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Deficit: tanto tuonò che non piovve

Dopo aver abolito la povertà e la corruzione, il governo gialloverde si appresta a inanellare un altro grande risultato: la sconfitta dei vincoli di bilancio monetaristi dell’UE, con l’incredibile sforamento del 2,04% del deficit per il 2019.

Certo, decisamente meno del 2,4% annunciato a pugni alzati dal balcone di Montecitorio un paio di mesi fa, ma le promesse fatte al popolo vanno mantenute.

Sarebbe interessante sapere quante ore ha dovuto lavorare il doppio staff di comunicazione per decidere di scrivere 2,04% (che suona vittoria, per similitudine con l’annunciato 2,4%) invece di scrivere 2%, che avrebbe reso chiara ed inesorabile la disfatta del governo del popolo.

E, naturalmente, questa lieve retromarcia di 7,5 miliardi non impedirà i rivoluzionari cambiamenti promessi; si è solo constatato che il tutto si poteva fare con minori risorse. Non c’è che dire: un governo che fa finalmente sul serio.

Fuori dall’ironia, le scaramucce di questi due mesi costituiscono la più evidente dimostrazione della finzione, mediatica e politica, di un’alternatività fra l’establishment europeo, avvinghiato al fiscal compact e al pareggio di bilancio, e le forze variamente populiste, sovraniste e nazionaliste che vi si contrappongono.

Una singolar tenzone legata da un unico filo conduttore: le persistenza delle politiche liberiste e di austerità e il conflitto interamente giocato sui luoghi del comando da cui realizzarle. Una contesa sullo spazio (europa/nazione) che lascia immutato il tempo delle scelte, sempre dettate dall’indice di Borsa del giorno successivo.

Anche perché, nessuno lo ha sottolineato, si tratta di una manovra di bilancio che, in stretta continuità con tutti i governi precedenti, prevede anche per il triennio 2018-2020 un avanzo primario (entrate superiori alle uscite), vanificando qualsiasi inversione di rotta sulla strategia zero investimenti.

Ben altro avrebbe potuto fare un governo che, nonostante la realtà dei fatti, continua a macinare consensi nell’opinione pubblica. Vediamo in sintesi cosa.

Appellandosi alla Costituzione italiana e all’art. 103 della Carta dell’Onu, il governo avrebbe potuto dichiarare come il rispetto dei vincoli di bilancio europei sarebbe stato in netto contrasto con il dovere di garantire i diritti fondamentali della popolazione, come dimostrano gli indici di povertà assoluta e relativa, i dati sulla disoccupazione adulta e giovanile, nonché quelli sull’accesso ai servizi sanitari.

Sulla base di questo, avrebbe dovuto annunciare la necessità di un vero sforamento del deficit, superiore al 3% stabilito dal Trattato di Maastricht, nonché la sospensione triennale del pagamento degli interessi sul debito (dal 1980 ad oggi abbiamo pagato 3.400 miliardi su un debito che continua ad aumentare) e l’applicazione di una politica fiscale fortemente progressiva che drenasse risorse ai ricchi per redistribuirle alla società.

Con le risorse così liberate, avrebbe potuto attuare un massiccio piano di investimenti in direzione di una riconversione ecologica e sociale dell’economia, con un piano per il riassetto idrogeologico del territorio e per la messa in sicurezza degli edifici scolastici, risorse massicce per sanità e istruzione, e un percorso di vero reddito di cittadinanza contro la precarietà del lavoro e della vita delle persone.

Un piano utopistico? Sembra sicuramente più utopico -e decisamente più triste- immaginarsi il mantenimento dello status quo.

Un piano che avrebbe aperto uno scontro gigantesco? Certo, ma la trasformazione della società non è mai stata un pranzo di gala, né può essere mimata a colpi di selfie e di tweet.

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