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"Rosso è il cammino", recensione del libro di Pino Santarelli a cura di Vittorio Bonanni
E’ una storia di sinistra, quando con questa parola si intendeva qualcosa di preciso, di fortemente identitario nel senso più positivo che si può dare a questo aggettivo. Stiamo parlando di “Rosso è il cammino. Un’autobiografia militante”, un libro di Pino Santarelli (Bordeauxedizioni, pp. 283, euro 18,00), con prefazione di Alessandro Portelli e di Simone Oggionni. Originario di Scurcola, in Abruzzo, dove nacque il 5 ottobre del 1941, Pino conobbe dunque gli ultimi anni della guerra ma vista la giovanissima età i suoi primi ricordi si rifanno agli anni ’45 e ’46, quando il padre ritornò dal servizio militare. Fino a tutto il 1953, l’anno della cosiddetta “legge truffa” che ebbe le sue belle ripercussioni anche a Scurcola, il nostro “militante esemplare” come è stato definito nel libro, ha vissuto nella durezza e tra le difficoltà delle montagne abruzzesi ma già dal 1954 la sua vita si è svolta nella grandezza della metropoli romana e della sua periferia, Centocelle, Alessandrina, Torre Spaccata, Torre Maura, Giardinetti, che altro non erano che le storiche fermate del trenino, ora in parte sostituite dalla metro C. Nella capitale Pino diventa un compagno a tutto tondo, uno che già nello stesso anno del suo arrivo nella metropoli si iscrive presso il circolo Appio della Federazione giovanile comunista per poi proseguire nella sezione di Centocelle, dove porterà avanti nei decenni il suo impegno fino alla radiazione dal partito nel 1970 con tutto il gruppo de “il manifesto”, al quale aveva aderito di fatto tutto il circolo di quella storica periferia romana. Fino a quell’anno Pino aveva vissuto in pieno tutte le vicende che caratterizzarono la storia del Pci, sia a livello locale, fu delegato nel 1969 al congresso romano del XII congresso del partito, che nazionale. Dopo l’espulsione seguì il destino di quel gruppo che diede poi vita al Pdup, formazione politica che nel 1984 rientrò nel Pci. Scelta che invece Santarelli fece un anno prima, con Berlinguer ancora in vita. Ma la storia di Pino non è stata fatta soltanto di politica. Grande lavoratore – il suo impegno più importante è stato come tecnico presso il Policlinico Umberto I – Pino negli anni ’60 è stato un protagonista della vita culturale romana ma potremmo dire a livello nazionale. Un po’ per caso si ritrovò infatti a gestire un importante club musicale della capitale, il “Sergio Endrigo” del quale lui e un gruppo di amici divennero gestori. Ben presto il locale divenne così famoso per le frequentazioni di prestigio che lo caratterizzarono che lo storico giornale romano di sinistra “Paese Sera” fece uscire un pezzo intitolato “Centocelle come Liverpool”. Il club andava per la maggiore tanto che, come racconta Pino, “riuscimmo a organizzare una triangolazione molto funzionale tra noi, il Piper, il locale da ballo più famoso d’Italia, e la Rca, la più grande industria discografica italiana”. Una personalità eclettica dunque, tutt’altro che limitata ad una vita di partito nei confronti della quale, come dimostra la sua storia, assunse sempre un atteggiamento critico e non scontato. Come ha avuto modo di dire Gianni Cuperlo in una recente presentazione di “Rosso è il cammino” basta sfogliare l’indice dei nomi per capire l’essenza del lavoro di Pino Santarelli, che cosa c’è nel suo dna culturale e politico. E, aggiungiamo noi, leggere i titoli dei capitoli, che scandiscono dal dopoguerra in poi fino agli anni ’80 la storia del nostro Paese e di una sinistra tanto apparentemente forte quanto fragile visto come è andata in questi ultimi venticinque anni. Pino aderirà poi a Ridondazione comunista ed ora è un militante di Sinistra Italiana. Nel libro non si fa cenno di questi ultimi tormentati decenni ma il suo impegno è di parlarne in un prossimo lavoro che noi aspettiamo con grandi aspettative. Grazie Pino.
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