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Un decreto che cura ma non guarisce

Il decreto “cura Italia” del governo contiene misure condivisibili. Manca però la consapevolezza che per affrontare una crisi sanitaria, economica e sociale destinata a protrarsi a lungo – in Italia, in Europa e nel mondo – è necessario un cambio di passo, con interventi e strumenti ben più radicali.

Il decreto “cura Italia” varato dal governo contiene misure indifferibili e necessarie: i finanziamenti al sistema sanitario, la cassa integrazione per tutte le imprese e i lavoratori, la sospensione dei licenziamenti, i congedi parentali, il rinvio delle scadenze fiscali, e altro ancora: in tutto 25 miliardi di euro, come aveva auspicato molti giorni fa Sbilanciamoci! .

Bene. Si tratta di misure importanti, ma temporanee e parziali: il governo annuncia che dopo marzo ci sarà un “decreto aprile”, probabilmente utilizzando i fondi europei. Alcune misure saranno prorogate, nuove altre saranno prese. Le difficoltà si susseguiranno, a partire da un’emergenza sanitaria che proseguirà per molte settimane ancora e dallo scoppio di una recessione globale.

Vi sono tuttavia nel decreto questioni che suscitano interrogativi: la limitazione al mese di marzo dell’indennità per i collaboratori e le partite Iva, la limitazione a 9 settimane per la cassa integrazione, i numeri modesti delle assunzioni in sanità. E anche la sospensione delle scadenze fiscali avrebbe potuto prevedere qualcosa di più: l’impegno dello Stato a farsi carico degli oneri contributivi per i lavoratori.

L’emergenza – per diversi mesi – è ormai un dato di fatto: serve minore estemporaneità e maggiore pianificazione, ma soprattutto servono scelte radicali dopo lo smarrimento iniziale. In pochi giorni il governo è passato dall’annuncio di un decreto da 3,6 miliardi, poi passati a 7,5, poi arrivati a 12 e infine a 25 miliardi. C’è stata confusione, ma il Documento di Economia e Finanza (da varare entro il 30 aprile) può essere l’occasione per definire una strategia più complessiva.

La recessione globale – un fatto acquisito – si coniuga con i dati disastrosi della nostra economia: il giro d’affari del turismo può crollare del 50% e la manifattura del 20%, insieme alla logistica e ai trasporti. Ormai – l’ha scritto Mario Pianta sul nostro sito – il calo del 5% del nostro Pil nel 2020 è nelle cose e il debito pubblico può avvicinarsi al 150%. Serviranno nei prossimi mesi, oltre ai 25 miliardi già stanziati, altri 50-70 miliardi per fronteggiare la crisi, garantire redditi e salvare le imprese.

E servirebbe l’Europa – molta Europa –, ma le istituzioni del vecchio continente non sembrano in grado di rispondere adeguatamente: eppure questo è l’ultimo treno per salvarsi dalla loro definitiva involuzione. Un’Europa che stanzia 25 miliardi (quanto l’Italia) per l’emergenza coronavirus e che fa dire alla Presidente della Banca Centrale Europea (Bce) che essa non si occupa di spread non è credibile.

L’Europa dovrebbe mettere sul tavolo non 25 miliardi, ma 1.000 miliardi l’anno; il bilancio europeo dovrebbe passare dall’1% al 5% del Pil dei singoli Paesi per gli interventi necessari. La Bce dovrebbe mettere liquidità non solo per salvare le banche, ma per dare linfa alla Banca Europea degli Investimenti (Bei) e sostenere l’economia europea. Proposte che sembrano – sembravano – impossibili, ma non c’è altra strada da percorrere. È una battaglia da fare.

In una situazione d’emergenza serve, anche in Italia, una politica economica d’emergenza: il mercato ora si faccia da parte e il governo intervenga pesantemente con politiche pubbliche adeguate. L’agenda è nota: investimenti forti nella sanità pubblica (in questi anni falcidiata) e nel welfare (ridotto a brandelli), misure di protezione sociale realmente universali, piccole opere per rimettere a posto il paese e Green Deal, regolazione della finanza.

Soldi da trovare non solo facendo debito pubblico, ma guardando alle grandi ricchezze, alla speculazione, ai grandi patrimoni. Ci aspettiamo dal governo misure anche in tale direzione. Con un prelievo aggiuntivo dell’1% sui patrimoni sopra un milione di euro potremmo reperire almeno 10 miliardi di euro l’anno, mentre con una tassazione aggiuntiva del 5% (dal 43 al 48%) dei redditi sopra i 75mila euro potremmo avere 3 miliardi di euro. Soldi da trovare, ancora, tagliando radicalmente le spese militari, almeno del 25%: si tratta di altri 6-7 miliardi di euro.

Cassa Depositi e Prestiti dovrebbe trasformarsi poi in una Banca Pubblica di Investimenti e servirebbe – come ha proposto la Cgil – un’ Agenzia nazionale pubblica per lo Sviluppo Industriale e il Lavoro , con poteri straordinari, fondi adeguati, procedure semplificate per dare un impulso alla politica industriale, alla difesa dell’economia e dell’occupazione. E serve un piano di assunzioni pubbliche: almeno 20mila tra infermieri e medici nel sistema sanitario, 10mila operatori socio-sanitari nel sistema pubblico dell’assistenza, e – si auspica – migliaia di occupati nel settore privato per la realizzazione delle tante piccole e urgenti opere che si potrebbero attivare, a cominciare dalla ristrutturazione di ospedali e presidi sanitari dismessi, dalla messa in sicurezza (anche dal punto di vista sanitario) delle scuole, dalla cura del territorio.

Ci aspettiamo dal prossimo decreto del governo e dal Documento di Economia e Finanza che dovrà essere trasmesso in Parlamento entro un mese un piano radicale per fronteggiare un’emergenza che può produrre molti sconquassi sociali ed economici. Tutto ciò si può evitare, ma serve un salto di qualità della politica.

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