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"Ristrutturare il debito, stop alle privatizzazioni e risolvere il dramma della casa. A Roma è possibile". Intervista a Stefano Fassina
Crisi del Pd e avanzata del Movimento 5 Stelle sono le due chiavi della campagna elettorale a Roma. E tuttavia questo non scongiura la disaffezione al voto da parte dell'elettorato. Quale strategia pensa di opporre?
Innanzitutto condivido l’analisi. Come è ormai evidente c’è circa metà dell’elettorato romano che non va a votare. E loro sono, per quanto ci riguarda, i riferimenti principali ai quali proviamo a parlare; perché è quel pezzo di città che soffre maggiormente, quello dove ci sono le maggiori energie positive. E fuori dai circuiti della politica e della rappresentanza istituzionale, producono solidarietà, cultura e beni comuni. Il nostro obiettivo è che trovino nelle nostre proposte un credibile progetto di governo su un’agenda di ricostruzione morale, economica, sociale della città.

Roma ormai è una città che non lascia spazio facilmente a un’idea progettuale, se non a patto di importanti scelte politiche, e non di semplici aggiustamenti. Il primo capitolo che viene in mente è quello del debito, che di fatto ha determinato la fase politica da due anni a questa parte.
Non a caso abbiamo messo il problema del debito capitolino come premessa del programma da proporre alla città. Nel vigente piano di rientro non c’è spazio per gli interventi necessari a una Roma sostenibile e solidale, attenta ai beni comuni. Stiamo analizzando il debito che è stato consolidato nella gestione commissariale, e credo sia necessario un intervento di ristrutturazione. L’obiettivo è per noi la liberazione dei 200 milioni che ogni anno vanno dall’addizionale comunale irpef alla gestione commissariale e fare in modo che possano essere utilizzati per gli investimenti e gli interventi di carattere sociale e per la scuola, che sono sempre più necessari. 

Sbloccata la questione debito, con il piano di ristrutturazione, che oggi soffoca il bilancio capitolino è necessario investire sulla cultura e sulla conoscenza come motori di sviluppo. Edilizia espansiva, e estensiva, le rendite finanziare e immobiliari, ad essa connesse, non possono e non devono continuare ad essere il motore della crescita di Roma. C’è una enorme necessità di riqualificazione e di rigenerazione di tante parti della città, in particolare le periferie, in cui le piccole imprese edilizie possono avere una enorme occasione di lavoro qualificato. Stiamo parlando di sostenibilità energetiche, e di riqualificazione intelligente delle periferie che può far fare anche un salto di qualità tecnologica alle imprese coinvolte.

Insieme a questo c’è il campo enorme di interventi per contrastare le diseguaglianze che in questa fase sono cresciute più che nel resto del paese. Va affrontata la drammatica condizione abitativa che vede a Roma per strada circa 50mila famiglie e va affrontata non con gli sgomberi come è avvenuto nei giorni scorsi all’Ostiense, ma con un piano che riconosca le occupazioni che sono avvenute per disperazione e per assenza di alternative e per assenza di interventi della pubblica amministrazione. Va contrastata la diseguaglianza con la messa a punto del reddito di dignità a livello cittadino. Stiamo facendo dei conti, con risorse possibili nel quadro della ristrutturazione del debito, si può intervenire su tutte le famiglie, con minori, in condizioni di povertà. E poi è evidente che l’amministrazione deve fare quanto necessario per poter sostenere il lavoro creativo. Tanti spazi del comune possono diventare spazi di co- working e “fab-lab” per dare tantissimi giovani che hanno competenze di qualità gli strumenti per potersi misurare con le imprese creative.

Legato alla questione del bilancio, e dello sviluppo economico, c’è il tema della privatizzazioni.
Noi dobbiamo assolutamente evitare che le attuali inefficienze e male gestioni di importanti aziende municipali aprano la strada alla privatizzazione. Il nostro programma prevede la riorganizzazione profonda di aziende che rimangono di proprietà del Comune di Roma. Atac e Ama possono essere gestite in modo efficiente e senza perdite, e produrre servizi di qualità. La privatizzazione è una strada che magari farebbe contento qualche giornale, dopo di che le esperienze sul campo che abbiamo, da ultimo Londra, sono quelle di servizi che perdono qualità e diventano più costosi e quindi escludono le fasce sociali più deboli, peggiorando i servizi. Siamo contrari alle privatizzazioni e vogliamo una riorganizzazione profonda. Vorremmo anche evitare che in questo periodo di commissariamento si vada avanti, invece, su questa strada. In questi giorni si discute di ulteriori acquisizioni da parte di Acea, oltre che di Ato2 e di e Ato5 a Frosinone, con il pericolo di aprire la porta ad interventi di privatizzazione in un settore che invece dovrebbe coerentemente dare attuazione a quanto deciso dai cittadini nel referendum sulla gestione pubblica delle risorse idriche.

Lei ha formulato un cortese no alle olimpiadi con la proposta del referendum. E’ davvero finita la politica dei grandi eventi?
Non è finita, anzi. La classe dirigente politica, amministrativa e imprenditoriale, come anche le istituzioni dello sport, vive con grande rassegnazione e grande povertà di capacità di progetto la fase che stiamo attraversando e si aggrappa ai grandi eventi come unica possibilità di sopravvivenza per Roma. Nei giorni scorsi alla Camera abbiamo messo in discussione tre alternative: investire le risorse nelle priorità vere della città, nella mobilità sostenibile nel problema casa e negli impianti sportivi nelle periferie e in un progetto di città che metta al centro la cultura e la conoscenza. E trovi in questo la strategia per la Roma del 21 secolo. Purtroppo gli interessi che mirano alla continuità e quindi ai grandi eventi e alla cementificazione sono ancora molto rilevanti e hanno anche una presenza mediatica molto significativa e condizionano il dibattito. Proviamo a fare in modo che siano oggetto della campagna elettorale. I due candidati del Pd, Giachetti e Morassut hanno detto no al referendum ma noi andremo avanti con la raccolta delle firme in modo che i romani possano dire la loro.

Il Pd a Roma è nel caos. Potrebbero esserci aggiustamenti come le liste civiche di appoggio al candidato sindaco del Pd. A quel punto? 
Mi sono fatto l’idea che il Pd per quanto avvenuto a livello nazionale con le scelte del Governo a Roma faccia fatica anche a tenere le proprie fila. Significativo che l’ex sindaco Marino abbia denunciato in modo così negativo le primarie che si svolgeranno Roma e anche la stessa figura di Bray abbia riconosciuto come non ci siano le condizioni per misurarsi nelle primarie. Il Pd con le primarie cerca di ricostruirsi un’affidabilità democratica che ha perso nel momento in cui ha portato dal notaio i consiglieri comunali suoi insieme a quelli del centrodestra per chiudere l’esperienza Marino. Al di là della valutazione sulla giunta Marino è evidente che ai romani è stata negata la dignità di un dibattito alla luce del sole nell’aula Giulio Cesare. E questo oggettivamente rende il Pd inaffidabile.

Il M5S con l’uscita di scena di Grillo potrebbe aver fatto un passo falso, con riflessi forti su Roma, che non ha leader di rilievo. E però potrebbe essere per molti elettori l’ultima spiaggia. Quali contromisure pensa di adottare?
L’analisi la condivido ma a me pare che sia sempre più forte dopo la necessità di esprimere la protesta o la rabbia nei confronti di un quadro politico assolutamente deludente e negativo sia anche sempre più presente la necessità di una proposta costruttiva sulla quale a me pare che il M5S a Roma abbia qualche difficoltà. Il fatto che si siano invischiati in una procedura astrusa e incomprensibile per arrivare alla candidatura a mio avviso mina la credibilità della proposta politica. Stiamo parlando del Comune di Roma. Non si può improvvisare la classe dirigente soltanto sulla base dell’onestà, che pure rimane un pre-requisito.

Le misure da adottare è un discorso serio alla città con la radicale discontinuità necessaria non solo rispetto alla giunta Alemanno ma anche al modello Roma che, come ho avuto modo di sottolineare altre volte, ha avuto aspetti positivi ma ha segnato una subalternità della politica e dell’amministrazione agli interessi più forti della città, che sono stati quelli che hanno segnato le scelte rilevanti per l’assetto urbanistico ed economico della città. Da un lato una radicale discontinuità in termini di programma politico e dall’altra una coerente e credibile classe dirigente. Dobbiamo essere chiari su questo punto. Non si risolve la situazione delegando a qualcuno. E’ necessario mettere in campo una classe dirigente a fianco a chi si candida a fare il sindaco. Nei giri che sto facendo a Roma l’obiettivo non è solo di incontrare presenze importanti e raccogliere proposte ma anche incontrare uomini e donne che per le esperienze e la caratura che hanno possono costituire una classe dirigente adeguata e alternativa a quella che ha segnato questi anni.

Nella famosa relazione delle 700 pagine esce un blocco di potere amministrativo-mafioso che ha nell’apparato parecchi addentellati. Dall’altro lato la condizione dei lavoratori è completamente nel caos, con provvedimenti tampone che non risolvono certo i nodi. Come pensa di poter affrontare quel tema, tra un lavoro svalutato e una filiera amministrativa molto vicina alla mafiosità che di fatto ha in mano tutte le leve?
Anche qui come sul debito c’è un punto preliminare che dovrebbe essere condiviso da tutti coloro che vogliono cimentarsi con il governo di Roma. Dobbiamo riorganizzare radicalmente l’assetto amministrativo. Dobbiamo arrivare all’elezione diretta della città metropolitana con le competenze di tutte le funzioni strategiche sui servizi di rete più rilevanti. E trasformare i municipi in comuni metropolitani dotandoli di risorse e poteri adeguati, per fare in modo che vi sia con un rapporto più stretto tra cittadini e macchina amministrativa, sia per la parte politica sia su quella prettamente amministrativa. Quindi con una capacità di controllo, intervento e sollecitazione molto maggiore di quella che può essere fatta oggi, con macchina tutta accentrata per tre milioni di cittadini. Ho presentato una proposta di legge per fare in modo che ci sia questa profonda riorganizzazione dell’amministrazione.

L’altro punto è legato alla valutazione di chi lavora nell’amministrazione capitolina. Continuo a sostenere chela stragrande maggioranza degli uomini e le donne che lavorano per l’amministrazione capitali siano persone di qualità con la capacità giusta e con la passione per il loro lavoro. Vanno coinvolti e devono essere protagonisti di un cambiamento altrimenti nessuno ce la fa ammodernare la macchina amministrativa contro i lavoratori e le lavoratrici, che vengono considerate come una zavorra. Le sacche di illegalità vanno marginalizzate attraverso il coinvolgimento delle energie positive. Il dialogo sociale deve diventare una fonte di liberazione e riqualificazione della macchina amministrativa. Le delibere che impongono scelte, anche se possono essere giuste, non hanno prospettive se non hanno il sostegno convinto di chi le deve attuare.

Quale argomentazione usa contro quei detrattori che ricordano la sua partecipazione al Governo Letta?
Credo che la mia storia e gli atti che ho fatto siano sufficientemente chiari. Ero vice-minstiro dell’economia e mi sono dimesso, senza avvisi di garanzia e senza essere cacciato, perché non condividevo la linea che è arrivato a tenere il partito democratico. Alla Camera ho votato contro il jobs act e contro il cosiddetto Sblocca Italia, la legge elettorale e la revisione del Senato. Ho contrastato la legge sulla scuola e mantenuto l‘impegno preso di lasciare il Partito democratico qualora la legge fosse arrivata in porto senza le correzioni necessarie. Gli atti che ho fatto indicano un percorso coerente. Una battaglia chiara alla luce del sole che mi ha portato fuori dal Pd. Non rinnego nessuna scelta. A quelli che ricordano, appunto, la mia esperienza di vice-ministro e la legge di stabilità vorrei anche che entrassero nel merito e potrebbero vedere che quella legge non conteneva tagli alla spesa sociale. E’ motivo di grande orgoglio perché sono riuscito con un contributo di un qualche rilievo a portare a casa la salvaguardia di 33 mila cosiddetti esodati, uomini e donne che senza quell’intervento sarebbero rimasti senza pensioni e senza stipendio. Ognuno fa legittimamente le valutazioni che crede. Ma certamente le mie scelte non sono state di comodo. Se volevo una rendita politica a quest’ora sarei potuto essere interno al Governo Renzi.

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