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Agricoltura, uno dei temi di cui non parla nessuno. E che in Europa deciderà il confronto con le multinazionali. Fabbris: "Occorre una riforma radicale altrimenti lo spettro della desertificazione delle nostre campagne diventerà più che reale"
Non sono così lontani i tempi in cui i contadini rappresentavano la maggioranza della popolazione europea. Le campagne, con i loro ritmi, le forme di produzione, l’organizzazione sociale, hanno mantenuto – si potrebbe dire fino all’altro ieri – un peso preponderante nella storia d’Europa. Oggi siamo al punto di svolta perché l’Europa è costretta a cercare un’alternativa alla disastrosa strategia della compensazione praticata dagli anni sessanta in poi e denominata, un po’ pomposamente, Politica agricola comunitaria (Pac). Il quadro è completamente cambiato.

Intanto, perché alla parola agricoltura bisogna sostituire la parola “agro-alimentare”, con varianti forti come “agribusiness”. E poi perché la mediazione politica, e istituzionale, non va più trovata nel consesso degli Stati membri europei ma nel confronto diretto, e quasi sempre impietoso e perdente, con i veri poteri del settore, quelli economici delle multinazionali. Un nome per tutti, il colosso agro-chimico Bayern-Monsanto nato pochi anni fa che in sostanza chiude il cerchio della filiera produttiva conquistandosi una insuperabile posizione monopolista e quindi facendo il bello e cattivo tempo su un tema capitale per il pianeta: come sfamare circa dieci miliardi di persone che tra trent’anni aumenteranno la richiesta di cibo di circa la metà in più rispetto alle cifre attuali.

Di questi temi si è parlato. Per esempio, al Food economy summit, organizzato dalla Fondazione Giangiacomo Feltrinelli proprio pochi giorni fa. Il messaggio è chiaro, soprattutto se letto in connessione con il cambiamento climatico. Ed è affidato alle parole di Molly Anderson, docente di studi alimentari al Middlebury College: “L’approccio oggi prevalente nell’agribusiness, quello produttivista è fallace. Si basa sull’idea semplicistica che per risolvere il problema della fame nel mondo basta aumentare la produzione di cibo. In realtà di cibo se ne produce già tanto, ma non arriva a chi se lo può permettere: il vero problema non è la disponibilità di cibo, ma la sua reale accessibilità. E l’approccio produttivista sta causando molti danni”.

Parliamo di danni ambientali, innanzitutto: la riduzione della biodiversità e le emissioni di gas serra, quali l’anidride carbonica. L’Ipcc, che misura proprio questo, nel report previsto in agosto, stando ad alcuni fonti autorevoli, renderà noto che la percentuale di emissioni derivante dalla deforestazione a scopo agricolo è più alta di quanto stimato in precedenza. Senza contare gli effetti diretti sulla salute, ovviamente: negli Stati uniti cinque delle principali cause di mortalità sono correlate alla dieta. Inoltre molti allevatori attraverso la smodata somministrazione degli antibiotici non fanno che contribuire in modo sostanziale alla resistenza batterica e quindi all’affacciarsi di malattie non curabili con i mezzi a disposizione.

La soluzione ci sarebbe, ovvero ritornare, per dirla in breve, alla filiera corta, che poi vuol dire all’agricoltura sostenibile. Ma il nodo è proprio questo. A spiegarlo è ancora Anderson: “L’agricoltura industriale, oggi, richiede forti investimenti in attrezzature. Una volta che questi investimenti sono fatti, per gli agricoltori diventa molto difficile cambiare colture. Soprattutto quando certe colture – come il mais e la soia negli Stati Uniti – sono massicciamente sussidiate dal governo”. Una scheda perfetta del significato della parola “poteri forti”. L’Europa sarà in grado di essere tra i protagonisti del “Green new deal”?, come l’hanno definito Massimiliano Tarantino e Salvatore Veca, rispettivamente segretario generale e presidente onorario della Fondazione G. Feltrinelli.

Oggi l’Europa di Bruxelles, quella delle norme sul calibro delle carote e delle vongole, sembra impallidire di fronte allo strapotere delle multinazionali dell’agro-alimentare. Un concetto che sfugge del tutto a chi, in occasione della tornata elettorale del 26 maggio, si appresta a dare fiato alla propaganda elettorale senza avere davvero cognizione di causa. Siamo all’assurdo di slogan elettorali come quelli della Lega che parlano di protezione dell’agricoltura invocando la secessione dall’Europa da un lato e, contemporaneamente, dal Sud. Insomma, il cosiddetto “sovranismo” come chiave, immaginaria, attraverso la quale risolvere ogni problema sociale, politico, istituzionale. Ma in realtà i problemi si moltiplicano. Chi difenderà gli agricoltori italiani dall'assalto delle produzioni che le multinazionali stanno portando avanti in Africa piuttosto che in Romania? Chi stroncherà definitivamente la truffa del grano canadese alle micotossine "tagliato" con la varietà "Senatore Cappelli" proprio per abbassarne la tossicità? Grano canadese che viene considerato dai canadesi stessi scarto, cibo per maiali insomma. Dall’altro, c'è da dire, il silenzio atroce del centrosinistra che grazie alla politica delle compatibilità cerca di prolungare l’agonia delle campagne senza capire che ormai non ci sono spazi per mediazioni raffazzonate e prive di una visione reale sul futuro. Non a caso fu proprio il ministro De Castro, Pd, ad alzare da un giorno all’altro l’asticella delle micotossine.

La Pac (La Politica Agricola Comune varata nel 1962 e che sta per essere cambiata) rappresenta comunque circa il 40% dell’intero budget dell’Ue pari a oltre 400 miliardi di euro (52 miliardi in 6 anni per l’Italia). Una mole enorme di risorse che incide direttamente non solo sulla nostra agricoltura ma, anche , sulla salute, l'ambiente, il diritto al cibo. Le aree rurali produttive, poi, sono ancora il 50% del territorio europeo. Una buona base per la filiera corta e la sovranità alimentare, quindi, c’è. Bisogna però armare un cambiamento profondo. Sarà molto interessante, per esempio, e decisivo, osservare cosa accadrà nella scandalosa vicenda del Glifosato, dove c'è voluta una sentenza del Tribunale Ue per tirar fuori dai cassetti i dati sulla tossicità.

Per l'Italia le scelte del passato hanno accelerato il processo di chiusura di molte aziende agricole, contribuendo a trasformarci da Paese dalla tradizione millenaria di produzione del cibo a grande piattaforma di speculazione commerciale con il Made in Italy svuotato del lavoro dei nostri agricoltori e braccianti. Il giochino è semplice. Quello che passa agli occhi dei consumatori come “Made in Italy” è, nella maggioranza dei casi solo di facciata perché il prodotto sostanziale ha origine all’estero. Quello che accade nei porti italiani, per esempio, è al limite dello scandalo. Per esplicita ammissione della Guardia di finanza, come ribadito in molti interventi del presidente di uno dei più forti movimenti dei contadini al Sud, “Riscatto”, Mimmo Viscanti, in realtà in porti strategici come quello di Bari le merci extra-Ue controllate sono appena il 5%. Senza contare che su quelle comunitarie c’è la strana triangolazione di carichi prelevati in porti europei ma la cui provenienza non è europea.

Mentre i poteri finanziari e speculativi hanno tratto dalla Politica Agricola Europea grandi vantaggi, il crollo dei prezzi al campo e, conseguentemente, dei redditi agricoli e dei salari, sta lasciando le nostre comunità rurali sempre più indebolite, l’agro-ambiente e il territorio minacciato, la sicurezza dei cittadini a rischio. Un dato per tutti, per quello che riguarda l’impiego di manodopera, come sottolinea spesso Ivan Sagnet, portavoce dell’associazione “No-Cap”: ben tre prodotti alimentari su cinque in Italia sono il risultato della filiera dello sfruttamento. Una filiera che nonostante la legge contro il caporalato, rimasta in gran parte poco applicata, ancora registra situazioni da terzo mondo e una forte e perdurante tendenza al ribasso delle remunerazioni per i braccianti.

Secondo Gianni Fabbris, candidato per la lista “la sinistra” alle elezioni europee del 26 maggio, quello che occorrerebbe è un grande piano di rilancio di gestione e riconversione delle aree rurali fondato sulla loro rinaturalizzazione, sul diritto alla terra, il superamento dell’agricoltura industriale, la tutela dei beni comuni. Ed in più regole trasparenti per il commercio agroalimentare con l’obiettivo di riequilibrare la distribuzione del valore aggiunto nelle filiere e la contrattazione interprofessionale, favorire la redditività degli investimenti ai diversi attori economici e sociali, sancire il criterio per cui le regole che si applicano ai nostri agricoltori vanno applicate anche ai prodotti alimentari in ingresso, controllare conseguentemente che le importazioni rispettino questi criteri, E ancora, fine delle pratiche di dumping sia quando esportiamo nei paesi del Sud sia in ingresso ai nostri mercati”.

Se sentiremo parlare di Agricoltura sarà anche dagli esponenti della lista “Verdi Europei”. Un passaggio quasi obbligato per loro, considerando che l’ambiente sta diventando sempre più qualcosa di molto concreto che si intreccia inevitabilmente con la dimensione e le scelte economiche dei vari settori. “Certo, la filiera corta va perseguita e tutelata – sottolinea Angelo Bonelli, candidato per la circoscrizione del Nord-Est – considerando anche che l’agribusiness sta potenziando la desertificazione della terra, ma un fronte importante che tra le altre cose dovrebbe portare ad una nuova alleanza tra agricoltori e cittadini-consumatori è quello dell’uso dei pesticidi e veleni vari. La politica non può sfuggire a questa responsabilità”. “Voglio ricordare – aggiunge Bonelli – che proprio il Governo attuale, che chiamerei “giallo-nero” e non gialloverde ha varato una norma per allocare i fanghi di depurazione, che contengono diossina, sui suoli agricoli. Operazione facile considerando lo spopolamento delle campagne”. Bonelli non si lascia scappare l’occasione per attaccare il Pd. “Nel corso della puntata italiana di Greta abbiamo assistito a scene di pura ipocrisia da parte dei massimi esponenti del Pd che fin all’altro giorno hanno sostenute le piattaforme petrolifere al largo delle coste italiane e l’impianto di centri commerciali nelle ex aree agricoli e oggi plaudono agli slogan dell’ambientalismo internazionale”.

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