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"Reddito di cittadinanza, una macchina oppressiva per il controllo della povertà mentre il lavoro vero latita". Il Domenicale di Controlacrisi, a cura di Federico Giusti
ll dibattito sul reddito di cittadinanza inizia sul finire degli anni ottanta quando i 5 Stelle non esistevano e Grillo era solo un comico televisivo.

Attribuire la paternità di un dibattito a chi è senza memoria storica gioca sempre brutti scherzi perchè non si coglie l'aspetto rilevante della questione, aspetto ancora oggi valido ossia il conflitto tra due culture spesso antitetiche, la cultura lavorista e quella invece che ritiene il reddito indispendente dalla prestazione lavorativa.

Negli anni ottanta esisteva un welfare funzionante e capace di erogare servizi, l'università aveva costi accessibili per le famiglie operaie, la sanità era gratuita, il potere di acquisto di salari e pensioni decisamente piu' elevato con meccanismi di adeguamento del costo della vita sapientemente distrutti dai fautori delle politiche di austerità. Sono trascorsi lustri da allora, anni nei quali la povertà è tornata a manifestarsi con forza attanagliando settori sociali emersi dalla miseria negli anni del boom economico, anni nei quali la disoccupazione è cresciuta e con essa sono diminuiti i lavori stabili.

E cosi' la povertà è sempre piu' diffusa, colpisce migranti ed autoctoni, i servizi sociali sono in costante riduzione e la lotta tra poveri è il cavallo sul quale sono saliti in molti, ultimi la Lega e il Mov 5 Stelle.

Nell'agenda politica le misure di contrasto alla povertà sono arrivate tardi alimentando il clima di razzismo verso i migranti, solo due anni fa è stato approvato dal centrosinistra il reddito d’inclusione, poi è arrivato il reddito di cittadinanza che ha portato gli stanziamenti dai 2 miliardi iniziali ad 8.

Fatti due conti 1,3 milioni di famiglie beneficeranno del reddito di cittadinanza, praticamente il triplo di quante erano incluse nel Rei di due anni fa, una cifra ragguardevole che tuttavia lascia fuori ancora molti anzi troppi poveri.

La domanda da porci è quindi un'altra: quanti sono i poveri in Italia? E cosa intendiamo per povertà relativa e per povertà assoluta? Sono sufficienti i soldi stanziati per contrastare la miseria e soprattutto ne beneficeranno solo i bisognosi o molti di loro resteranno esclusi? Esistono soluzioni atte ad includere i poveri esclusi tra i beneficiari del reddito e soprattutto basteranno i soldi?

Domande difficili, di certo le risorse a disposizione del Governo sono insufficienti se già si parla di una manovra correttiva per il prossimo Autunno, ergo non è sbagliato pensare alla crescita della miseria nel Bel Paese.

A poche settimane dalla approvazione del decreto legge è già tempo di bilanci e sicuramente non sono tutti positivi perchè tra gli esclusi troviamo migranti ma anche italiani, famiglie numerose molte delle quali abitanti nei distretti industriali.

Il reddito di cittadinanza originario rappresentava una fonte di spesa insostenibile per le deboli e sguarnite casse Governative, in teoria sarebbe costato piu' del doppio della cifra totale stanziata (Rei incluso) con una platea di beneficiari pari a circa 10 milioni di euro. Poi, nel corso dell'estate, il reddito ha subito innumerevoli modifiche trasformandosi in uno strumento per imporre lavoretti sempre che questi lavoretti siano poi disponibili sul mercato. C'è chi in seno al Governo contesta il reddito perchè escluderebbe troppe famiglie dalla platea dei beneficiari, c'è chi vorrebbe sottoporre i destinatari a controlli piu' severi per influenzarne lo stile di vita dentro un modello sociale sempre piu' oscurantista.

Se confrontiamo il Reddito con il vecchio Rei capiamo che una famiglia composta da una sola persona percepisce molti piu' soldi in proporzione di quelli ricevuti da un nucleo familiare formato da almeno 4 componenti, quindi i provvedimenti adottati vengono ritenuti iniqui e inadeguati e non mancheranno i fautori delle famiglie che , dati alla mano, inizieranno a protestare per rivedere i criteri di erogazione e la tipologia dei beneficiari.

E' alquanto impopolare la critica al reddito e ancora di piu' lo sarebbe proporre una sorta di lavori socialmente utili in cambio di reddito per rafforzare il welfare, eppure questi lavori sarebbero indispensabili anche per rafforzare uno stato sociale sempre piu' inadeguato a fronteggiare le urgenze per non parlare poi della prioritaria salvaguardia e manutenzione del territorio.

Tutta ancora da valutare è l'opera dei centri per l’impiego per verificare quantità e qualità degli interventi d’inclusione lavorativa, ancora piu' oscura è l'analisi degli interventi dei Comuni destinati alla inclusione sociale.

Ma nel corso del tempo le finalità del Reddito sono cambiate, da misura di contrasto, molto teorico, della povertà siamo passati a considerarlo come strumento di inclusione sociale e lavorativa, quello che manca è il coordinamento tra tutti i soggetti interessati, la verifica dell'operato di Centri per l'impiego e Comuni, la disponibilità a rafforzarne organici e funzioni, insomma siamo ancora lontani dal costruire una rete tra i vari soggetti coinvolti nel reddito, anzi assistiamo a frammentazioni e ritardi continui.

Il Reddito è stato approvato senza prima mettere a punto una macchina organizzativa tra Comuni, Regioni, Centri per l'Impiego e collegamenti tra banche dati, è stata una misura elettorale e in questi mesi nessuna verifica effettiva è stata ancora effettuata. Di sicuro, all'ombra del reddito, assistiamo alla progressiva contrazione dei servizi locali del welfare, corriamo il rischio di costruire un sistema di controllo oppressivo sui poveri e nel frattempo i lavori da offrire latitano.

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