Africa e dal Medio Oriente che si stanno svolgendo nei centri per rifugiati norvegesi, danno la misura di quanto stia avvenendo nella direzione di un razzismo buonista o terzomondista istituzionalizzato.
Un sondaggio dell'emittente televisiva tedesca Ardt ha rivelato che il 48% dei cittadini tedeschi avrebbe paura del nuovo afflusso di profughi: un dato che segnala prima di tutto una gran confusione, dato che le indagini hanno dimostrato che la maggior parte degli aggressori di Colonia erano di origine nordafricana, mentre i richiedenti asilo arrivati in Germania nel 2015 provengono in grandissima parte da Siria, Iran e Afghanistan.

Le sfide dell'Europa

Il 2016 si preannuncia un anno difficile, dal punto di vista della politica interna ma anche europea. La destra xenofoba e autoritaria è al potere in Polonia e in Ungheria, è parte del governo in Belgio, Finlandia e Danimarca, raccoglie consensi in Francia e in Italia. E in Germania, oltre al movimento Pegida, formazioni neonaziste sono attive in tutto il paese e hanno provocato dei significativi incidenti all'indomani dei fatti di Colonia. Non solo: nel settembre scorso, la prima reazione di questi gruppuscoli alla linea Merkel è stato l'incendio di un centro per rifugiati. A giorni il parlamento della Danimarca discuterà una proposta di legge per confiscare i beni ai richiedenti asilo, per sostenere – dicono – le spese dell'accoglienza. Schengen continua a funzionare a intermittenza.
Se l'esito del referendum greco in estate aveva fatto vacillare l'Ue con la paventata possibilità di una Grexit, oggi si può affermare che la vera sfida dell'Europa è sulle politiche per l'immigrazione. Se il vecchio Continente ha vacillato di fronte all'austerity con diversi casi di voto antieuropeo e di nascita di formazioni politiche critiche verso l'Eurozona, è la crisi migratoria che sta facendo scricchiolare pericolosamente la tenuta dell'Unione Europea. E che sarà l'atteggiamento della Germania a spostare l'ago della bilancia, è innegabile.

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