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"La lotta di classe di Confindustria è la vera emergenza". Il Domenicale di Controlacrisi, a cura di Federico Giusti

Negli ultimi giorni interviste rilasciate da esponenti Confindustriali hanno suscitato scalpore e polemiche dimenticando che erano state pensate allo scopo di rilanciare alcune posizioni padronali agitando le acque nella compagine governativa.

Gran parte delle interviste sono funzionali a strategie politiche ed economiche, si utilizzano i media per deviare l'attenzione del Governo e della politica verso alcuni temi soprattutto quando la carta stampata dedica fiumi di inchiostro all'immigrato intento a cucinare il gatto (i padroni non sono contro i migranti e hanno sempre richiesto di regolare i flussi in funzione delle necessità industriali). Non ce ne vogliano gli amici degli animali (noi siano tra questi) ma è del tutto strumentale la polemica in corso.

Che i padroni non desiderino una campagna elettorale giocata sui soliti argomenti è cosa risaputa, non rientra nei loro interessi la polemica su integrazione e flussi migratori, altri sono invece gli argomenti da trattare come i finanziamenti alle imprese, il tempo determinato, i termini dai quali saranno permessi i licenziamenti collettivi, il rilancio di un accordo con la parte sindacale per depotenziare il contratto nazionale a favore del secondo livello.

Ma andiamo con ordine per sviluppare alcuni ragionamenti iniziando dalla intervista, La Repubblica del 1 Luglio, rilasciata dal vicepresidente di Confindustria, Maurizio Stirpe.

In sostanza le sue posizioni sono tre: eliminare l'obbligo delle causali per i contratti a tempo determinato sospendendo il decreto dignità per alcuni mesi, o almeno fino al termine della emergenza sanitaria, maggiori finanziamenti a Industria 4.0, riforma del lavoro e degli ammortizzatori sociali con una sorta di norma che preveda la sospensione del rapporto di lavoro per due anni (ovviamente senza retribuzione e a carico interamente dello stato).

Nulla di nuovo sotto il cielo ma rilancio della centralità degli accordi di secondo livello e del Patto della Fabbrica (marzo 2018) siglato con i sindacati complici.

Notate bene: da una parte richieste molto precise che vanno verso la precarizzazione dei rapporti di lavoro e l'utilizzo sempre piu' massiccio degli aiuti statali sotto forma di ammortizzatori sociali (il libero mercato senza il sostegno pubblico è una tigre di carta), dall'altra un messaggio distensivo verso i sindacati nel nome della equilibrata governance destinata a rafforzare enti bilaterali, accordi di secondo livello per disinnescare sul nascere conflitti e vertenze. Il patto della fabbrica (clicca qui per leggere) si prefiggeva alcuni obiettivi come la cogestione delle trasformazioni in atto nel mondo del lavoro e tra le righe si leggeva anche molto altro. E non è casuale che le posizioni di Stirpe siano riprese e rilanciate dal "falco" Bonomi a distanza di poche ore

L'appello del Presidente di Confindustria è ancora piu' esplicito proponendo a Cgil Cisl Uil "un Patto per rilanciare l'Italia" a partire, senza citarlo, dal patto della fabbrica.

Gli argomenti confindustriali meritano tuttavia di essere analizzati con attenzione. La mano tesa ai sindacati è funzionale a un nuovo patto sociale per scongiurare la violenza e il terrorismo (quando si rievocano gli anni settanta la repressione è alle porte e la democrazia in pericolo). Alcune lettere minatorie recapitate a esponenti confindustriali danno lo spunto per invocare una nuova stagione concertativa? Non proprio, piuttosto per dettare le linee guida di una nuova politica industriale con ammortizzatori sociali allargati a uso e consumo delle imprese, agevolazioni fiscali, finanziamenti a fondo perduto, contratti sempre piu' precari e relazioni sindacali basati sul secondo livello di contrattazione, sui bonus aziendali

Per Bonomi la priorità comune è quella di rilanciare l’Italia, «senza visioni ideologiche e di antagonismo che appartengono al passato». Ma al passato torna proprio Confindustria agitando lo spettro della violenza politica e sociale per proporre l'ennesima santa alleanza contro le classi lavoratrici e scongiurare il pericolo di un autunno caldo magari con operazioni repressive costruite ad arte per liberare i luoghi di lavoro da ogni agire conflittuale.

Non sono quindi in gioco sono gli interessi dei lavoratori, il potere di acquisto e di contrattazione, non parliamo solo di contratti e posti di lavoro, il messaggio lanciato dai padroni va ben oltre. E il timore, fondato, che il conflitto sociale e sindacale possa essere equiparato a terrorismo e violenza è dietro l'angolo. Quando le lotte sociali si allargano, ieri come oggi, non resta che la criminalizzazione del dissenso

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