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Alle presidenziali Usa votereste per i democratici?

Sanders, Ocasio-Cortez, Warren, O’Rourke si confrontano per le primarie democratiche. Negli Usa torna a echeggiare la parola “socialismo”. Ma quali sono i programmi più a sinistra dei democratici?.

La sinistra europea e la politica Usa

Si sa che gli europei, e non solo loro, seguono con moltissima, quasi morbosa, attenzione, almeno dalla fine della seconda guerra mondiale in poi, le vicende politiche degli Stati Uniti. E questo è comprensibile. Forse gli italiani sono poi tra quelli che vi prestano più attenzione.

Anche nella sinistra del nostro Paese e nelle sue varie correnti l’attenzione alle vicende di quel Paese e a personaggi come Martin Luther King, o Malcom X, ma anche John Kennedy, Bill Clinton e Hillary Clinton, o Barack Obama, è sempre stata estrema. Di tali ed altri simili personaggi si è quasi sempre teso a commentare con positivo fervore anche le più leggere alzate di ciglia.

Ora l’attenzione è concentrata, ancora una volta con fiducia e con speranza, su personaggi nuovi presenti nel panorama della sinistra democratica, a figure come Bernie Sanders, Alexandra Ocasio-Cortez, Elizabeth Warren, Beto O’Rourke, che si dovrebbero presentare, insieme a diversi altri, alle primarie democratiche per la nomina a candidato ufficiale per le presidenziali.

Tale fiducia nei politici elencati è rafforzata da noi, tra l’altro, dall’analisi dei loro programmi per il Paese, programmi nei quali compare persino, qua e là, anche se essa non incontra il favore di tutti i politici citati, persino la parola “socialismo”.

Va peraltro incidentalmente ricordato che tale parola viene usata in tale caso in maniera piuttosto impropria (Ganesh, 2019). Ma non è certo la prima volta che questo succede, in America ed altrove.

Si spera così che alle prossime elezioni sia in ogni caso un candidato democratico e comunque possibilmente di sinistra che riesca a prevalere sul cattivo Trump.

I programmi per l’interno

Certo, a leggere i programmi di tali uomini politici si può per certi versi restare molto favorevolmente impressionati dalle riforme annunciate per il Paese.

Analizziamo con qualche attenzione quello di Elizabeth Warren, la senatrice del Massachusetts che per alcuni versi appare il personaggio che forse presenta le proposte più radicali tra tutti i candidati.

Warren prevede, tra l’altro, l’università e l’assistenza sanitaria gratuite per tutti, controlli molto più stretti su Wall Street, sui monopoli e comunque sulle grandi imprese, l’aumento dei salari e la riduzione delle tasse per le classi medie e popolari, una profonda riforma del sistema immigratorio, un forte aumento delle spese per infrastrutture.

Particolarmente significative, le sue dichiarazioni a proposito delle grandi imprese digitali. Oggi esse, afferma Warren, hanno troppo potere sulla nostra economia, la nostra società, la nostra democrazia. Esse hanno demolito la concorrenza, usato le nostre informazioni private per farci dei profitti, hanno danneggiato la piccola impresa a frenato l’innovazione. Perciò, tra l’altro, bisogna rompere i monopoli e promuovere mercati competitivi; ridurremo a dimensioni più ragionevoli, dichiara la senatrice (Stacey, 2019), imprese come Amazon, Facebook, Google e controlleremo i loro comportamenti.

Tutte intenzioni lodevoli; se poi le confrontassimo con i programmi e le pratiche degli scorsi anni di personaggi della cosiddetta sinistra europea, come Blair, Hollande, Renzi, Schoeder ed altre simili figure, lo scarto in positivo apparirebbe certamente evidente.

Così, molti da noi sono pronti a scrivere poemi in lode della donna politica statunitense.

E quelli per l’estero

Per quanto riguarda i rapporti con l’estero, i programmi dei candidati della sinistra democratica sono al momento piuttosto esigui, tranne che per quanto riguarda Warren e, in parte, per Sanders.

Ma se esaminiamo le idee della senatrice su tale fronte, il quadro cambia drasticamente.

Anche su tale piano, Warren appare a prima vista molto radicale. Essa afferma che gli Stati Uniti devono cessare con i loro interventi militari, oltre al fatto che bisogna rovesciare la tendenza ad una deregulation globale.

Ma appare opportuno a questo punto ricordare che la senatrice ha votato nel 2017 l’aumento delle spese militari di 80 miliardi di dollari, contribuendo a portarle all’astronomica cifra di 700 miliardi, più di quanto avesse chiesto lo stesso Trump, che pure non sembra scherzare come spirito bellico.

Warren, come del resto Sanders (Bessner, Greenberg, 2019), si dichiara poi d’accordo sul fatto che i Paesi che mettono insieme un regime autoritario e un capitalismo corrotto (l’allusione è qui a Putin, Bolsonaro, Orban e altri) siano una minaccia diretta per gli Stati Uniti, perché possono indebolire le basi delle istituzioni democratiche statunitensi. Quindi gli Stati Uniti devono combattere tale movimento verso l’autoritarismo e l’oligarchia.

Per quanto riguarda poi la Cina, la senatrice si è sempre mostrata molto ostile verso il Paese asiatico, con dichiarazioni molto aspre; essa ha chiesto, tra l’altro, di introdurre una legislazione per punire la Cina per i suoi abusi in tema di diritti umani. Ha inoltre denunciato l’influenza di tale Paese sui media e sulle istituzioni accademiche statunitensi (Wikipedia, 2019), scatenando quasi un clima da caccia alle streghe.

conclusioni

Anche se mancano i dettagli operativi di che cosa possano significare in termini concreti le minacce contro i Paesi ritenuti ostili, c’è comunque da spaventarsi. Si tratta di posizioni molto pericolose, che riecheggiano i toni della guerra fredda e tendono a dividere di nuovo il mondo in due blocchi, esattamente come una volta. Si prepara una nuova crociata.

Il disagio aumenta quando si registra che le classi dirigenti “liberal” del Paese sembrano essere d’accordo con tale linea. Si veda ad esempio, in proposito, le bellicose e recenti analisi di un autorevole personaggio come Thomas L. Friedmann (Friedmann, 2019).

Questo, quando il mondo dovrebbe cercare di combattere unito i cambiamenti climatici, di governare le nuove tecnologie, di almeno cercare di alleviare le profonde diseguaglianze in essere.

Anche i giornalisti di The Nation (Bedssner, Greenberg, 2019), influente organo vicino alla sinistra del partito democratico statunitense, si sono di recente scandalizzati per tali prese di posizione della senatrice, con un testo accorato.

Non osiamo a questo punto pensare a quali possano essere le linee guida in politica estera degli altri candidati democratici alla presidenza, quelli cosiddetti moderati.

Tutto questo, alla fine, fa molto comodo al complesso militare industriale del Paese, vera guida non tanto occulta della politica estera statunitense ed in parte anche di quella interna. Vediamo già sullo sfondo profilarsi altri aumenti delle spese militari, sanzioni economiche e finanziarie contro tanti Paesi, grandi operazioni occulte, con l’approvazione entusiastica di Warren, oltre che forse dell’intero partito democratico e degli intellettuali “liberal”.

Indubbiamente una bella prospettiva.

Testi citati nell’articolo

-Bessner D., Greenberg U., Foreign policy beyond good and evil, www.thenation.com, 11 marzo 2019

-Friedmann T. L., Who to elect for a 3 a.m. global crisis?, The New York Times, International edition, 14 marzo 2019

-Ganesh J., Ardent US capitalists should embrace ‘socialism’, www.ft.com, 13 marzo 2019

-Stacey K., Elizabeth Warren vows to break up Amazon, Google and Facebook, www.ft.com, 8 marzo 2019

–Wikipedia, Elizabeth Warren, 12 marzo 2019

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