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Assieme allo spread cresce la paura di «ItalExit»

Se il ciclone Spread, in continua tensione per i messaggi lanciati dal governo Lega-M5S sull’ipotesi di politiche in deficit, si connette con il ciclone Trump, carico di minacce all’Europa sui dazi, c’è il rischio che il corto circuito della paura, che comincia a serpeggiare tra i milioni di risparmiatori che hanno investito i loro risparmi in titoli di Stato, si trasformi in panico e produca effetti devastanti sul debito pubblico, sulle banche e sull’economia reale.

Ieri ha parlato il governatore della banca d’Italia Ignazio Visco: «Se facciamo il passo più lungo della gamba c’è il burrone», ha detto al neo governo il capo di Bankitalia.

Anche i big dei colossi bancari italiani hanno lanciato un primo allarme in tal senso e non è escluso che nei prossimi giorni, se la bufera non si placa, si facciano sentire anche le società di rating.

A quel punto il fantasma del default tornerebbe ad affacciarsi minaccioso.

La giornata di ieri è stata un test amaro di ciò che sta accadendo. La Borsa di Milano è tornata ad indossare la maglia nera dopo due sedute di relativa calma. Il Ftse Mib ha chiuso gli scambi in calo dell’1,89% a 21.335 punti, i minimi da luglio 2017, ed è stato l’indice peggiore dell’Eurozona.

Lo spread tra Btp e Bund tedeschi ha vissuto un’altra giornata di tensione fortissima entrando in area 270 punti. Il differenziale ha chiuso a 269 punti con un rendimento al 3,14%.

Sul resto delle Borse europee è prevalsa la cautela anche per l’incertezza sull’esito dei negoziati al G7.

I banchieri hanno voluto lanciare un pesante avvertimento al governo Lega-M5S. Le banche sono detentrici e depositarie per conto dei risparmiatori di quei titoli di Stato che in queste ore vengono travolti dalle improvvise ondate di spread.

L’amministratore delegato di Banca Intesa, il più potente colosso creditizio italiano, non è andato tanto per il sottile verso il governo Salvini-Di Maio. «Dare dei messaggi che possono portare a una incertezza sulle prospettive del nostro Paese, in particolare sul debito pubblico genera incertezza dal punto di vista degli investitori. Immaginare di avere dei programmi di governo che portano ad accelerare la crescita del Paese e a risolvere disuguaglianze ma senza dichiarare quali sono le forme di copertura – ha continuato – tende a deprimere i valori di borsa e ad aumentare gli spread. Lo spread – ha aggiunto – è indicativo del grado di percezione del rischio collegato alla decisioni sul debito pubblico. Una volta che verranno dati messaggi sulle modalità per le coperture questo momento di volatilità sullo spread sarà assorbito».

Antonio Patuelli, presidente dell’Abi, lo dice dal palco del congresso dell’Acri. «È preoccupante per il Paese questo spread che sta crescendo. Prima c’era una situazione di maggiore benessere per tutti. E lo spread è una tassa che paghiamo sui mercati internazionali. Più cresce più si complica la vita alle banche».

Altri banchieri sbandierano il pericolo del contagio.

Non essere riusciti a ridurre lo spread in questi anni del Quantitative Easing, «è un’occasione che temo gli italiani si pentiranno di aver perso. L’Italia rappresenta “una fonte di incertezza che potrebbe estendersi all’intera area dell’euro», sostiene Hans-Jorg Naumer, responsabile globale Mercati e Ricerca di Allianz.

«Il debito governativo dell’Italia ammonta a circa il 132% del Pil, ma fra le priorità di un nuovo governo potrebbe non esserci quella di ricondurlo entro il limite superiore, pari al 60% del Pil, del range previsto dal trattato di Maastricht. La Banca Centrale Europea – prosegue Naumer – detiene circa 342 miliardi di titoli di debito italiani e potrebbe non restare indifferente alla situazione».

A suo dire «una svolta politica in direzione di un maggiore indebitamento comprometterebbe rapidamente i risultati raggiunti, fra cui l’aumento della produttività, e potrebbe far salire il costo del debito in conseguenza dell’ampliamento degli spread sui titoli governativi italiani, a maggior ragione in un momento in cui stanno aumentando i timori di una Italexit».

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