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La strana storia del Fondo di solidarietà comunale

La riforma costituzionale del 2001 sull’autonomia finanziaria degli enti territoriali sta avendo un’applicazione del tutto incongrua, sfavorendo i Comuni meridionali rispetto a quelli del Nord nell’accesso alle risorse del Fondo di solidarietà comunale. Dalla Calabria la cronaca di quello che sta accadendo.

Dal 2011 è iniziata l’applicazione della riforma costituzionale del 2001, concernente la maggiore autonomia finanziaria delle Regioni e dei Comuni. Ma alla diminuzione dei trasferimenti statali non è corrisposto un Fondo di solidarietà adeguato per assicurare integralmente i fabbisogni degli enti territoriali, come imposto dalla Costituzione.

Infatti, il Fondo di solidarietà comunale è “orizzontale” e attinge solo dalla fiscalità di base dei Comuni, che ammonta in totale a 25 miliardi annuali, mentre il fabbisogno totale dei Comuni ammonta a 33 miliardi, come si evince dal sito ministeriale OpenCivitas. A questo si aggiunge il fatto che si è deciso di riservare il 55% del Fondo di solidarietà – pagato dai Comuni tramite le entrate IMU e finalizzato alla perequazione dei suddetti fabbisogni – alla spesa storica, ovviamente più larga al nord. Il restante 45% realmente perequativo, ripartito in base al rapporto tra capacità fiscale e il suddetto fabbisogno standard, si è ulteriormente dimezzato essendo riservato per il 50%, ancora, ad un’allocazione secondo la spesa storica. Inoltre, il calcolo stesso dei fabbisogni è falsato perché i servizi attualmente erogati dai Comuni sono considerati coincidenti con i loro fabbisogni (se non possiedi un asilo nido, per esempio, non ne hai diritto, se non per una copertura minima che può arrivare anche al solo 7% dei bambini).

Tutto questo è incostituzionale, perché la Costituzione impone di legiferare i Livelli Essenziali delle Prestazioni da assicurare universalmente, calcolando la differenza fra il costo di questi fabbisogni e la capacità fiscale del Comune. Facendo questo calcolo su alcuni Comuni calabresi – sempre sulla base dei dati OpenCivitas – nel 2018 Tropea ha avuto un ammanco 1 milione e 397mila euro, Ricadi di 1 milione e 298mila euro, Drapia di 318.319 euro, Parghelia di 318.941 euro, Rende di 5 milioni e 803mila euro, Lamezia Terme di 11 milioni di euro, Montalto Uffugo di 4 milioni e 495mila euro, Cosenza di 889.333 euro, fino ad arrivare a Crotone che si stima abbia un ammanco di 10 milioni, Catanzaro di 9 milioni, Vibo Valentia di più di 4 milioni e Reggio Calabria addirittura di 31 milioni.

Una cosa simile è accaduta dall’avvento graduale del federalismo nella Sanità, con un’allocazione della compartecipazione IVA e un calcolo dei fabbisogni che, insieme alle politiche monetarie dei tagli decennali, sono andati a discapito del Sistema Sanitario meridionale. Infatti, tra le altre cose, il totale della compartecipazione IVA delle Regioni (la “perequazione” tra le Regioni ricche e povere) è stato ogni anno diviso in due Fondi: uno distribuito secondo i consumi finali (che ovviamente favorisce chi ha storicamente un sistema che offre più servizi) e l’altro secondo una formula di perequazione che tiene conto del fabbisogno e della differente dotazione di base imponibile Irap di ogni Regione. Era inizialmente previsto che per i primi due anni (2002 e 2003) fosse sottratta una quota del 5% del primo Fondo per sommarla al secondo; tale quota sarebbe stata del 9% ogni anno a partire dal 2004 fino al totale azzeramento del primo Fondo, previsto per l’anno 2013. Il Fondo finanziato dalla compartecipazione IVA, da allocare secondo i consumi finali, è stato di fatto sempre distribuito in base alla spesa storica.

Un ultimo esempio dell’applicazione del federalismo riguarda i fondi per le strade provinciali. In Italia ci sono 130.000 chilometri di strade provinciali e la loro manutenzione lascia molto a desiderare. Colpa dei tagli alle Province (1 miliardo nel 2015, 2 nel 2016, 3 nel 2017). Per manutenere i 26.000 chilometri di strade statali gestite dall’Anas ci sono 2,2 miliardi l’anno, mentre per i 130.000 chilometri provinciali appena 700 milioni, come ricorda il giornalista Marco Esposito nella sua nota inchiesta “Zero al Sud”. La cosa diventa ancora più assurda se si approfondiscono i criteri tramite cui questi pochi soldi sono allocati. Essi sono: lunghezza delle strade, presenza di aree montane, traffico. Il primo indicatore è chiaro. Il secondo lascia a desiderare perché si sono utilizzate tabelle Istat dei tempi del fascismo relative alle “valutazioni climatiche”. Il terzo è completamente irrazionale: non tratta la conta del numero di autoveicoli circolanti, bensì quella dei lavoratori del settore privato, ovviamente prevalenti nelle Regioni settentrionali. Insomma, insegnanti, infermieri, carabinieri, studenti che utilizzano l’auto non consumano l’asfalto.

Le strade gestite dalla Città Metropolitana di Milano sono 717 km, tutte in pianura, nella provincia di Napoli 800, “climaticamente” in pianura nonostante il Vesuvio e il Monte Faito. A Milano (dati Aci 2015) circolano 2.303.215 autoveicoli e a Napoli 2.245.639; ma i veicoli non contano, si misurano gli occupati privati di Milano (858.592) e Napoli (559.874). Tirate le somme, con la metodologia valida per il 2018, Milano pesa il 2,64% e Napoli l’1,88%. Quindi a Milano viene riconosciuto un fabbisogno del 40% superiore nonostante i chilometri di strade e gli autoveicoli siano più o meno gli stessi di Napoli.

Molti Comuni hanno presentato ricorso al Presidente della Repubblica. Tra quelli calabresi: Cinquefrondi, Marcellinara, Amaroni, Melicuccà, Petilia Policastro, Cicala, Mormanno, San Giorgio Albanese e San Demetrio Corone. Attualmente il TAR del Lazio ha deciso con un’ordinanza emessa il 2 ottobre scorso che «le esigenze dei ricorrenti sono ragionevolmente fondate», rinviando il giudizio di merito a una futura udienza. Tuttavia, la sola vera soluzione è politica: gli amministratori locali e l’opinione pubblica parlino con una sola voce per spingere l’esecutivo ad applicare la Costituzione e legiferare finalmente i Livelli Essenziali di Prestazione da assicurare inderogabilmente. Per tutto questo, urge un atto politico esemplare a capillare: ogni Consiglio Comunale deliberi una mozione affinché il Sindaco chieda alle istituzioni governative la formulazione dei Livelli Essenziali delle Prestazioni, la riforma del modello di finanziamento al Sistema Sanitario e lo stop alla procedura dell’autonomismo.

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