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"La via della seta, tra ipocrisie e omissioni. Le contraddizioni del sovranismo in salsa italica". Il Domenicale di Controlacrisi, a cura di Federicio Giusti
Bisogna guardare al cuore del capitalismo europeo se vogliamo comprendere quanto sta accadendo in Italia , il nostro paese vive di riflesso e le polemiche mediatiche dei sovranisti di carta allontanano l'attenzione dai problemi e dai rapporti di forza reali .
La Germania, in 20 anni, ha quadruplicato le esportazioni in Cina, le imprese fanno affari da lustri e interi settori non potrebbero fare a meno del mercato cinese-asiatico, eppure la classe politica tedesca sta correndo ai ripari nel tentativo di bloccare le acquisizioni di imprese nei settori strategici da parte delle aziende di stato del colosso asiatico.
Ma partiamo dai fatti, dalla differenza tra Italia e Germania di fronte all'acquisizione da parte di paesi stranieri di imprese strategiche. In Germania esiste una legge che permette al Governo di intervenire per bloccare una acquisizione nel caso in cui sia fatta una scalata ad una azienda acquistandone il 15% delle azioni (prima era il 25%), al contrario in Italia si promette di statalizzare settori rilevanti della nostra economia ma poi, per fare cassa, si mettono in vendita gli immobili statali e degli enti locali.

Nella patria del capitalismo renano si opera in modo diametralmente opposto guardando alla esperienza dell'Iri, avete capito bene, stiamo parlando dell'Istituto per la ricostruzione industriale , nato nel 1933 sotto egida fascista e poi rifondato nel secondo dopoguerra per guidare e gestire lo sviluppo economico italiano sotto l'impulso e l'intervento statale. Intervento pubblico dello stato tedesco dopo due anni di piccola crisi economica (niente a che vedere tuttavia con la recessione italiana), stato tedesco che sa bene di non potere rinunciare al mercato cinese ma vuole impedire alle aziende di stato asiatiche di entrare da protagonista soprattutto dopo la scalata ad alcune imprese rilevanti in ambito energetico, areospaziale e ad alta tecnologia.

Del resto la Germania impone all'Ue misure draconiane per non salvare gli istituti di credito dal fallimento ma poi si comporta in modo diametralmente opposto assicurando aiuti di stato a banche regionali in dissesto finanziario, allo stesso modo pensa ad una sorta di Iri tedesca a scopo difensivo per fermare la scalata cinese senza rinunciare a intrattenere solidi rapporti economici e finanziari con il colosso asiatico.
Le esportazioni sono il motore principale per la ripresa del PIl tedesco, l’industria tedesca vuole lo sbocco in Asia dove investire e portare merci , tecnologie e bagagli avanzati di conoscenze tecnologiche, gli accordi commerciali e finanziari sono sempre piu' numerosi, allo stesso tempo la classe politica corre ai ripari a salvaguardia degli equilibri del capitalismo renano come dimostra la recente “Strategia dell’industria nazionale 2030". Proviamo a essere piu' chiari: la Germania non puo' rinunciare al mercato cinese, dove ogni giorno nascono migliaia di start up che gestite capitalisticamente possono diventare un colossale affare, il timore fondato è di vedersi scippato il mercato della innovazione tecnologica e da qui la necessità di intrattenere rapporti sempre piu' stretti, stipulare accordi commerciali e percorsi di collaborazione con la Cina ma allo stesso tempo salvaguardare il made in Germany e soprattutto il controllo delle imprese nazionali scongiurando scalate estere.

Sta qui la differenza sostanziale tra Italia e Germania, il nostro paese ha dei sovranisti di carta che si muovono solo su input di Trump o di Putin, incapaci di una politica nazionale in materia economica, pronti a concedere la revisione del codice degli appalti riducendo i controlli anticorruzione o pensare che le Grandi opere siano la sola risposta possibile per rilanciare un'economia stagnante e in recessione.
Sull'accordo bilaterale Cina- Italia si è già espressa Confindustria chiedendo di inserire in un contesto europeo gli accordi con la Cina (in subordine al capitalismo tedesco che dal canto suo da anni opera nei mercati asiatici), ma le dichiarazioni piu' interessanti sono quelle rilasciate dal presidente del Porto di Trieste a Il Sole 24 Ore del 15 Marzo, prendiamo un passaggio dell'articolo a mo' di esempio
Un accordo diviso in tre parti, che non punta a porre le banchine dello scalo di Trieste sotto l’egida cinese ma, anzi, prevede un intervento di China communications construction company (Cccc) sul nodo ferroviario triestino e intende consentire all’Autorità di sistema del Mar Adriatico orientale (anche attraverso la partecipata Interporto di Trieste) di partecipare a progetti logistici di Cccc in Slovacchia e in Cina.

Di cosa stiamo parlando? La paura della Cina riguarda il controllo delle infrastrutture e delle reti logistiche, la posizione del manager triestino è quella di concludere un accordo tra Ue e Cina, un accordo operativo con Cccc che poi è il braccio operativo del Governo Cinese, attrarre capitali freschi, consentire alle aziende europee di lavorare in sinergia e accaparrarsi gli appalti europei nell'ambito infrastrutturale. Una posizione capitalisticamente ineccepibile in contrasto con la Lega che da una parte prova a rappresentare le paure delle industrie italiane meno competitive o timorose di competere con la Cina, dall'altra si erge a tutela degli interessi nazionali quando invece incarna gli interessi statunitensi (o russi) che dagli accordi lungo la Via della Seta potrebbero trarre considerevole danno.
E fu cosi' che lungo la via Della Seta si scoprirono gli interessi poco nazionali, anche in termini capitalistici, dei nostri sovranisti di carta, incapaci perfino di salvaguardare le imprese nazionali dalle scalate asiatiche, nazionalisti beceri e alla lunga anche dannosi non solo per i lavoratori italiani ma per lo stesso capitalismo di casa nostra

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