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"Un mercato del lavoro a misura di capitalismo. E un welfare scarnificato che serve solo ad aumentare il potere di ricatto". Il Domenicale di Controlacrisi, a cura di Federico Giusti
Negli ultimi anni hanno distrutto a colpi di decreti legge la giurisprudenza in materia di lavoro, anzi l'hanno riscritta ad uso e consumo dei padroni, spesso e volentieri in ossequio alle normative europee.

Potremmo parlare della liberalizzazione del settore aereo con appalti spezzatino e privatizzazioni che hanno distrutto tanti posti di lavoro costringendo perfino le associazioni datoriali a introdurre nei contratti nazionali qualche timida clausola sociale.

Poi le clausole sociali risultano sempre piu' aggirabili in nome della libertà di impresa e con la possibilità di modificare la natura degli appalti proprio per evitare l'obbligo della riassunzione della forza lavoro alle stesse condizioni.

Potremmo parlare delle riforme in materia previdenziale che hanno portato l'età pensionabile alle soglie dei 70 anni di età o degli aumenti contrattuali calcolati con sistemi e codici che hanno decretato la perdita di potere di acquisto, oppure ricordare come il contratto di riferimento non sia piu' il full time per finire alla sostituzione della reintegra, in caso di licenziamento immotivato, con l'indennizzo, non certo equo, di poche mensilità

Sarebbe lungo elencare le malefatte degli ultimi 30 anni ma sicuramente utile a comprendere che l'attuale situazione è il risultato di feroci processi di ristrutturazione capitalista che hanno avuto tra i tanti effetti la riscrittura del codice del lavoro.

Per queste ragioni non ci meragliamo che il trattamento di disoccupazione sia passibile di restituzione delle somme percepite solo nel caso in cui non sia avvenuta la reintegra nel posto di lavoro, si parla (e le parole assumono un sinistro significato) di indebita percezione del trattamento di disoccupazione.

Come stabilire allora la legittimità del trattamento di disoccupazione versato a un lavoratore solo quando, a seguito di una causa, non ci sia reintegra? Non saremmo in presenza di una sorta di ricatto economico imposto al lavoratore che, se riammesso nel suo posto di lavoro, dovrà restituire le somme percepite per la disoccupazione?

L'Inps in molti casi ha preteso la restituzione del trattamento di disoccupazione attribuito al lavoratore dopo il licenziamento, eppure lo stesso lavoratore per un periodo di tempo è rimasto senza lavoro e sarebbe del tutto logico corrispondergli dei soldi.

La Giurisprudenza è assai controversa, ci sono sentenze contraddittorie ma il dato politico da cogliere è ben altro ossia riflettere sul fatto che andare in giudizio rappresenta sempre piu'un rischio per la forza lavoro licenziata e la giustizia diventa cosi' un'arma spuntata, a uso e consumo dei padroni.

E i padroni possono all'occorrenza ottenere scudi penali ricattando lo stato con migliaia di licenziamenti per ottenere la immunità in caso di disastro ambientale.

E' quanto sta accadendo all'Ilva di Taranto, una fabbrica che ha inquinato e devastato il territorio anche quando era di proprietà pubblica, e non solo con l'acquisto della famiglia Riva.

La storia degli ultimi anni palesa il fallimento dello Stato incapace di riqualificare e riconvertire la produzione affindandosi a multinazionali che presentano un piano industriale destinato al fallimento perchè si poggiava, fin dall'inizio, sulla esternalizzazione di parte della produzione. E quel fallimento, già noto da anni, ci riporta ai fatti delle ultime settimane con la riproposizione dello scambio diseguale tra produzioni nocive e salvaguardia dei posti di lavoro. Che poi i posti di lavoro che si vorrebbero salvare alla fine vengono ugualmente distrutti.

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