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"Venti giugno 1976. Apogeo e Declino". Intervento di Franco Astengo
Si discute molto della mutazione profonda avvenuta nel corso degli ultimi 30 anni del sistema dei partiti.

Sistema dei partiti che non costituisce più il riferimento fondamentale del sistema politico italiano, come accadde negli anni della ricostruzione del dopoguerra, vigente un sistema elettorale proporzionale con preferenze e sbarramento di ridotte dimensioni ( obbligo di superamento dei 300.000 voti e superamento del “quorum” necessario per eleggere almeno un deputato in una sola delle 32 circoscrizioni).

Oggi il sistema politico è composto da partiti “a bassa intensità” privi di democrazia interna, movimenti privi di baricentro ideologico e operanti quasi esclusivamente sul web e da un coacervo di lobbies di varia e contrastante natura, come abbiamo avuto occasione di osservare con la sfilata dei cosiddetti Stati generali.

“Lobbies” che si intersecano in un quadro di rappresentatività debole incentrata sulla nuova Trimurti: Individualismo, Assistenzialismo, Corporativismo.

Questo cambiamento così radicale nella struttura dei partiti ha segnato l’epoca del passaggio dai partiti ad integrazione di massa fino agli attuali soggetti interpreti della “democrazia recitativa” in un impasto di illusorietà, di personalizzazione, di confusione imperante fuori e dentro le istituzioni.

Una semplice confusione che alcuni hanno voluto addirittura nobilitare con il termine di “antipolitica”.

Di conseguenza è naturale che, anche in ragione dell’incapacità complessiva da parte della “classe dirigente” di comprendere l’emergere di una inedita complessità sociale, si evidenzino punti di pericoloso distacco tra il sistema politico e la società e salga la tensione verso prospettive di tipo autoritario.

Prospettive di tipo autoritario che si accompagnano a un lavoro di sondaggio tendente a segnalare una presunta crescita di consenso verso figure istituzionali, tipico l’apparente consenso raccolto dal Presidente del Consiglio in questi tempi di emergenza .

Un consenso apparente che non può essere scambiato, come vorrebbe far intendere qualcuno come un segnale di ripresa di un rapporto tra sistema politico e società, anzi.

Tutto questo discorso per ricordare che il 20 giugno 1976, esattamente quarantaquattro anni fa,il sistema dei partiti raggiunse il massimo della sua raccolta di consenso e i tre grandi partiti di massa, pur in diversa dimensione, si dimostrarono massimamente rappresentativi della società italiana in una dimensione mai più raggiunta.

La storia ci ha poi detto che in quel giorno si raggiunse l’apogeo e – come sempre accade- iniziò immediatamente il declino.

Declino che colpì in particolare per il PCI fatto oggetto, in quella fase, di larghissime aspettative popolari e in possesso di una organizzazione in grado di coprire vaste fasce sociali omogeneamente su tutto il territorio nazionale e di governarne una buona parte dopo l’esito delle elezioni amministrative svoltesi 12 mesi prima, il 15 giugno 1975.

Il declino iniziò immediatamente, nei giorni successivi al voto, per l’evidente incapacità del sistema politico di fornire uno sviluppo coerente alla dinamica elettorale dimostrata fino a quel punto.

La soluzione del monocolore democristiano guidato da Andreotti (vigente e imperante la “conventio ad excludendum”) con l’astensione della maggior parte degli altri partiti (contrari soltanto l’MSI, il PR e il PdUP) fornì un primo colpo micidiale alla credibilità del sistema.

Il PCI ne pagò per primo il prezzo, come si dimostrò alla prima tornata amministrativa utile (la famosa “sindrome di Castellamare”: elezioni comunque svoltesi dopo i 55 giorni del rapimento Moro).

Paradossalmente proprio la polarizzazione sulla DC rappresentò una delle concause del declino del PCI: nel 1975 la DC, già sconfitta al referendum sul divorzio il 13 maggio 1974, aveva perduto molti voti in sede amministrativa.

La perdita della DC aveva causato una sorta di “smottamento” a sinistra da parte dei partiti laici: dal PRI, dal PSDI (pensiamo alla ricostituzione del MUIS da parte di Pillitteri in quell’estate 1975) e perfino dal PLI si registrarono fuori uscite al fine di consentire la formazione di maggioranze di sinistra nei Comuni.

Si verificò allora un riflesso d’ordine da parte della borghesia più arretrata e conservatrice, esemplificato dalla discesa in campo della “maggioranza silenziosa” di De Carolis, dal “turatevi il naso e votate DC” di Montanelli, dalla presa di protagonismo politico di CL che ebbe il suo primo eletto, Mazzarino De Petro, nella circoscrizione III della Liguria.

La DC per tornare ai 14 milioni di voti prosciugò tutto quanto aveva intorno: nacque così il “bipartitismo imperfetto” (copyright Giorgio Galli) e il sistema rimase bloccato, senza che sortisse alcuna tensione verso una possibile alternativa.

Il PCI così derubricò il “compromesso storico” declinandolo nella “solidarietà nazionale” inverata, come già fatto rilevare, nel “governo delle astensioni”.

Una situazione poi degenerata con il pentapartito fino all’avvento del CAF e l’implosione di tutta la struttura politica a causa della caduta del Muro di Berlino, di Tangentopoli e ancor di più con la stipula del trattato di Maastricht e le conseguenze che derivarono sulla strada della moneta unica europea. (intanto si erano verificati la dismissione delle partecipazioni statali e lo scioglimento dell’IRI).

I mutamenti sociali e politici successivi cui si è già fatto cenno contribuirono a indebolire progressivamente il sistema, fino al vuoto di oggi.

Sicuramente però la mancata risposta alle istanze popolari e il rifugio nel politicismo che si registrò all’indomani del 20 giugno 1976 rappresentarono i primi tasselli di una “non resistibile” caduta di sistema.

La grande ascesa del PCI si tramutò, in sostanza, nell’avvio di una sconfitta non rimediabile e non rimediata.

Non è questa la sede per un’analisi delle ragioni di quel declino (del resto, nel merito, esiste una sterminata bibliografia).

In questa occasione, infatti, esaminando i dati elettorali si cercherà di ripercorrere il cammino della crisi del sistema.

E’ evidente che non tutta l’analisi possibile in questo senso può essere racchiusa nelle cifre elettorali e come sia necessario l’uso di strumenti d’indagine sociologica e politologica molto più complessi (anche in questo caso i testi usciti nel corso degli anni ammontano ad un numero straordinario).

Pur tuttavia i dati che seguono forniscono alcune indicazioni che possono essere ritenute assai esemplificative del fenomeno. Si tratta di turni elettorali che possono essere giudicati “critici”.

ELEZIONI POLITICHE DEL 1976

Aventi diritto al voto. 40.426. 658

Voti Validi espressi: 36.707.578 90,80%

Voti ottenuti dai primi 3 partiti:

D.C. 14.209.519 percentuale sul totale degli iscritti (tutte le percentuali esposte di seguito hanno questo riferimento) 35,14%

PCI 12.614.650 31,20%

PSI 3.540.309 8,75%

Nel complesso i tre principali partiti (tutti organizzati sul modello del partito ad integrazione di massa) valevano il 75,09% dell’intero corpo elettorale

ELEZIONI POLITICHE DEL 1992, le ultime svolte con il sistema proporzionale dell’Hare corretto come indicato poco sopra e le prime con il sistema della preferenza unica introdotto dal referendum abrogativo del 1991 (quello di Craxi “andate al mare”).

Aventi diritto al voto : 47.486.964

voti validi 39.247.275 82,64% ( - 8,16% rispetto al 1976)

Voti ottenuti dai primi tre partiti:

DC 11.640.265 24,51%

PDS 6.321.084 13,31%

PSI 5.343.930 11,25%

Nel complesso i tre principali partiti valevano il 49,07% dell’intero corpo elettorale con un calo percentuale del 26,02% rispetto al 1976. Il non voto era cresciuto dell’8,16%. I rimanenti partiti che nel 1976 valevano tutti assieme circa il 15%, nel 1992 erano saliti al 33,58% in un quadro di aumento molto spiccato della volatilità elettorale.

ELEZIONI POLITICHE DEL 1994 le prime svoltesi con un sistema misto maggioritario (75%) basato su collegi uninominali e proporzionale (25%) su liste corte bloccate.

Aventi diritto al voto: 48.135.041

voti validi 38.720.893 80,44%

per la parte proporzionale voti ottenuti dai primi tre partiti.

Forza Italia 8.136.135 16,90%

PDS 7.881.646 16,37%

AN 5.214.133 10,41%

L’avvenuto scioglimento dei partiti storici porta come conseguenza una elevata volatilità elettorale ma l’insieme dei primi 3 partiti raggiunge soltanto il 43,68% dell’intero elettorato. Se si aggiunge la quota del PPI ( 4.287.172 8,90%) si supera a fatica il 50% con il 52,58%. Un calo del 22,51% rispetto a quanto ottenuto da DC,PCI,PSI nel 1976. Un calo che rappresenta un indice di dispersione per quasi un quarto dell’elettorato avente diritto. Nel frattempo il non voto è cresciuto all’incirca del 10%.

ELEZIONI POLITICHE 2008 Sistema proporzionale con liste bloccate e sbarramento. Punto di massima espansione per il bipolarismo tra PD (segretario Veltroni che rifiuta l’accordo con la sinistra e fa ospitare soltanto l’IDV) e il centro destra formato da PDL e Lega.

Aventi diritto al voto. 47.041.814

voti validi 36.457.254 77,49%

voti ottenuti dalle due prime coalizioni:

PD – IDV 13.689.330 29,10%

centro destra 17.064.506 36,27%

Le due prime coalizioni contavano quindi il 65,37% del “plenum” degli aventi diritto (circa il 10% di meno dei primi 3 partiti nel 1976: un dato che poteva quindi essere considerato di tenuta) mentre i primi tre partiti disponevano di questi voti e percentuali:

PDL 13.629.464 28,97%

PD 12.095.306 25,71%

LEGA 3.024.543 6,42%

Complessivamente i primi tre partiti disponevano del 61,10% sul totale del corpo elettorale, una percentuale in crescita rispetto al 1994 a dimostrazione dell’assuefazione dell’elettorato all’idea del bipolarismo. Bipolarismo però che raccolto sì attorno a due poli risultava comunque ancora imperfetto: rispetto al 1976, infatti, era possibile l’alternanza ma risultava decisiva la forza degli alleati. Rinunciando alla sinistra arcobaleno, la cui lista rimase al di sotto del 4% e quindi esclusa dalla ripartizione dei seggi, il PD aveva praticamente rinunciato alla possibilità di risultare competitivo. Difatti, sul piano numerico, la sconfitta del 2008 può essere paragonata a quella subita dal Fronte sessant’anni prima: oltre 4,5 milioni di voti di scarto, per quasi 2 milioni determinati dall’esito della scissione di Palazzo Barberini del 1947.

ELEZIONI POLITICHE 2018

Un salto di 10 anni, bypassando l’esito delle elezioni europee 2014 che possono essere ricordata soltanto per un dato: il PDR vantò una percentuale del 40,81% del tutto illusoria con 11.203.231 (892.075 voti in meno rispetto al 2008). In realtà sul totale degli aventi diritto la percentuale si riduceva al 22,11%, ma quasi nessuno tenne in conto di questo dato che registrava un PD in calo di consensi rispetto al 2008, in un quadro complessivo di indebolimento del sistema.

Fragilità del sistema posta ancora in maggiore evidenza dall’esito delle elezioni politiche 2018.

Aventi diritto (escluse/i iscritti alle circoscrizioni estero) 46.505.350 Voti Validi 32.841.025 70,61% ( - 6,88% rispetto al 2008) Voti ottenuti dai primi tre partiti:
M5S 10.732.066 23,07%

PD 6.161.896 13,24%

Lega 5.698.687 12,25

Complessivamente i primi 3 partiti disponevano del 48,56%, quindi una percentuale inferiore al 50% del corpo elettorale, nonostante l’enorme chiasso mediatico, i social network, l’utilizzo del web. Gli altri partiti disponevano del 22,05% dell’intero corpo elettorale. Al di là delle analisi sulla frantumazione sociale e l’emergere di una nuova qualità delle contraddizioni se esaminiamo i dati elettorali troviamo immediato riscontro circa la fragilità del sistema e l’intrinseca debolezza di rappresentatività. Anche i sondaggi sull’affidabilità degli uomini politici compresi quelli che si trovano a rappresentare pro -tempore le massime istituzioni della Repubblica vanno assunti alla luce di questa debolezza strutturale.

Compiendo uno “strappo” dal punto di vista metodologico vale la pena, infine, dare un’occhiata ai dati relativi ai risultati delle europee 2019, esiti che sono stati all’origine della rottura della maggioranza Lega – M5S avvenuta nell’estate 2019 e della formazione, attraverso un’operazione meramente trasformistica, dell’attuale governo che esprime tra l’altro, la continuità con il precedente addirittura nella figura del Presidente del Consiglio ed anche in quella del Guardasigilli, in una situazione nella quale la tensione Magistratura – Istituzioni è forse il punto più grave nel quadro complesso della crisi politica del Paese.

ELEZIONI EUROPEE 2019

Aventi diritto 50.974.994

Voti Validi 26.783.732 52,54% (fatta la tara del minor interesse suscitato dalle europee rispetto alle politiche siamo comunque ad un -18,07 in 12 mesi)

Voti validi ottenuti dai primi tre partiti:

Lega 9.175.208 17,99%

PD 6.089.853 11,94% (ancora in calo rispetto al 2018)

M5S 4.569.089 8,96%

In totale i primi 3 partiti rappresentavano, alle elezioni europee del 2019, il 38,89% dell’elettorato. Gli altri partiti e movimenti presentatisi alle elezioni il 13,65%. L’accoppiata PD – M5S su cui si poggia l’attuale governo ha rappresentato, alle elezioni del 2018, il 36,31% dell’elettorato, percentuale scesa al 20,90% nelle europee 2019. Nel complesso si può calcolare che tra le elezioni politiche del 2018 e quelle europee 2019 abbiano cambiato espressione di voto circa 8 milioni di elettrici e di elettori.

I numeri forniscono segnali e toccherebbe ai soggetti politici interpretarli.

In ogni caso si possono esprimere due note molto sintetiche: è cresciuta in misura esponenziale la volatilità elettorale; l’intero sistema presenta veri e propri vuoti fin qui occupati in maniera molto precaria e fittizia.

L’infinità transizione italiana continua .

La transizione con la fine della DC “partito pivotale” e proseguita con la dimostrata incapacità di PD e PDL di consolidare il sistema attraverso un’alternanza modello “Westminster” fino all’esplodere del fenomeno di una volatilità trasformistica espressa da larghi settori dell’elettorato.

Bisogna però ricordare che, in Italia, alla luce delle sensibilità politiche tradizionalmente presenti nel panorama politico - culturale, siamo sempre stati tradizionalmente di fronte ad almeno 8 frazioni sufficientemente consistenti, per le quali rimane comunque necessario ,per la stabilità del sistema, trovare una sufficientemente rappresentativa dimensione istituzionale.

 

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