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"Rischiamo di approdare a una carta costituzionale che dividerà il Paese". Intervista a Gaetano Azzariti
Professore di Diritto costituzionale presso l’Università di Roma La Sapienza ed esponente di spicco del Comitato per il no nel prossimo referendum di ottobre, Gaetano Azzariti è tra i costituzionalisti più prestigiosi che il nostro Paese annovera il quale, come tanti altri, viene poco ascoltato da chi ha deciso di mettere mano senza troppe mediazioni alla Costituzione. Con lui abbiamo deciso di ripercorre le varie tappe che in questi ultimi venti-venticinque anni hanno caratterizzato i diversi tentativi di cambiare la nostra massima legge fino a quello di oggi che accentrerà nell’esecutivo, se alla consultazione di ottobre dovessero vincere i sì, il potere a scapito del Parlamento. Quasi un tappa finale di una storia che appunto in più occasioni ha cercato di trasformare la nostra Repubblica parlamentare in una Repubblica presidenziale o semipresidenziale. “Questa riforma costituzionale – dice Azzariti – non nasce infatti dal nulla ma è l’ultimo frutto di una lunghissima stagione espressione di un regresso che ha le sue origini probabilmente ben prima dell’entrata in campo di Berlusconi”.

Professore, a quando possiamo datare l’inizio di questo percorso?
Quando si cominciò a parlare della cosiddetta grande riforma di craxiana memoria. Siamo a metà degli anni Ottanta e lì ci fu un passaggio anche culturale significativo. Noi abbiamo avuto un primo trentennio di storia repubblicana che non a caso i costituzionalisti definiscono il “trentennio d’oro”, in cui tutte le forze politiche cercavano di dare attuazione ai principi costituzionali. C’erano anche in quel caso, tanto per citarne uno Giuseppe Maranini, dei critici, ma erano assolutamente isolati, e poi soprattutto tra le forze politiche pur essendoci la guerra fredda ed una grande differenza tra di loro in qualche modo tutte si sentivano parte della casa comune che era appunto la Costituzione.

Poi che cosa è successo?
R. Ad un certo punto anche qui per ragioni politiche più che costituzionali, ovvero il tentativo del Partito socialista di acquisire maggiore spazio, si decise di mettere mano alla Costituzione. Con l’ipotesi, tra l’altro elaborata da un fine costituzionalista quale era ed è Giuliano Amato, di elezione diretta del Capo dello Stato la quale fino ad allora era stata la grande bandiera della destra e che veniva invece indicata dal Psi. Da allora si è prodotta direi una omeopatica e progressiva delegittimazione della Costituzione. Comincia a passare l’idea che piuttosto che da riformare la nostra Carta fosse invece diventata vecchia e quindi da rottamare come si sarebbe detto oggi. Certamente poi ci sono state svolte ulteriori.

Quali in particolare?
Furono quelle degli anni ’90 con le due bicamerali. Ancor prima la Commissione Bozzi, che però fu un organismo di studi, con meno responsabilità, e poi le due appunto bicamerali alle quali venne assegnato non il compito di riformare alcuni punti della Costituzione, perché le leggi di riforma della Carta ci sono sempre state e non si sta discutendo di questo. E perché al di là della retorica nessuno pensa che la Costituzione sia assolutamente immodificabile. Passò invece l’idea che con una legge costituzionale una commissione potesse rivoltare e cambiare tutta la seconda parte della Carta costituzionale, negando sostanzialmente lo stesso complessivo assetto costituzionale dei poteri.

Queste due bicamerali però falliscono nel loro intento…
Falliscono, e il legislatore e il sistema politico nel suo complesso se ne rendono conto, non perché l’ostacolo fosse l’articolo 138 della Costituzione, ma la frammentazione politica, l’incapacità del sistema politico di adottare politiche costituzionali coerenti. E allora si introdusse un altro elemento che noi oggi paghiamo.

Ovvero?
Si fece strada l’idea che le riforme costituzionali potevano anche essere approvate dalle maggioranze politiche.

Un’eventualità comunque prevista dalla Costituzione….
Certo. Vorrei infatti sottolineare come questa possibilità sia prevista dall’articolo 138 della Carta Costituzionale. Infatti c’è una doppia lettura: se le modifiche vengono approvate dai 2/3 non si fa il referendum; si fa invece se a dire sì è solo una maggioranza assoluta. Non si tratta dunque di una illegittimità costituzionale però certamente c’è una modifica almeno nello spirito della riforma costituzionale. Perché si accetta l’idea che la Costituzione fosse nella disponibilità di una maggioranza contro una opposizione.

Come sta succedendo adesso….

E come è successo in passato, a destra come a sinistra. Nel 2001 il centro-sinistra riformò male il titolo V, e oggi infatti si piangono lacrime di coccodrillo perché tutti, anche gli autori di quella modifica, confessano l’avventatezza o comunque la inopportunità di quella riforma costituzionale. Fu approvata poi nel 2005 la riforma dell’intera seconda parte da un governo di centro-destra. E oggi è il centro-sinistra, anzi una maggioranza ancor più ibrida che ha certamente un nucleo forte nella maggioranza dell’attuale partito di governo, attorno a cui ruotano soggetti politici diversi, ad attuare una modifica altrettanto avventata. La storia del resto è nota: c’è il patto del Nazareno tra il mal di pancia della sinistra del Pd, la sua rottura e poi con l’ausilio di parte del centro-destra che sta al governo, ovvero Alfano, e di un’altra parte del centrodestra, e dunque Verdini, la nascita di una nuova intesa. Quindi una maggioranza anche variabile nei suoi numeri, con un suo nucleo forte in quanto è il governo in carica, attorno a cui poi si uniscono parlamentari diversi.

Che rischi corriamo qualora vincesse l’ipotesi governativa? E che valutazione dà del fatto che comunque all’opposizione di questa idea di riforma ci sia comunque un fronte politico certamente molto disomogeneo e in alcune sue componenti inguardabile che sta spingendo alcune persone dubbiose sulla riforma Renzi a votare sì?
Io faccio due considerazioni. La prima è la seguente: certamente cambierà la natura della nostra Costituzione perché come accennavo all’inizio di questa conversazione abbiamo avuto fin qui appunto una Carta costituzionale che univa gli italiani, di compromesso tra le diverse forze politiche, approvata da tutti i partiti e da tutte le culture politiche allora prevalenti, quella comunista, socialista, democristiana, liberale ed altre; ed ora rischiamo di averne una che divide il Paese tra maggioranza ed opposizione. Ed è impressionante tutto questo. E aggiungo una cosa: io non voglio dare in questo caso neppure i torti e le ragioni. Non so insomma se la colpa di questa situazione è della maggioranza o dell’opposizione. Dico solo che è appunto sconcertante vedere una riforma costituzionale così importante approvata da metà del Parlamento. Ricordiamo le opposizioni che escono al momento del voto dall’emiciclo della Camera. Che cosa vuole dire simbolicamente questo fatto? Al di là del giudizio più propriamente politico vuol dire che metà del Parlamento non si riconosce e non legittima la scelta. Passiamo da un problema di legalità della scelta ad un problema di delegittimazione della scelta stessa che è ancora più pericoloso.
E sulle difficoltà che incontrerà il fronte del no a causa della sua disomogeneità?
Questo argomento che lei mi propone e che è ripetuto continuamente francamente ho difficoltà a comprenderlo. Perché in via ordinaria cioè non sulle riforme costituzionali ma in Parlamento, le opposizioni che possono essere assolutamente diverse, votano in modo unitario contro una maggioranza. In quella che si chiama la Prima repubblica la regola era che il Msi e il Pci votassero contro il pentapartito od altri governi prevalentemente a guida democristiana. Qualcuno in quelle occasioni ha mai sollevato l’idea che questi due partiti potessero convergere per strane collusioni? Di più: quando si parla di riforme costituzionali e di referendum è evidente che il Paese si spacca in due tra il sì e il no e le contraddizioni dei due fronti saranno tra loro diverse. Anche qui al di là del giudizio politico che ci farebbe ricordare che l’attuale maggioranza è sorretta di persone diciamo così discutibili dal punto di vista politico, ma che ci sia un’alleanza tra Alfano e Renzi, e i partiti che essi rappresentano, a me non stupisce, anzi, in qualche modo mi fa esprimere un giudizio che mi consolida nella mia valutazione non positiva della riforma costituzionale. Anche il fatto che nel fronte del no ci siano persone vicine alla cultura democratico-progressista, e anche all’area conservatrice, mi fa piacere nel senso che nelle lotte referendarie bisogna coagulare tutti i contrari. Tra il no di Salvini e il no di Rodotà c’è un abisso culturale, di civiltà democratica e via dicendo. E però va bene così. In qualche modo per ragioni opposte questa Costituzione appunto come dicevo prima, divide e non unisce.
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