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"Borghesia mafiosa, la sfida per una sinistra che non c’è o è solo minoritaria e residuale". Intervista a Umberto Santino, del Centro Impastato, che compie quarant'anni in questi giorni
Umberto Santino è il fondatore, assieme alla moglie Anna Puglisi, e direttore del Centro siciliano di documentazione “Giuseppe Impastato”, il primo centro studi sulla mafia sorto in Italia. Pochi giorni fa il centro ha compiuto 40 anni. E’ autore di vari saggi, tra cui ricordiamo: L’omicidio mafioso, L’impresa mafiosa, La borghesia mafiosa, La democrazia bloccata, La cosa e il nome, L’alleanza e il compromesso, Mafie e globalizzazione, Dalla mafia alle mafie, Storia del movimento antimafia, Don Vito a Gomorra, La mafia dimenticata, e di scritti letterari, tra cui: Una ragionevole proposta per pacificare la città di Palermo, Libro di Giona, I giorni della peste, Le colombe sulla Rocca. Il centro è totalmente autofinanziato.


Nonostante l'impegno della società civile, l'idea della mafia come parte delle organizzazioni criminali ancora forma le giovani generazioni. Qual è oggi a grandi linee la sua vera carta d'identità?
Quando 40 anni fa il Centro siciliano di documentazione ha cominciato la sua attività, con il convegno “Portella della Ginestra: una strage per il centrismo”, l’idea di mafia più diffusa era quella di una subcultura, una mentalità, un modo di essere, condivisi da gran parte della popolazione della Sicilia occidentale, che escludeva l’esistenza di un’organizzazione strutturata. Di mafia come organizzazione si è cominciato a parlare dopo il conflitto tra le famiglie mafiose dei primi anni ’80 e le dichiarazioni di Tommaso Buscetta, che ha rivelato l’esistenza di Cosa nostra e ha ricostruito la struttura e gli organigrammi. In realtà l’esistenza dell’organizzazione, con caratteristiche simili a quelle emerse negli ultimi decenni, risultava abbastanza chiaramente dalle inchieste e dai processi, prima per “associazione di malfattori” e successivamente come “associazione per delinquere”, della fine dell’Ottocento e dei primi del Novecento. Ho ricostruito quelle vicende nel mio ultimo libro, La mafia dimenticata, in cui traccio una storia delle idee di mafia e pubblico documenti in gran parte inediti. Negli ultimi decenni, in seguito all’emozione suscitata dall’escalation della violenza mafiosa, e in particolare dai delitti che hanno colpito personaggi delle istituzioni, in piena logica di risposta emergenziale, nel settembre del 1982, dieci giorni dopo l’assassinio del generale-prefetto Dalla Chiesa, è stata approvata, si può dire con un secolo e mezzo di ritardo, la legge antimafia e successivamente, dopo le stragi di Capaci e di via D’Amelio, in cui sono caduti Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo, Paolo Borsellino e gli agenti di scorta, sono venuti altri provvedimenti legislativi.

La società civile si è impegnata soprattutto nel lavoro nelle scuole, nell’antiracket e nell’uso sociale dei beni confiscati. Non si può dire che abbia svolto un compito adeguato sul piano dell’analisi. Il Centro, che nel 1980 è stato intitolato a Peppino Impastato (un caso unico nella storia delle lotte contro la mafia per la sua appartenenza a una famiglia mafiosa) ha dedicato buona parte della sua attività all’elaborazione di un approccio analitico che ho sinteticamente definito “paradigma della complessità”. L’organizzazione criminale si lega a un sistema di rapporti (blocco sociale interclassista, borghesia mafiosa, formata da soggetti illegali e da professionisti, imprenditori, pubblici amministratori, rappresentanti della politica e delle istituzioni) e il ventaglio delle attività si apre su vari piani: economico, sociale e politico. La “carta d’identità” della mafia è questo insieme, in cui organizzazione criminale e sistema relazionale interagiscono strutturalmente. Il convegno su Portella della Ginestra, a cui parteciparono studiosi e protagonisti della vita politica come Nicola Gallerano, Lisa e Vittorio Foa, Claudio Pavone e Anna Rossi Doria, era l’atto di nascita di questo approccio analitico che abbiamo sviluppato nelle nostre ricerche sulla violenza mafiosa, sulle attività imprenditoriali, sul traffico di droga, sulle idee di mafia e sulla storia della mafia, sul ruolo delle donne, sull’antimafia, dalle lotte contadine della fine dell’Ottocento ai nostri giorni.

La "scoperta" del fenomeno mafioso al nord viene propagandata come un "corpo estraneo". In realtà cosa è accaduto negli anni perché poi si installassero anche lì reti di potere mafioso?
I primi insediamenti cominciano con i mafiosi mandati al confino che stabiliscono legami con il contesto. Negli anni successivi si intensificano presenze e collegamenti, fino ad arrivare alla situazione attuale che vede gruppi stabilizzati grazie a vari ordini di ragioni. La prima è la grande accumulazione legata principalmente al traffico di droga che, con le attuali difficoltà nell’accesso al credito, fa dei gruppi criminali una sorta di banca alternativa che nel momento in cui eroga fondi costruisce rapporti di dominio e subalternità. La seconda è l’offerta di servizi a basso costo rispetto a quelli legali, come nel caso dello smaltimento di rifiuti tossici. La terza, legata alle altre, è la capacità dei vari gruppi, in particolare della ’ndrangheta calabrese, di insediarsi nei territori, controllandone l’economia, le relazioni sociali e le istituzioni. E’ quella che ho chiamato “signoria territoriale”, che abitualmente viene considerata come peculiarità delle riserve originarie, inesportabile in altri contesti, e invece riesce a riprodursi e ad attecchire in luoghi diversi e lontani dalle comunità storiche. Per anni si è negata questa possibilità, ora ci si accorge, con grande ritardo, che il trapianto o l’innesto si è già realizzato. Con una paradossale peculiarità, soprattutto per la mafia calabrese: le ’ndrine, i gruppi di base, in Lombardia, ma pure in Canada e in Australia, sono sotto il rigido comando dei gruppi della madre patria, arroccati nei paesini dell’Aspromonte. Come dire: il capitalismo mafioso, insediato nei centri finanziari più evoluti, è sotto la regia dei capibastone di Platì, San Luca, comunità agro-pastorali del Sud più arcaico e sottosviluppato. E il comando è rigidissimo: un ’ndranghetista che pensava di costituire una ’ndrangheta lombarda autonoma, è stato fermato con il più classico dei metodi: l’assassinio.

Per capire bene il legame tra mafia ed economia basta soltanto l'idea dei "colletti bianchi" oppure c'è qualcosa di più complesso?
L’analisi di Sutherland sul White Collar Crime ha segnato uno spartiacque rispetto alla criminologia tradizionale che guardava esclusivamente alla delittuosità delle classi subalterne. Ora veniva messa al centro la criminalità degli imprenditori che avevano al loro servizio bande criminali e potevano contare su sindacati organizzati e controllati da criminali di varia provenienza, con un ruolo rilevante degli italiani. Il mio concetto di “borghesia mafiosa” ha questi precedenti.

Il libro di Sutherland è del 1949 ed era già trascorso il periodo del proibizionismo degli alcolici, introdotto dal Volstead Act del 1920 e durato fino al 1933, che aveva fatto lievitare l’accumulazione illegale e aveva consegnato ai gruppi criminali il monopolio della produzione commercializzazione di un bene proibito ma a consumo di massa. In tal modo i criminali erano diventati imprenditori ed erano entrati nel gotha dei soggetti più ricchi di quel tempo. Con il proibizionismo delle sostanze psicoattive si è replicata, in proporzioni ancora maggiori, dato che la proibizione è internazionale, la crescita dell’accumulazione illegale con le prevedibili conseguenze sul contesto. Grandi masse di capitale finanziano i traffici illegali ma pure le attività legali, assediano il sistema finanziario, attraverso il riciclaggio e la creazione di nuovi canali di raccolta e circolazione del denaro (financial innovations), aggirano la legislazione antiriciclaggio, popolano il pianeta di paradisi fiscali. Oggi l’economia produttiva è ridotta a una particella minima dell’economia complessiva, dominata dalla finanziarizzazione e il capitalismo finanziario è strutturalmente opaco ed è difficile distinguere flussi legali e illegali. Su questi temi sono particolarmente interessanti le riflessioni di Luciano Gallino che parlava di Finanzcapitalism e della lotta di classe che, nel contesto della globalizzazione, la fanno i padroni contro lavoratori atomizzati dalle varie forme di lavoro, nero, precario, flessibile, non tutelato e contro l’enorme massa di disoccupati. La globalizzazione ha effetti criminogeni per due aspetti: il primo è l’aggravamento degli squilibri territoriali e dei divari sociali, per cui gran parte della popolazione mondiale è emarginata e inchiodata a condizioni di vita tra miseria e povertà; l’altro aspetto è proprio la finanziarizzazione. In questo quadro le mafie proliferano tanto nelle periferie del pianeta, costituendo per miliardi di persone l’unica forma di acquisizione di un reddito, che nei centri dove il capitalismo finanziario detta legge, causa crisi e le risolve a suo favore, opera discriminazioni che rischiano di diventare irreversibili, se non si riesce a creare alternative praticabili. È la sfida per una sinistra che non c’è o è solo minoritaria e residuale.

Il traffico di armi e droga porta la mafia ai confini di galassie terroristiche come l'Isis. E' credibile, come ha sostenuto qualcuno, che ci siano dei patti di non belligeranza che portano l'Italia lontano dagli obiettivi dei terroristi?
Non penso che ci sia qualcosa di simile a un patto di non belligeranza e dato il tipo di terrorismo praticato dall’Isis, con le sconfitte sul piano della guerra guerreggiata e il ricorso ai lupi solitari che operano in modo imprevedibile, viviamo nel terrore di una minaccia permanente alla vita quotidiana. Se l’Italia è stata risparmiata finora non vuol dire che possa esserlo in futuro.

Il traffico di droga è fonte primaria di finanziamento per i gruppi terroristici, il traffico di armi è insieme fonte di finanziamento e canale per la dotazione dei mezzi necessari per le azioni militari. Ma a partire dal cosiddetto “terrorismo islamico” non si può fare a meno di porsi un problema: il ruolo delle religioni, soprattutto dei monoteismi, e dei testi sacri, nella formazione di una cultura della violenza omicida e stragista rivolta a colpire e annientare gli infedeli. E questo vale anche per il giudaismo e il cristianesimo. Se le sure del Corano incitano a colpire gli infedeli, la Bibbia non è da meno. I fedeli nell’unico dio sono obbligati a uccidere non solo gli uomini ma anche gli animali che appartengono agli adoratori degli idoli. E la Pasqua ebraica è un atto terroristico che colpisce i primogeniti degli infedeli. Il dio che passa (questo è l’etimo di Pasqua) è uno stragista.

Il Centro Impastato quest’anno compie 40 anni. Quali iniziative state organizzando?
Il 7 maggio siamo stati a Cinisi per parlare del ruolo del Centro per salvare la memoria di Peppino da chi lo voleva terrorista e per ottenere giustizia. A fianco di familiari, la madre Felicia e il fratello Giovani, abbiamo ottenuto la condanna dei mandanti dell’assassinio e la relazione della Commissione parlamentare antimafia,sul depistaggio delle indagini, presentata da Giovanni Russo Spena nel dicembre del 2000. Stiamo preparando degli incontri che facciano il punto sulla varie attività in cui siamo stati impegnati: la ricerca, il lavoro nelle scuole, le mobilitazioni antiracket e per la pace, l’uso sociale dei beni confiscati, il ruolo dei mezzi di informazione di massa, dai giornali al cinema e alla televisione. E continueremo a impegnarci per la realizzazione del Memoriale-laboratorio della lotta alla mafia, una struttura complessa che comprenda un percorso museale, una biblioteca, degli spazi per la ricerca e per l’aggregazione sociale, che dovrà sorgere a Palermo in un palazzo del centro storico.

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