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"Turchia-Olanda, la morsa in cui l'Unione europea è finita deliberatamente". Intervento di Alfio Nicotra
Accuse di nazismo, fascismo e islamofobia. Ormai gli incidenti diplomatici tra Turchia e diversi paesi europei sono al culmine. Erdogan si gioca tutto nel referendum del 16 aprile prossimo ed avere un nemico esterno per cementare il nazionalismo religioso intorno al Si alla riforma presidenzialista è diventata una scelta deliberata. Germania, Olanda e Austria – paesi con una forte presenza dell’immigrazione turca- sono finiti nel mirino del sultano di Ankara per aver impedito ai suoi ministri – sguinzagliati in tutta Europa a recuperare voti - di tenere comizi alle comunità turche locali. Gli incidenti di Rotterdam hanno fatto il giro delle Tv turche – tutte ormai in mano ad Erdogan e ai suoi alleati- enfatizzando la discriminazione perpetuata contro il popolo turco. I migranti turchi in Europa d’altronde, risentono del clima xenofobo che sta spirando da tempo sul vecchio continente riempendo le vele della destra populista e razzista.

L’Olanda è alla vigilia di un voto delicato, la Germania è attesa alle urne in autunno, mentre l’Austria ha mancato di un pelo l’elezione a presidente della Repubblica di un esponente dell’estrema destra. Una vera e propria morsa si sta stringendo sull’Unione Europea. Da un lato le pulsioni islamofobiche e razziste, dall’altro il ricatto di Ankara di riaprire i confini e riversare sull’Europa i milioni di profughi ospitati sul proprio territorio. Il problema è che in questa morsa la Ue si è cacciata deliberatamente. Non prendendo parola contro le epurazioni di massa avvenute per effetto del “controgolpe” di Erdogan. Contro gli arresti indiscriminati di migliaia di attivisti politici, sindacali e dei diritti umani. Della chiusura sistematica di tutti i mass media anche blandamente critici del regime. Del vergognoso arresto di decine di parlamentari dell’HdP filo curdo compreso il portavoce Selahattin Demirtaş, gettati nelle segrete nel silenzio dei loro colleghi europei. Per non parlare della guerra sempre più intensa e sanguinosa portata avanti dai militari e polizia nel Kurdistan turco con la scusa di colpire il PKK e l’estensione dell’aggressione militare contro la sperimentazione democratica e plurinazionale del Rojava in Siria. In più in tutta la Turchia vige lo stato di eccezione, prorogato recentemente per ulteriori sei mesi. Può, l’Unione Europea, reputare regolari le operazioni elettorali di un paese associato che si svolgono con posti di blocco, proibizioni per le opposizioni, arresti di massa, pestaggi e sparizioni? L’innalzamento della scontro tra Ankara e Bruxelles sembra anche dettato dal tentativo di mettere le mani avanti rispetto alla violazione della regolarità del voto ( è utile ricordare che i sondaggi danno ancora i NO alla riforma in vantaggio sui Si). Erdogan non può perdere il referendum. Lo deve vincere ad ogni costo . Con le buone o con le cattive. Come per Benito Mussolini nel 1925.

LA COSTITUZIONE AUTORITARIA DEL SULTANO
La proposta di riforma avrebbe dovuto superare una delle due soglie prevista dalla Costituzione Turca. In caso di voto favorevole da parte dei 2/3 dell’assemblea, la legge sarebbe immediatamente entrata in vigore. Se invece la maggioranza fosse stata “solo” dei 3/5 – come poi avvenuto – la riforma per entrare in vigore deve essere sottoposta ad un referendum confermativo.

Pur avendo vinto le ultime elezioni politiche e governando il Paese mediante un esecutivo monocolore, il partito di Erdogan (AKP) non possedeva numeri sufficienti per cambiare la Costituzione. A rendere possibile il raggiungimento dei 3/5 dei consensi dell’assemblea è stato il sostegno dei nazionalisti del MHP, formazione di estrema destra e terzo partito del Paese, che alle urne aveva ottenuto 40 seggi. Grazie al sostegno del MHP il progetto di riforma ha ottenuto 339 voti, 9 in più del quorum richiesto per poter indire un referendum sul tema.

In caso di entrata in vigore della riforma, il Presidente avrebbe il potere di nominare e rimuovere i ministri, oltre che subordinare all’esecutivo il potere giudiziario. Il presidente cesserebbe di essere un “super parters”, guiderebbe di fatto il governo (abolito il primo ministro sostituito da due vicepresidenti) ed, a differenza di oggi, potrebbe continuare ad essere il leader politico del proprio partito.

Anche se formalmente il nuovo testo prevede il limite massimo di due mandati presidenziali consecutivi , sono gli stessi esponenti del partito di regime (AKP) a dichiarare che con la nuova Costituzione i mandati presidenziali precedenti sarebbero azzerati, consentendo ad Erdogan di continuare ad essere Presidente fino al 2024.
Che la Turchia – bastione meridionale della NATO – sia avviata da tempo verso una china autoritaria era noto a tutti ma i diritti umani e democratici non sono mai stati un tema veramente centrale nelle trattative per l’ingresso di questo Paese nella Ue. Lo stesso scontro a parole senza precedenti tra paesi europei ed Erdogan sembra, se letto da questo punto di vista, un odioso gioco delle parti . Tanto è vero che il governo della “nazista Merkel” per utilizzare un termine forte usato da Erdogan in questi giorni, è stato tra i più solerti a dichiarare il Pkk organizzazione terroristica arrivando addirittura – oltre che a proibirne le bandiere in manifestazioni pubbliche – ad estendere anche alle YPJ kurdo- siriane tale divieto (nonostante siano il cuore della coalizione antiDaesh ed impegnate nell’offensiva per liberare Raqqa).

Mentre l’Olanda subisce l’onta dell’accusa rivolta dal governo turco della responsabilità nell’eccidio di migliaia di bosniaci- musulmani (Srebrenica e Gorazde) non è riuscita mai a far ammettere alla Turchia il genocidio del popolo armeno. L’ipocrisia poi sulla vicenda kurda - utilizzata a seconda delle convenienze da parte europea – getta discredito sul profilo democratico della stessa Ue che sta lasciando da soli a lottare i kurdi contro Erdogan e contro il Califfato dell’Isis (fino all’altro ieri foraggiato e sostenuto da Ankara). L’atteggiamento pilatesco nei confronti dei kurdi rappresenta forse una delle cartine a tornasole di una Unione Europea che ha smarrito totalmente l’originale missione dei padri fondatori. I kurdi con la loro capacità di rompere il fronte del settarismo etnico e religioso e di proporre un confederalismo includente basato sulla laicità, il protagonismo delle donne e la democrazia parlerebbero ad un’altra Europa, non quella evidentemente dei tecnocrati e delle banche che sta portando alla rovina la stessa architettura comunitaria.

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