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La Corte di giustizia della Ue dà il via libera all’arbitrato previsto dal CETA. Monica Di Sisto: "Si tratta di un meccanismo costruito su misura per gli investitori esteri, a scapito della sovranità degli Stati e dei diritti dei cittadini"
La Corte di giustizia della Ue dà il via libera all’arbitrato previsto dal CETA, l’accordo di libero scambio fra l’Unione europea e il Canada. Secondo un parere diffuso oggi, la procedura di risoluzione delle controversie fra investitori e Stati prevista dall’accordo è compatibile col diritto dell’Unione. Si tratta in sostanza di un meccanismo di risoluzione delle controversie che permette alle aziende e alle multinazionali di fare causa agli Stati davanti a un tribunale arbitrale.

L’accordo di libero scambio fra Canada e Ue è stato siglato nel 2016 e, nella parte dedicata agli investimenti, ha l’obiettivo di istituire una procedura di risoluzione delle controversie fra investitori e Stati in cui si prevede la costituzione di un tribunale e di un tribunale d’appello nonché, a più lungo termine, di un tribunale multilaterale per gli investimenti. È prevista quindi l’istituzione di un sistema giurisdizionale degli investimenti (Investment Court System, ICS). A settembre del 2017 il Belgio ha chiesto il parere della Corte di giustizia sulla compatibilità di tale procedura di risoluzione delle controversie con il diritto primario dell’Unione, esprimendo di fatto dubbi sugli effetti della procedura in relazione alla competenza esclusiva della Corte nell’interpretare il diritto della Ue e sull’autonomia dell’ordinamento giuridico europeo.

Nel parere espresso oggi, la Corte di Giustizia di fatto dà via libera all’arbitrato. La Cgue sottolinea che “il diritto dell’Unione non osta né alla creazione di un tribunale, di un tribunale d’appello e, successivamente, di un tribunale multilaterale degli investimenti, né al fatto che il CETA attribuisca loro la competenza a interpretare e applicare le disposizioni dell’accordo alla luce delle norme e dei principi di diritto internazionale applicabili tra le parti del CETA. Viceversa, poiché questi tribunali si pongono all’esterno del sistema giurisdizionale dell’Unione, essi non possono essere legittimati a interpretare o applicare le disposizioni del diritto dell’Unione diverse da quelle del CETA o a pronunciare decisioni che possano avere l’effetto di impedire alle istituzioni dell’Unione di funzionare conformemente al quadro costituzionale di quest’ultima”.

Secondo la Cgue, dunque, l’accordo di libero scambio Ceta non attribuisce ai tribunali previsti “nessuna competenza nell’interpretazione o nell’applicazione del diritto dell’Unione diversa da quella vertente sulle disposizioni di tale accordo. In questa cornice, la Corte sottolinea segnatamente che l’accordo attribuisce all’Unione il potere di determinare, quando un investitore canadese cerchi di contestare misure adottate da uno Stato membro e/o dall’Unione, se la questione debba essere diretta avverso detto Stato membro o avverso l’Unione, alla luce delle norme sulla ripartizione delle competenze tra l’Unione e i suoi Stati membri. La competenza esclusiva della Corte a statuire sulla ripartizione delle competenze tra l’Unione e i suoi Stati membri è pertanto preservata”.

Secondo la Corte, inoltre, il CETA contiene delle clausole che privano i tribunali previsti della competenza a rimettere in discussione “scelte democraticamente operate” in materia “di livello di tutela dell’ordine pubblico, della pubblica sicurezza, della morale pubblica, della salute e della vita delle persone e degli animali, della sicurezza degli alimenti, delle piante, dell’ambiente, del benessere nel luogo di lavoro, della sicurezza dei prodotti, dei consumatori o ancora dei diritti fondamentali. Di conseguenza, quest’accordo non lede l’autonomia dell’ordinamento giuridico dell’Unione”. Per la Corte, infine, il CETA “contiene garanzie sufficienti per assicurare l’indipendenza dei membri dei tribunali previsti”.

Non è una sentenza che piace alla società civile. Tanto è vero che a stretto giro, dopo la comunicazione della Corte, arriva la presa di posizione della campagna Stop TTIP-Stop CETA che da tempo denuncia il sistema dell’arbitrato come un’arma delle multinazionali contro gli Stati e come un rischio per la democrazia perché mette in discussione la capacità degli Stati di legiferare nell’interesse della collettività.

“La sentenza – dicono dalla campagna Stop TTIP/Stop CETA – legittima un sistema controverso, che consente alle multinazionali di fare causa agli Stati per scoraggiare l’approvazione di leggi che minacciano i loro profitti. Qualunque norma – anche se varata per proteggere l’interesse pubblico o l’ambiente – sarà impugnabile in opachi tribunali, che prestano il fianco a gravi conflitti di interessi”.

“Si tratta di un meccanismo costruito su misura per gli investitori esteri, a scapito della sovranità degli Stati e dei diritti dei cittadini – dichiara Monica Di Sisto, portavoce della campagna Stop CETA, coalizione di 200 organizzazioni – Abbiamo dimostrato nel recente rapporto “Diritti per le persone, regole per le multinazionali: Stop ISDS”, che la creazione di Corte per gli investimenti inserita nel CETA su proposta della Commissione europea rappresenta una minaccia per la democrazia e l’ambiente e chiediamo che il Parlamento si attivi immediatamente per bocciare il trattato in blocco, così da aprire in tutta Europa un fronte critico verso il commercio senza regole e senza rispetto dei diritti”. L’arbitrato internazionale, prosegue Di Sisto, è diventato “una macchina da soldi che ci autoalimenta grazie al conflitto di interessi”, in cui gli avvocati sono pagati a chiamata e possono approvare richieste di indennizzo imponenti da parte delle imprese. “Rifiutiamo il principio stesso di un tribunale sovranazionale, che consente agli investitori esteri, e soltanto a loro, di aggirare le giurisdizioni nazionali ed europee per contrastare una decisione pubblica che non rispecchia le loro aspettative di profitto”.

Qualche numero sulla dimensione di questi arbitrati è stato diffuso all’inizio dell’anno proprio dal dossier lanciato dalla campagna. Negli ultimi trent’anni, in tutto il mondo, gli Stati hanno già dovuto pagare 84,4 miliardi di dollari alle imprese private a seguito di sentenze sfavorevoli (67,5 miliardi) o costosi patteggiamenti (16,9 miliardi), cifra fra l’altro parziale perché i dettagli di molte cause sono ignote e perché molti ricorsi sono ancora pendenti. A finire sotto accusa sono legislazioni sull’inquinamento, la ripubblicizzazione dei servizi, norme sul lavoro o per tutelare i consumatori da prodotti nocivi.

Nel rapporto “Diritti per le persone, regole per le multinazionali”, vengono elencati numerosi casi. Le compagnie possono citare in giudizio gli Stati per nuove politiche ambientali (è accaduto in Canada), per provvedimenti che limitano la presenza di zucchero nelle bevande (due colossi del food americano contro il Messico), per quelli che aggiornano il packaging dei pacchetti di sigarette (le major del tabacco contro Uruguay e Australia). In Italia ad esempio si segnala il caso delle trivelle: la causa più pesante è stata intentata dalla compagnia petrolifera britannica Rockhopper nel 2017 con la richiesta di 350 milioni di dollari in compensazioni per aver subito il no al rinnovo della concessione per la piattaforma Ombrina Mare, che voleva cercare petrolio nell’Adriatico abruzzese entro le 12 miglia marine. L’arbitrato, denunciano dalla campagna, rappresenta “un’arma delle multinazionali contro l’ambiente e la sovranità degli stati”.

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