Domenica 26 Maggio 2019 - Ultimo aggiornamento 18:23
MioGiornale.com
Logo ControLaCrisi.org
Filtra per luogo...
Filtra per tema...
Filtra per data ...
Nascondi
Governo finito, crisi in attesa Conte paralizzato a palazzo

La maggioranza gialloverde è un campo di battaglia. La guerra mimata, che permetteva ai soci di giocare tutte le parti in commedia, anche quella dell’opposizione, massimizzando i consensi a prezzo però di una paralisi che data ormai da gennaio, è stata rimpiazzata dalla guerra guerreggiata, con bombardamenti sempre più pesanti.

La Lega minaccia di affondare il decreto Salva Roma, che dovrebbe sanare 2,5 miliardi di debiti del comune, chiede di stralciarlo dal decreto Crescita che dovrebbe infine vedere la luce martedì. Equivale a chiedere la testa della sindaca Raggi come condizione per salvare la capitale. I 5S rispondono annunciando l’imminente presentazione di una legge sul conflitto di interessi, al cui testo starebbero già «lavorando». Dovrebbe essere depositata in commissione alla camera la settimana prossima, ricalcata su quella presentata nella scorsa legislatura da Fraccaro, per la Lega invotabile, e Di Maio spera di votarla prima delle europee.

L’intento è chiaro: dimostrare che tra la Lega e Berlusconi i legami non si sono mai allentati nella speranza che per una parte sostanziale dell’elettorato Berlusconi sia ancora l’uomo nero. Non a caso Di Maio martella sull’assunzione del figlio di Arata, l’imprenditore dell’eolico che avrebbe pagato la tangente di 30mila euro al sottosegretario Siri, indicandolo come «uomo di raccordo tra Lega e Fi».

STANCO di assistere a un gioco delle parti in cui M5S si presenta come il vero partito d’opposizione, il Pd si inserisce con una mozione di sfiducia contro il governo. Anche in questo caso l’obiettivo è palese: dimostrare con il voto parlamentare che Lega e M5S non sono contrapposti ma alleati. Perché di battaglie, in questo momento se ne combattono due, quella tra i soci della maggioranza ma anche quella, persino più disperata, tra Pd e M5S per un secondo posto alle elezioni europee. Questione di un punto percentuale, forse, ma il cui valore politico sarebbe moltiplicato a ennesima potenza.

L’ESCALATION delle leggi adoperate come armi di rappresaglia non cancella il casus belli originario, le dimissioni di Siri che i 5S continuano a esigere, e quelle della sindaca Raggi, assediata dalla Lega. «È il caso che Siri faccia un passo di lato per opportunità politica», ripete il capogruppo 5S alla camera D’Uva, riprendendo la formula usata nell’intervista mattutina da Di Maio. Entrambi insistono sulla necessità di «chiarimenti» sul caso Siri-Arata da parte di Salvini e di Giorgetti, reo di aver assunto il figlio di Arata. Il problemaccio incandescente è in realtà nelle mani di Conte. È lui a dover trovare una via d’uscita dal labirinto e promette di farlo «in tempi brevi». Se di mezzo ci fosse solo la richiesta di dimissioni, l’avvocato di palazzo Chigi troverebbe facilmente una via d’uscita. Ma con quell’improvvido ritiro delle deleghe deciso da Toninelli, la mossa che ha reso lo scontro inevitabile, trovare una soluzione soddisfacente è quasi impossibile.

RAGGI RESISTE ma le crepe nel suo stesso fronte sono profonde. L’ex assessora Montanari, vicinissima a Beppe Grillo, la accusa di voler in rosso i bilanci Ama per far subentrare, attraverso Acea, i privati. In effetti è difficile spiegarsi altrimenti il diktat della prima cittadina. Di Maio, diplomatico, cancella la manifestazione per le europee a Roma e segnala che la sindaca ha esaurito i due mandati, L’appiglio per non ricandidarla c’è. Per fortuna.

Tuttavia Conte e Di Maio insistono nel dire che il governo non corre rischi. Bugia. Il governo non esiste più. La diga contro una Lega che già non sopportava più i soci era Salvini e ora anche lui non vede l’ora di liberarsi della zavorra gialla. In più è convinzione diffusa che un nuovo governo, con dietro una diversa maggioranza, affronterebbe comunque in posizione più vantaggiosa il passaggio strettissimo della legge di bilancio e delle trattative con Bruxelles. Al posto del governo c’è già una mummia, come nei regimi da operetta. Ma per quanto tempo il cadavere imbalsamato continuerà a fingersi vivo nessuno può dirlo. C’è di mezzo un calendario che rende difficili le elezioni anticipate. Alla fine, come spesso succede in questi casi, la crisi semplicemente «capiterà».

Dona il tuo 5x1000 a controlacrisi