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RIPENSARE CARLO MARX E LA LOTTA DI CLASSE, I NUOVI MOVIMENTI REALI

“ Marx 201. Ripensare l’alternativa” è il titolo del bel convegno, estremamente ricco e variegato, che si è svolto a Pisa da mercoledì 8 a venerdì 10 maggio. Si è trattato di una tre giorni, con nove sessioni di discussione, organizzata da Alfonso Maurizio Iacono, filosofo e professore ordinario dell’Università di Pisa, e da Marcello Musto, uno tra i più significativi studiosi attuali di Marx su scala internazionale: l’idea fondamentale è stata quella di ripercorrere e recuperare alcune definizioni del pensiero di Marx, a partire da categorie e tematiche fondamentali, “depurandolo” dalle incrostazioni derivanti dalle interpretazioni e dalle piegature storico-politiche novecentesche dei molteplici marxisti e marxismi, per tornare alle radici del suo pensiero. L’altro aspetto che ha caratterizzato il convegno è la volontà di coniugare la dimensione politica con quella teorico-scientifica, mettendo in relazione le analisi e la visione della storia di Marx con alcuni della variegata galassia dei movimenti e delle forme di resistenza al dominio del capitale che si sono manifestate in questo scorcio di inizio XXI secolo.
 È in questo contesto che Al varo Garcia Linera , intellettuale e sociologo impegnato nei movimenti guerriglieri boliviani, e oggi Vicepresidente della Bolivia di Evo Morales , nonché vera e propria eminenza grigia del governo boliviano e del MAS (Movimiento Al Socialismo), organizzazione con cui insieme a Morales ha vinto le elezioni nel 2005. Al suo attivo numerosi libri teorici e politici, tradotti in inglese ad attestare lo spessore internazionale del suo profilo di intellettuale di sinistra e marxista, tra cui Las Tensiones Creativas De La Revolución, La Potencia Plebeya, A Potência Plebeia. Ação Coletiva e Identidades Indígenas, Operárias e Populares na Bolívia.
L’ampia relazione di Linera , dal titolo: Marx en América Latina. Nuevos caminos al comunismo, ha sviluppato una riflessione sul pensiero rivoluzionario di Marx, a partire dalla sottolineatura della differenziazione tra la società dell’America Latina, a base prevalentemente contadina e rurale, rispetto alle società industriali come quella europea o nordamericana. La tesi di fondo di Linera è che, con il crollo del blocco socialista dell’Est incentrato sul cardine imbalsamato e asfittico dell’URSS, si siano create le condizioni per una vera e propria rimessa in moto della storia, e con la fine della visione dogmatica del marxismo irrigidito nel marxismo-leninismo di stampo sovietico si possa avviare un rinnovamento profondo della teoria marxista rivitalizzando le categorie di Marx portandolo a contatto del corpo vivo dei movimenti popolari reali che si sono sviluppati innanzitutto, in questi ultimi anni, nei continenti extraeuropei e nei paesi non industrializzati. Questa cesura della storia, secondo Linera, potrà dare una nuova prospettiva e aprire nuovi orizzonti per il comunismo, al di là delle categorie univoche e sostanzialmente fallimentari della concezione dominante del marxismo novecentesco, imperniata prevalentemente sull’economicismo e sullo statalismo.
Per Linera la fine del blocco sovietico , più che sancire la fine della prospettiva di trasformazione e il trionfo del capitalismo, ha invece rappresentato l’occasione per liberare nuove energie e nuove prospettive di resistenza e di opposizione al sistema oppressivo che ne è scaturito, quel liberismo selvaggio che ha incarnato gli spiriti del neocolonialismo e del neoimperialismo negli ultimi trent’anni. Queste nuove energie e prospettive, emerse soprattutto nelle società dell’America Latina, possono essere incanalate e orientate mediante il recupero di una idea, di una parola che fornisce un nuovo orizzonte storico-sociale e incarna una speranza per l’umanità intera: questa idea, questa parola è comunismo.
Il comunismo è una risposta alla crisi del capitalismo , che si è manifestata in maniera eclatante attraverso le continue bolle finanziarie culminate in quella del 2007/2008, a cui sono seguiti i fallimenti di rilevanti istituti di credito che hanno trascinato l’economia occidentale sull’orlo del baratro; la crisi sistemica però, pur accentuando l’ingiustizia sociale che già il liberismo trionfante aveva provocato scavando solchi sempre più ampi tra le classi sociali nel corso di circa trent’anni di attacco alle politiche pubbliche contro i servizi sociali universali, ha rivelato che il capitalismo non è una forma sociale naturale e insuperabile, quanto piuttosto un sistema fragile e sottoposto a crisi sempre più violente. Il comunismo può dunque tornare a presentarsi come un’alternativa, ancora non esistente, ma che esiste come possibilità: essa fa sì riferimento a qualcosa che (ancora) non esiste, afferma Linera, ma rappresenta anche un orizzonte in contrasto con l’idea mistica dell’eternità e insuperabilità del capitalismo. Il comunismo, dunque, rappresenta un’alternativa possibile al capitalismo, il quale ha mostrato la propria inefficienza, oltre che iniquità e ingiustizia sociali, con la crisi economico-finanziaria e socio-politica generatrice di nuovi populismi suprematisti e fascistoidi, sovranismi xenofobi e protezionismi commerciali .
Sostiene Linera che per riattivare il movimento reale e storico, orientato all’abolizione del capitalismo come sistema ingiusto e inefficiente al contempo, occorre anche prendere atto del fallimento dell’esperimento socialista sovietico, che si è fondato su una concezione statalista ed economicista della società in cui i lavoratori non si sono emancipati dall’alienazione e dalle forme di sottomissione tipiche del sistema capitalistico-industriale, ma le hanno riprodotte nell’ambito della proprietà statale.
Il crollo dei regimi dell’est europeo e la crisi del capitalismo di inizio secolo sarebbero quindi da equipararsi. La centralità del “lavoro libero e associato”, fondato sull’autorganizzazione dei lavoratori stessi, è l’obiettivo del movimento che si definisce comunismo, mentre in URSS e nei paesi del blocco socialista le forme organizzate del lavoro collettivo si fondavano su una disciplina imposta dall’alto e non sull’autodeterminazione dei lavoratori stessi: aver inciso unicamente sulla proprietà privata, ma non sulle forme organizzate dello sfruttamento, è stato l’errore che ha prodotto il fallimento dell’Unione Sovietica.
Occorre dunque, secondo Linera, ripensare profondamente il comunismo come pensiero alternativo al capitalismo: oggi, i movimenti antiglobalizzazione, dei beni comuni, antiliberisti e per la difesa delle comunità indigene, del territorio e dell’ambiente sono le nuove forme di resistenza al capitalismo, che oltre ai propri obiettivi specifici, di scopo, dovrebbero perseguire una unitarietà non posticcia e artificiosa, come era avvenuto con l’irrigidimento ideologico-organizzativo dei partiti novecenteschi, mediante una spontanea convergenza che contribuisca, con la forza unita delle forze popolari e proletarie, a sviluppare il movimento reale e storico in opposizione al sistema di dominio capitalistico.
Ridefinire il comunismo come prospettiva è dunque, per Linera, una priorità: esso è un’idea, una costruzione logica che prefigura il superamento del capitalismo e tratteggia il profilo di una società più giusta, ma può diventare qualcosa di più di una pura idea differenziandosi da tutte le altre “teorie” di liberazione a carattere astratto o “dottrine” di matrice religiosa, attraverso il radicamento nella realtà e la saldatura ai movimenti reali: il comunismo è un’ipotesi, una possibilità (non una necessità, un destino, una finalità della storia come avevano prefigurato tanti marxisti e marxismi novecenteschi), una idea performativa che può diventare reale solo se si intreccia con i movimenti reali, se ne alimenta e al contempo li feconda con una prospettiva ideale di giustizia e di emancipazione.
Per sostanziare tale processo, Linera ha individuato quattro aspetti essenziali che possono restituire al comunismo una possibilità di affermazione:
a) La proprietà individual-sociale. A differenza degli esperimenti novecenteschi, in cui si è tentata la via al socialismo tramite la proprietà statale, occorre delineare una nuova forma di proprietà, cooperativa, che determini una forma di produzione in cui lo sfruttamento sia annientato. La proprietà statale non ha modificato la relazione tra le forze sociali, tra le classi: le forme di unità produttiva, commerciale e giuridica garantite dal capitalismo non sono eliminate dalla forma statale, che elimina esclusivamente la proprietà privata, ma non lo sfruttamento e l’alienazione della classe operaia. Con la statalizzazione, infatti, la soppressione del processo di valorizzazione non è garantita, e permangono così allo stato latente le forme di privatizzazione commerciale, produttiva e infine giuridica: la statalizzazione, non modificando le relazioni del processo produttivo tra le componenti sociali, ha mantenuto sottotraccia le forme del dominio capitalistico, che sono riemerse non appena si è indebolita l’involucro politico che aveva imposto questa strada. Occorre invece che i lavoratori siano protagonisti, attraverso un controllo diretto da realizzarsi su scala globale, dei processi produttivi, nelle forme del lavoro libero e associato di cui parlava Marx: è questa la vera forma del comunismo, non la statalizzazione che è stata perseguita, fallimentarmente, nel corso del Novecento. Non esistono ricette predefinite, ma una ricerca continua radicata nella realtà.
b) Il superamento della distinzione tra valore d’uso e valore di scambio . Secondo Linera, il comunismo deve prospettare la riaffermazione del valore d’uso sul valore di scambio, eliminando la distorsione che il capitalismo ha provocato con la concorrenza tra lavoratori e che si esprime attraverso il feticismo della merce: nei rapporti di produzione capitalistici le relazioni tra esseri umani sono mediati dal valore di scambio delle merci, falsando così il reale significato del valore e riportando ogni aspetto della produzione ad un valore commerciale, fondato sulla concorrenza, piuttosto che sui reali bisogni personali e sociali. Perciò, sostiene Linera, occorre tornare al messaggio originario di Marx che individuava nel lavoro libero e associato dei produttori, non mediato dalla concorrenzialità del valore di scambio, il fondamento della società comunista: essa non può infatti basarsi sulla mera proprietà statalizzata, ma su forme di autorganizzazione del lavoro, in cui la proprietà collettiva esalti le caratteristiche sociali degli individui.
c) La libertà sociale. Riferendosi ai Manoscritti economico-filosofici del ’44 di Marx, Linera afferma che la lotta contro la diseguaglianza, bandiera del comunismo, non può mai essere disgiunta dalla lotta per la libertà sociale: la libertà è diventata, tra la fine del Novecento e l’inizio del XXI secolo, la bandiera del liberismo, mentre deve tornare ad essere un obiettivo del comunismo, intesa come piena realizzazione delle potenzialità espresse dagli esseri umani. La libertà sociale non è la libertà di individui separati, come intende il liberalismo, ma la circolarità concentrica delle varie sfere della vita (politica, sociale, produttiva, familiare) che devono essere preservate e realizzate compiutamente: in questo senso, il comunismo è processo di democratizzazione della società, che orienta la libertà verso l’uguaglianza e non resta una mera forma astratta in cui le differenze e le ingiustizie si mantengono o si accrescono. Poiché occorre affrontare le varie sfere della vita, e avviare processi di democratizzazione in ciascuno di questi, non è pensabile che esista un solo strumento politico di elaborazione politica, il partito, e di organizzazione sociale, il sindacato: la mobilitazione delle componenti “spontanee” non può essere incanalata in forme rigide e predeterminate, ma attraverso la lotta delle classi subalterne nascono nuove forme di organizzazione politica. Le classi, afferma Linera, sono organizzate in conglomerati, aggregati ideologicamente, come la nazione, o da interessi materiali, anche ibridi: nella lotta emergono nuove forme politiche reali che devono essere favorite dalle organizzazioni tradizionali, partiti e sindacati, al fine di affermare il movimento storico che produce il comunismo.
d) L’integrazione uomo-natura. Infine, il quarto aspetto determinante di un nuovo orizzonte del comunismo è il rapporto tra l’uomo e la natura: il capitalismo ha separato l’uomo dalla natura, con processi predatori di sfruttamento delle risorse naturali, creando un solco profondo tra la dimensione umana e quella naturale. È solo nel comunismo che si potrà garantire una nuova integrazione, un rapporto equilibrato e rispettoso, eliminando la logica del profitto che determina lo sfruttamento predatorio e distruttivo della natura.
La conclusione di Linera è dunque che il comunismo rappresenti un orizzonte di possibilità che emerga una nuova società, sulla base delle condizioni materiali e del desiderio ideale che si sviluppa negli uomini in carne ed ossa organizzati nei movimenti reali della società.
L’intervento di Linera ha concluso degnamente i lavori del convegno restituendo una immagine del marxismo non avulso dalla realtà, ma pienamente operante nel mondo: Linera rappresenta l’esempio di intellettuale che non si limita a interpretare il mondo, ma opera praticamente e politicamente per trasformarlo.
 In conclusione, si può affermare che il convegno è stata un’occasione importante per rimettere il pensiero di Marx al centro della riflessione culturale e politica di chi critica il sistema capitalistico e vuole operare per trasformare il vigente stato di cose. Alcuni aspetti delle teorie marxiane non sono stati affrontati, se non marginalmente, come la questione della transizione (che avrebbe fornito qualche elemento in più per cercare di comprendere i fallimenti delle esperienze storico-politiche novecentesche) e il tema della “dittatura del proletariato”: si è preferito dare piuttosto maggiore rilievo alla prospettiva futura che il pensiero di Marx può fornire, attraverso la rielaborazione di categorie dimenticate che vanno acquisendo spessore col passare del tempo o per l’impulso di nuovi studi e nuovi orizzonti teorico-politici.

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