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"Ceto politico e rovinose ritirate". Intervento di Franco Astengo
Come recitava il bollettino della vittoria di Armando Diaz il 4 novembre 1918: “I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine e senza speranza le valli, che avevano disceso con orgogliosa sicurezza”.

L’immagine si può adattare benissimo al tanto decantato “Campo Progressista” messo su da Giuliano Pisapia, indicato (non si è mai capito bene da chi : forse dalla tessera numero uno) come leader della ricostruzione del centrosinistra.

Mesi di convegni, dichiarazioni, interviste per arrivare alla fine al risultato di questa fuga: fuga soprattutto del ceto politico che aveva accompagnato l’ex – sindaco di Milano in questa impropria avventura.

Un progetto campato per aria al di fuori da qualsivoglia analisi nell’intento di fornire una incredibile sponda a sinistra all’impossibile (da quel punto di vista) PD (R).

Un ceto politico formato da personaggi ormai transeunti da decenni, passati da Rifondazione all’Arcobaleno, dall’Arcobaleno a SeL, alla lista Tsipras a quant’altro potesse garantire una sopravvivenza di qualche seggio.

Oggi, fallita l’impresa, tutti alla ricerca dell’ombrello protettivo del nuovo leader inventato su due piedi e già diventato per tutti confidenzialmente “Piero”.

Invenzioni che non si avvalgono di alcun aggancio con la realtà, ma soltanto delle comparsate nei talk – show e delle presenze sui social network. “Autonomia del politico” basata sul nulla, rispetto alla materialità del quotidiano.

Uno spettacolo triste e probabilmente non ancora sufficientemente istruttivo della deriva che ha colpito gli attuali epigoni di quella che fu la sinistra italiana : quel settore politico che tale poteva essere considerato fino alla fine degli anni’80 e poi precipitata nel baratro della governabilità, della personalizzazione, nel succedersi dei presunti leader rispecchiati in sé stessi, nel disastro – irrimediabile almeno per questa generazione – dell’Unione e del governo Prodi bis.

Le elezioni del 2006, quella della famigerata e incancellabile scelta di andare al governo con l’Ulivo, restano, anche a distanza di 10 anni, lo spartiacque, la dimostrazione di un prima e di un dopo nella dimostrazione del trasformismo e dell’opportunismo di un ceto politico omologato nel distacco dalla realtà delle contraddizioni sociali e del loro svilupparsi in una società sempre più affannata e umiliata nei suoi settori più sensibili.

L’esperienza dell’Arcobaleno dimostrò poi il vuoto, non solo di elettrici ed elettori (mai più recuperato, con la partecipazione scesa dal 70% al 50% salvo il referendum) ma di proposta, di idee, di capacità di riempire con la politica le difficoltà del vivere per milioni di persone.

L’assemblaggio politicista raccolto adesso attorno alla lista Grasso e la fuga verso di essa dei personaggi che avevano alimentato l’illusione del Campo progressista rappresentano la dimostrazione tangibile di questo stato di cose che non credo sia stato in questa sede pessimisticamente descritto.

Da questa parte di una presunta sinistra infatti manca il giudizio delle condizioni materiali nelle quali versano le lavoratrici, i lavoratori, i precari, i pensionati nel pauroso arretramento fatto registrare nel corso di questi anni e del quale, nella ridda dello 0% degli indicatori economici, non vi è più reale contezza nel dramma della disoccupazione, del precariato, della povertà.

Attenzione, infine, a chi intende – usufruendo anche inopinatamente di modelli stranieri davvero discutibili – mettere su un soggetto elettorale soltanto timidamente “antiliberista” e appoggiato su di un movimentismo che soffre della stessa sindrome del politicismo sopra descritto (mai come in questa condizione i tanti decantati “ismi” servono per descrivere lo stato di cose in atto).

Le condizioni per mettere in piedi un qualche soggetto che si ponga nella direzione di marcia del rappresentare un’alternativa sono almeno tre:

1) La raccolta di un quadro il più possibile unitario dei soggetti che si riconoscono in un’area politica anticapitalista (le modalità concrete poi andranno studiate strada facendo);
2) La lista deve essere considerata come punto possibile di partenza per una riaggregazione strutturale dell’area nel senso della soggettività politica organizzata;

3) L’anticapitalismo generico non basta ma deve essere chiaramente contrassegnato: il richiamo alla storia del movimento operaio italiano, dei comunisti e dei socialisti deve essere evidenziato nel simbolo e nella sigla. Sarà questo il punto effettivo di distinzione rispetto a “Liberi ed eguali” senza che quella formazione sia chiamata direttamente in causa come diretto “competitor” quasi come se la formazione di una lista comunista e socialista ne fosse una derivazione per frattura. Ciò non deve essere e non deve apparire.

La proposta politica poi dovrà darsi il compito di affrontare questi nodi:

1) La ricostruzione di un’identità ideale, politica, progettuale: quell’identità che è clamorosamente mancata nel tempo cedendo il passo alle improvvisazioni personalistiche, alle logiche minoritarie di piccolo gruppo, ai politicismi di basso profilo.
2) E’ urgente la necessità di confrontarsi con il livello più alto delle questioni che abbiamo di fronte: ricostruire un’identità della sinistra comunista, anticapitalista, d’opposizione per l’alternativa per consentire a questa fondamentale area politica di muoversi in autonomia rispetto al quadro politico esistente. Quadro politico che via via è scivolato complessivamente verso il governativismo, la costruzione di soggetti fondati sull’individualismo competitivo, il distacco totale dalle istanze concrete dei ceti sociali più tartassati dai reggitori del ciclo capitalistico della crisi fino ad arrivare alla fase attuale di vera e propria svolta autoritaria. Questa la situazione italiana collocata all’interno di un quadro internazionale drammatico, all’interno del quale spirano veri e propri venti di guerra globale;
3) La ricostruzione di questa identità non deve essere considerata fine a se stessa, quale soddisfacimento di una mera finalità di tipo ideologico, ma la base necessaria per promuovere l’opposizione in Italia e in Europa rispetto alle politiche capitalistiche dominanti. L’opposizione deve rappresentare l’elemento caratteristico e fondativo di qualsiasi ipotesi di presenza politica, a livello europeo e italiano. Si tratta di connettere assieme tre elementi del tutto decisivi: identità/autonomia/opposizione proprio per riuscire a stabilire le condizioni minime, all’interno di un quadro di difficoltà complessive che sicuramente non debbono essere nascoste, per riprendere una capacità di presenza politica e sociale ponendoci anche in condizione di offrire una sintesi e una proposta alle lotte in atto, nel mondo del lavoro e nella società, in relazione alle contraddizioni emergenti sia di natura materialista sia post – materialista.

Il progetto di realizzazione di quanto fin qui indicato potrà risultare credibile e perseguibile, soltanto costruendo un soggetto politico organizzato, non minoritario per vocazione, proiettato a esercitare sul terreno dell’opposizione una vera e propria egemonia: in questo senso non esiste, in Italia, altro soggetto possibile.
Si tratta di di volare alto, ponendo nel concreto della battaglia politica le idealità della nostra storia e la realtà di un progetto destinato a cambiare il futuro.

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