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"Il territorio italiano diventa crocevia di trasporti bellici e la nostra popolazione essa stessa bersaglio". Il Domenicale di Controlacrisi, a cura di Federico Giusti
Si stanno scaldando i motori di guerra, ha avuto il sopravvento l'ala dura pro Israeliana del Pentagono (ne parla perfino il Sole 24 Ore), allora per guadagnare consensi in vista delle presidenziali e allontanare il rischio di impeachment cosa c'è di meglio, per Trump, di una escalation militare?
Il presidente Usa non ha ordinato l'attacco mortale al generale iraniano per fermare una guerra ma piuttosto per provocarla, l'uccisione di Qassem Soleimani è la risposta da tempo richiesta tanto da Israele quanto dai falchi repubblicani del Congresso per non parlare poi delle multinazionali petrolifere che guardano con interesse alla dissoluzione della Libia e ai bacini iraniani .
Senza entrare nel merito di analisi geopolitiche, quanto sta accadendo sotto i nostri occhi ci riguarda direttamente come lavoratori e pacifisti.
L'attacco della Turchia alla Siria ha rivitalizzato l'Isis, la destabilizzazione ulteriore della Libia evidenziano il ruolo sempre piu' marginale dell'UE, incapace perfino di una presa di posizione. Il ministro degli esteri e il Governo italiano sono in vacanza, tutto tace e nel silenzio si acconsente ai futuri scenari bellici.
La guerra da sempre è lo strumento privilegiato per superare le crisi politiche o per annettersi il controllo di territori , corridoi, aree nevralgiche e petrolio ma anche strumento neokeynesiano per superare le crisi economiche e finanziarie.
Di questo non si parla piu' sopraffatti da un afflato emotivo irrazionale e dalla cattiva coscienza di chi ha fatto prevalere la falsa etica e morale sulle ragioni materiali della guerra e del conflitto di classe.
Se cosi' non fosse saremmo stati attenti a non sottovalutare la presenza degli Usa sul territorio italiano quando invece abbiamo concesso parti rilevanti del nostro territorio a fini di guerra.

Potremmo, anzi dovremmo, fare molto, ad esempio contestare la perdita di ogni sovranità popolare sulle aree occupate dalle basi militari, chi del sovranismo ha fatto la propria bandiera politica come la Lega è allineato con le posizioni di Trump e considera una sorta di atto dovuto la eliminazione del generale iraniano.

Sulla guerra i democratici Usa si stanno già dividendo, del resto Obama o Clinton non sono stati da meno negli anni scorsi.

In queste ore comprendiamo quanto importante sia il ruolo italiano con le basi militari Usa e Nato indispensabili per la guerra di Tump, da queste basi partono supporti, truppe, armi , il trasporto avviene lungo i nostri territori, utilizzano porti e aeroporti italiani. E i governi locali e nazionali hanno perfino assecondato il potenziamento delle basi,anzi la loro ristrutturazione a fini di guerra. In questa ottica vanno letti i lavori attorno alla base Usa di Camp darby, situata tra le province di Pisa e di Livorno, il collegamento della stessa alla ferrovia e al porto di Livorno per consentire un massiccio trasferimento di mezzi , uomini e armi. Questi lavori di potenziamento sono stati resi possibili dalla complicità e attiva collaborazione delle Giunte locali che hanno fatto a gara a rimuovere ogni ostacolo burocratico alla realizzazione di opere infrastrutturali indispensabili per il rapido e massiccio trasporto richiesto dai comandi militari Usa. E questa collaborazione resta un atto di guerra, anzi di subalternità alla guerra, un atto sottovalutato anche dal sindacato che in anni lontani seppe schierarsi a favore della pace e contro l'imperialismo.
Il territorio italiano diventa crocevia di trasporti bellici e la nostra popolazione essa stessa bersaglio . Il rifiuto della guerra non nasce dall'ignavia o dalla paura ma solo dalla consapevolezza che ogni escalation militare è finalizzata ad assecondare il controllo del mondo da parte degli Usa e da quanto mondo è mondo sono proprio le classi subalterne a pagare lo scotto della guerra. E qualcuno, i grandi capitali finanziari ed economici, sulla guerra lucrano e fanno affari, ieri come oggi.

E' forse troppo chiedere allora una presa di posizione chiara contro l'utilizzo del territorio italiano a fini di guerra? E' fuori luogo tornare a parlare di uscita dalla Nato ?

Noi pensiamo di no, anzi anche il sindacato avrebbe tutto da guadagnarci recuperando quel ruolo di avversario della guerra che ha accompagnato le pagine migliori della storia del movimento operaio.

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