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Ecco perché l'Isis può diventare una bandiera che sventola sulle nostre contraddizioni irrisolte. E questo è molto più pericoloso di qualsiasi attentato
Anche l'orrendo attentato di Nizza riconferma che dietro al terrorismo non c'è nessuna mano o centro organizzatore. Le categorie occidentali attraverso le quali vengono valutate questioni di questo genere, così come negli altri casi di Parigi e di Bruxelles,  sono armi spuntate. Sono categorie quasi tutte di derivazione militare, con la vecchia idea di campi di battaglia e di eserciti, più o meno regolari. Il massimo che si riesce a pronunciare è "guerra asimmetrica". Sì, va bene: ma asimmetrica rispetto a cosa? Dove è la linea di a/simmetria?
Schiere di scienziati di questo o quell'intelligence stanno perdendo visibilmente tempo. E questo non ci rassicura di certo. Sembrano soffrire di una sorta di chiusura mentale nella compresione reale del fenomeno. C'è da capirli, poveretti. Loro lavorano come macchine algortimiche. E tutto ciò che è realmente nuovo e non ha modelli rimane distante anni luce. 
Da quello che si capisce l'Isis c'entra, ma solo perché sta diventando una bandiera, un punto di riferimento. E questo è decisamente peggio della teoria della "mente occulta". Ma questo dovrebbe portare a riflettere sulle nostre contraddizioni, sulla nostra storia. 
Le biografie di questi personaggi che si votano al martirio per una non meglio identificata causa islamista hanno tutte un unico comune denominatore: la disperazione sociale e la provenienza da una cultura legata in qualche modo al passato coloniale dell'Europa. Ciò a dire, due contraddizioni che stanno finalmente presentando il conto al "Vecchio continente". 
Venticinque milioni di disoccupati, e uno scenario di guerra permanente nel Sud del mondo, sembrano essere due micce abbastanza potenti tali da insidiare qualsiasi sistema al mondo. Sono micce che non hanno bisogno di essere connesse all'esplosivo. Se lo trovano da sole. Le ha inventate l'Isis. Se a questo ci si aggiunge la totale cecità con la quale si sta affrontando la crisi economica, si capisce come le vie di scampo si riducano sempre di più. Vallo a spiegare ai politici, che hanno in testa solo la loro rielezione; o ai tecnocrati, cui è stata consegnata una carta con su scritti una serie di compiti da eseguire. 
Chiunque in una situazione del genere riesca ad alzare una bandiera può diventare un punto di riferimento. Possibile che non lo si riesca a capire? 
In più c'è un'aggravante. Queste azioni non hanno bisogno, per essere messe in pratica, di una squadra. Possono essere sviluppate anche individualmente. E' un punto di debolezza? No, è un punto di forza. Chi può controllare cosa accade nella mente di un singolo individuo? 
Non solo, trattandosi di disperati, di gente che ha poco da perdere, la molla dell'azione può scattare con più facilità. 
Prima, il controllo sociale non aveva bisogno di eccessivi apparati di sicurezza. Era la socialità naturale delle classi e dei gruppi nelle classi che garantiva un minimo di supervisione sugli individui. Oggi non è più così. Si è scelto di forgiare un modello di società "desolidarizzata" in cui i legami sociali sono sempre più lenti oppure, al contrario, forti ma del tutto formali. Si è scelto di forgiare una società che produce disperazione  "a prescindere", perché così pretende la grande macchina del profitto. 
Parafrasando l'allercchinata di Renzi davanti alle telecamere quando di fronte alla notizia del disastro ferroviario ha risposto d'istinto "non ci fermeremo", esattamente come aveva fatto in altre occasioni simili (del resto gli hanno detto di dire così e lui fa così), è arrivato il momento di fermarsi. Fermarsi e riflettere a trecentosessanta gradi. Magari ci faremo male lo stesso ma almeno non cotinueremo a rotolare verso il basso.
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