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Al Trullo di Roma, dove gli squadristi vanno a caccia di immigrati
ROMA. Prendete l’ingresso di una palazzina popolare in una periferia qualunque di Roma, trasformatelo in un non-luogo, avulso da ogni relazione sociale e ogni tipo di contesto, e fatene il set di uno teatrino razzista: «Roma ai romani», «Tolgono le case agli italiani per darle agli stranieri», «Il popolo italiano finalmente si ribella». Una cosa del genere è accaduta qualche giorno fa in via Giovanni Porzio, al Trullo, nel quadrante sud-ovest della capitale, quando un manipolo di estremisti di destra ha impedito che una casa popolare venisse consegnata alla famiglia che ne era legittima assegnataria. Tra di essi compariva Giuliano Castellino, volto noto del neofascismo romano con qualche inciampo nella droga (un paio d’anni fa nella sella del suo scooter venne ritrovato un etto di cocaina) e il tentato abboccamento nella destra di governo (c’era lui dietro l’operazione de Il Popolo di Roma, che all’epoca di Gianni Alemanno doveva costituire la base militante della scalata dell’allora sindaco al potere).

E ALLORA CONVIENE FARSELO, un giro al Trullo, per scoprire che quello della borgata in preda alla «guerra tra poveri», via di mezzo tra la legge della giungla e il codice del ghetto, è soltanto uno stereotipo. Tanto per cominciare, di Trullo ce ne stanno almeno due. Da una parte c’è la collina di Monte Cucco, dove sorgono le palazzine in cortina dell’Ater, teatro del raid xenofobo dell’altro giorno. Da qui, scorgendo oltre qualche ettaro di agro romano, si vede il «colosseo quadrato» dell’Eur. Il Palazzo della Civiltà italiana che si erge in mezzo alla zona residenziale e degli affari che per conformazione sociale e tradizione politica poco ha a che fare con la Roma popolare. «Pare un pezzo di Roma Nord catapultato da queste parti», dicono gli abitanti. Monte Cucco viene a sua volta percepito come un luogo a parte, circostanza abbastanza frequente nella Roma scollata e disunita frutto di decenni di urbanistica dissennata.

Nell’arcipelago di enclave che a volte pare essere diventata la città, la protuberanza di Monte Cucco viene percepita da alcuni come separata dal resto del Trullo, dove vive la maggioranza dei 30 mila abitanti. Più in basso, oltrepassati prima gli orti urbani che conducono alle palazzine popolari e poi la frontiera immaginaria rappresentata proprio dall’asse di via del Trullo, si dipana l’altra zona, quella di Monte delle Capre. È da queste parti che nel dopoguerra venne edificata la Rectaflex, la prima fabbrica italiana di macchine fotografiche Reflex. La fabbrica oggi ospita diverse attività per il quartiere. Al posto della sala saldature c’è un piccolo teatro. Dove sorgevano gli uffici e l’officina, una biblioteca di quartiere retta dall’attività di volontari.

«Un paio di anni fa circa – raccontano – veniva qui a prendere dei libri una donna eritrea. Anche lei aveva avuto la casa da quella parte». «Da quella parte» significa Monte Cucco. «Quella donna era molto spaventata – prosegue la nostra interlocutrice – raccontava di aver trovato un ambiente ostile, di aver dovuto mettere le grate alla finestra perché le entravano in casa al solo scopo di intimidirla». Come è andata a finire? «Deve essere andata via – ci dicono – perché non l’abbiamo più vista da queste parti, non è più venuta in biblioteca».

«ADESSO SI PARLERÀ soltanto dei razzisti, pareva che con la storia dei poeti e dei pittori fossimo riusciti a dargli un’altra immagine, a ‘sto quartiere», dicono al mercato, mentre si fa la spesa sotto il sole d’inizio autunno. Pare strano che Benito Mussolini, come si racconta, giusto in una giornata di ottobre di 77 anni fa, vedendo le case popolari, esclamò: «Sembrano caserme più che abitazioni». Quello che all’epoca si chiamava ancora Villaggio Costanzo Ciano, aveva il pregio strategico di trovarsi a ridosso della linea ferroviaria che da Roma conduceva a Civitavecchia. Ecco perché vi venne insediata una fabbrica di filo spinato, merce di cui doveva esserci grande richiesta nel periodo tra la Prima guerra mondiale e il fascismo. I «poeti e pittori» sono gli artisti metropolitani che hanno rilanciato la lingua del Belli scrivendo sui muri, e che hanno decorato il quartiere tempestandolo di graffiti.

Le periferie romane covano rabbia sotto la cenere lasciata dal fuoco di paglia dei proclami elettorali. L’altro giorno il leader di Forza Nuova Roberto Fiore ha annunciato che i quartieri in cui la sua formazione «riempie il vuoto lasciato dal Movimento 5 Stelle, che ormai ha perso totalmente consenso» sono Monte Cucco, Tor Bella Monaca, Magliana, Tor San Lorenzo, Tiburtino III e il Tufello, disegnando con precisione millimetrica la mappa dei luoghi della città teatro negli ultimi mesi di lugubri «marce per la sicurezza», minacce a centri di accoglienza, aggressioni. «Stiamo diventando egemoni», dice Fiore.

Si tratta di esagerazioni mitomaniache tipiche del personaggio, ma appare certo che dopo la valanga di voti che tutte le periferie romane hanno consegnato a Virginia Raggi, accerchiando letteralmente gli unici due municipi del centro storico in cui ha vinto il Pd, sono in cerca di un senso di fronte ai vuoti della nuova amministrazione. Ma la propaganda ha le gambe corte: al Tiburtino III è bastato che i comitati di abitanti, quelli veri non infiltrati da neofascisti, si organizzassero per far emergere la verità.

AFFACCIA SUL MERCATO del Trullo, in cima ad una scalinata, lo storico centro sociale Ricomincio dal Faro, che prende origine dall’occupazione di un cinema di ormai trent’anni fa e che assieme alla palestra popolare della ex scuola Baccelli in via Orciano Pisani costituisce un nodo di solidarietà del quartiere. Si trova proprio a Monte Cucco, «da quella parte», di fronte all’appartamento presidiato da Forza Nuova. «Certo che nel nostro territorio ci sono delle contraddizioni – raccontano – ma i razzisti come quelli dell’altro giorno vengono da altrove, qui non li conosce nessuno, fanno interventi spot, mordi e fuggi e poi vanno via. Noi abbiamo piena legittimità nel quartiere, ci muoviamo senza problemi. Proprio nello scorso mese di luglio in quel posto abbiamo fatto una festa popolare».

FONTE: Giuliano Santoro,  IL MANIFESTO

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