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La deriva securitaria investe anche il carcere

La centrale figura del direttore di penitenziario rischia l’estinzione, o meglio una trasformazione allarmante. Non solo perché dal ’93 non si fanno concorsi. Come il riordino delle forze di polizia rischia di mettere in serio pericolo la funzione trattamentale della pena prevista dalla Costituzione.

Il sistema penitenziario è un organismo con equilibri di potere molto delicati, che deve raggiungere diversi obiettivi previsti dal dettame costituzionale in un contesto di difficile bilanciamento fra esigenze securitarie, trattamentali e di tutela dei diritti delle persone private della libertà. Il direttore gioca un ruolo molto rilevante in questo contesto in quanto si tratta di una figura terza e di coordinamento che non appartiene al comparto sicurezza, né all’area trattamentale, né agli organismi di garanzia dei diritti. Il suo compito è molto simile a quello di un arbitro, che deve tenere in equilibrio tutte funzioni svolte dall’istituto penitenziario.

Il decreto legislativo in materia di riordino delle forze di polizia al Capo IV presenta alcune norme riguardanti la polizia penitenziaria (che vanno a modificare la legge n.395 del 1990) che possono mettere in pericolo questo delicato equilibrio. L’attuale sistema prevede che a capo di ogni istituto penitenziario ci sia un direttore sovraordinato gerarchicamente al comandante di polizia penitenziaria. Il direttore è la figura a garanzia del rispetto degli obiettivi costituzionali della pena e quindi a lui spettano decisioni riguardanti molteplici aree di intervento fra le quali si trovano l’amministrazione contabile, l’ultima parola sulla disciplina, la sicurezza e l’uso delle armi, l’organizzazione della vita interna, la selezione delle opportunità sociali, educative, culturali e sportive.

Pur considerando legittime le aspirazioni di carriera degli appartenenti al corpo di polizia penitenziaria, la riforma, nella parte in cui di fatto elimina la subordinazione gerarchica del comandante di reparto della polizia penitenziaria al direttore del carcere, snatura l’attuale delicato equilibrio tra istanze di risocializzazione, bisogno di sicurezza e tutela dei diritti che vede nel direttore il suo garante. Vero è che nella previsione in discussione, pur venendo meno la subordinazione gerarchica del Comandante al Direttore, rimarrebbe una subordinazione di tipo funzionale, ma si tratta di una soluzione assolutamente inadeguata a garantire il ruolo di terzietà che attualmente è ricoperto dal direttore del carcere.

Oltre a una disfunzione sul piano operativo della quotidianità dell’istituto, si rischia anche di andare incontro a uno sbilanciamento verso le funzioni securitarie. Fondamentalmente se in un carcere operasse un poliziotto con una qualifica superiore a quella del direttore sarebbe molto difficile imporre l’esecuzione di un ordine, quale ad esempio quello paradigmatico di non usare la forza fisica, che diventerebbe appannaggio del comandante contrariamente a oggi, così come l’imposizione delle sanzioni disciplinari a un agente della polizia penitenziaria.

La polizia penitenziaria è un corpo che conta oltre 35.000 operatori con un rapporto di 1,6 detenuti per agente. La differenza fra questi numeri e quelli del personale civile è molto significativa. Sempre più carceri rimangono senza un direttore incaricato e sempre più direttori sono responsabili di più istituti. Su 52 carceri visitate dal nostro Osservatorio di Antigone solo 30 avevano un direttore incaricato esclusivamente in quell’istituto. Indicativo il fatto che l’ultimo concorso pubblico per la figura del direttore penitenziario risale a 25 anni fa. L’assenza di un direttore incaricato causa numerosi problemi dal punto di vista organizzativo della vita interna oltre che un carico di responsabilità maggiore su chi lo sostituisce. Ma i direttori non sono le uniche figure non sufficienti dal punto di vista numerico. I funzionari giuridico-pedagogici sono, secondo i dati del Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria, 925, il che significherebbe un rapporto personale-detenuti di 1 a 65 che rende impossibile ogni tentativo di pianificazione del percorso trattamentale per ciascun detenuto.

A fronte di un già esistente sbilanciamento della funzione di sicurezza a scapito di quella rieducativa, questa riforma è un chiaro tentativo di accentuare maggiormente questo disequilibrio. Invece che cadere nella trappola securitaria anche nel penitenziario, sarebbe opportuna una riforma che vada ripensare l’intero modello di gestione e management delle carceri.  

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