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La "Meglio Roma" piazza le tende sotto il Campidoglio. E' Fassina a guidare l'assalto (il testo dell'intervento)
Alla prova dei fatti il popolo della Meglio Roma ha dimostrato entusiamo e determinazione. Due requisiti fondamentali in questa campagna elettorale che ha tutta l’aria di essere una delle più difficili e, soprattutto, incerte dal dopoguerra a oggi. Non solo ha affollato il Quirino, stamattina, per l’ assemblea-investitura a Stefano Fassina, ma ha anche lanciato un segnale molto preciso: nessuna continuità con l’esperienza Marino. E i due piccoli argini, il primo di Gianluca Peciola e il secondo di Vezio De Lucia, sono stati via via travolti dall’applausometro.

Ad un certo punto è salito sul palco Dario Vassallo, fratello di Angelo, il sindaco-pescatore ucciso dalla criminalità organizzata per il suo impegno ambientalista, e l’ha detta, tra le urla di gioia, come meglio se la sentiva: “Questo non è un percorso per diventare parenti di qualcuno ma per diventare adulti”. Chiaro no? Se la Meglio Roma vuole davvero conquistare il Campidoglio deve farlo senza contare su tattiche e patti sottobanco. E la dichiarazione di guerra al colle presidiato da Castore e Polluce deve essere senza infingimenti.

L’occasione è davvero ghiotta. Il Pd è allo sbando, il centrodestra peggio. Se il messaggio elettorale dell’alternativa avrà la forza di non appiattirsi sulle facili promesse e sul refrain del “diremo, faremo” allora c’è qualche probabilità di evitare l’astensionismo di massa provando a tirarsi dietro il voto di quelle periferie in mano al populismo. Questo, Fassina, l’ha capito benissimo. E nella sua replica, che pure ripercorre i punti essenziali del programma, fa bene attenzione a disegnare un perimetro molto realistico. L’”Albero del programma”, come lo chiama lui, nasce dalla necessità di aprire una “fase costituente” e di agire sulla ristrutturazione del debito. Non solo, l’altro messaggio che arriva, apprezzato dal Prc, è che non ci saranno cambiamenti di linea al ballottaggio. Si arriva come si parte, insomma.

Del resto, per rimettere in sesto Roma non basta una ricetta generica. In tutti gli interventi che si sono susseguiti dal palco, dal Social Pride all’Arci, dal Comitato pendolari Roma-Ostia al Comitato contro la cementificazione di Tor Di Valle, il quadro che viene fuori è quello del rischio di un “cambiamento antropologico” della Capitale. Rischiamo, insomma, di continuare a parlare di una città che non c’è. E le tavole del professor Monni spiegano in modo fin troppo evidente il guaio combinato dal cosiddetto Modello Roma. Roma, in mano a Rutelli e Veltroni, è tornata ad essere quella che era tra gli anni cinquanta e sessanta, con una cintura periferica di nuovo scissa dal centro. Se all’epoca, comunque, il centro produsse l’homus politicus che riuscì grazie all’incontro con la cultura popolare che partiva dalle periferie, oggi è il deserto più totale, sociologicamente parlando, composto prevalentemente da famiglie “mononucleari”. Detto in altri termini, il regno della solitudine. La periferia, al contrario, perdendo qualsiasi connotazione autonoma e di comunità, vota in base a quell’impulso di vendetta atavica contro chi li ha costretti ad una “nuova distanza”, sociale e urbanistica.

Ecco perché Fassina parla (qui il discorso di Fassina) di “fase costituente” che in qualche modo, almeno, torni a rivitalizzare l’ipotesi di un autogoverno dei municipi, blocchi il consumo del suolo e dia un nuovo impulso almeno alla mobilità. Tra le altre proposte c’è anche quella del contrasto alla povertà e di una sorta di “capitale della cultura”. Tutto rigorosamente calcolato sulla base della ricontrattazione dei prestiti con la Cassa depositi e prestiti e una lotta senza quartiere agli sprechi. Il minimo sindacale, considerando le passate stagioni. Sicuramente una azione che cerca di dare un luogo alle idee a basso costo ma vitali in un tessuto sociale che chiede di essere rimotivato e messo nuovamente al lavoro nel tentativo di uscire da un coma che si fa sempre più irreversibile.
 

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