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"Virus, lockdown e distruzione della Sanità. L'Euro sul banco degli imputati". Il Domenicale di Controlacrisi, a cura di Federico Giusti
Una estate di intensa discussione virologica, trascorsa a discettare sulla presunta evoluzione del Covid, spiagge affollate e discoteche aperte,balli di gruppo, procedure assunzionali negli ospedali al rilento. Poi la riapertura delle scuole senza eseguire tamponi di massa e deviando l'attenzione sui falsi problemi come i fatidici banchi a rotelle, inizia l'autunno e gli ospedali e i reparti di malattie intensive collassano.

Raffreddare la curva dei contagi o il sistema sanitario crollerà, lo dice il Governo ammettendo che mancano ancora quasi 500 posti in terapia intensiva rispetto agli obiettivi prefissati dal Ministero sanità per fine Settembre.

Ma la fatidica soglia dei 10700 posti letto in terapia intensiva, posti letto che in teoria avrebbero dovuto esistere già da tempo, potrebbe dimostrarsi del tutto inadeguata a fronteggiare i numeri reali degli ammalati gravi.

Come arrestare i contagi tenuto conto che la percentuale dei positivi cresce a dismisura, migliaia di unità al giorno?

E perchè oggi mancano ancora infermieri, medici, posti letto negli ospedali e in terapia intensiva? Il paese, per dirla alla Conte, che tutti invidiavano per la gestione dell'emergenza (ma gli oltre 36 morti?), si è dimostrato in autunno fragile e insicuro, i decreti Governativi del tutto insufficienti a fronteggiare l'emergenza, ostaggi delle pressioni padronali e del contenimento dei costi nel "buon" nome della sostenibilità finanziaria.

Mentre scriviamo i decessi giornalieri sono arrivati a 217, i tamponi eseguiti sono ancora pochi (circa 200 mila), i laboratori di analisi andavano da mesi potenziati e attrezzati per questa emergenza, lo stesso discorso vale per il sistema sanitario pubblico.

Il vero appunto da muovere all'Esecutivo è avere agito nel rispetto delle normative europee di contenimento della spesa, l'Europa ha un sistema sanitario pubblico decisamente migliore di quello Usa ma è attraversata da una crisi economica e sociale che fino ad oggi ha rinviato non solo il lockdown ma la rimozione dei tetti di spesa imposti alla Pubblica amministrazione.

Sta qui il nodo del problema e la centralità della discussione sull'euro e sull'insieme di regole che tiene insieme una Comunità sempre piu'fragile.

L'epidemia è sempre meno controllata, alla fine per arrestare i contagi dovremo chiudere tutto ma per farlo serve capire quanti siano i soldi a disposizione per sostenere i lavoratori e le lavoratrici a casa, è opportuno chiedersi se il nostro welfare sia in grado di reggere un nuovo lockdown.

La risposta è affermativa ma necessita di scelte coraggiose in materia di spesa sanitaria e pubblica, la discussione non dovrebbe vertere sul Mes o sul Recovery ma sulla rimozione delle regole che non hanno permesso il potenziamento degli ospedali e le assunzioni di personale, restiuire ai salari quella ricchezza per 30 e passa anni indirizzata alla rendita.

Ma rimuovere queste regole vorrebbe dire ammettere il fallimento dell'Euro e della Ue, del trasferimento di ingenti capitali ai salari, modificare radicalmente i rapporti di forza esistenti e dominanti, quei rapporti che hanno determinato l'allargarsi di una forbice salariale e sociale ormai insostenibile.

Qualunque siano le scelte da intraprendere non potrà piu' essere eluso il nodo della unità finanziaria e delle regole di Maastricht, che poi la rimessa in discussione di queste regole possa portare i paesi a destra è un rischio reale. Ma se la politica finisce con l'accettare la regola del meno peggio, se la sinistra diventa emblema della sosteniblità finanziaria, chi tutelerà gli interessi delle classi sociali meno abbienti?

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