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PAOLO FAVILLI: E' VECCHIA LA RESISTENZA AL NUOVO?
Alla fine degli anni Sessanta dell’Ottocento quando il primo volume del Capitale era già uscito, Karl Marx restava nella cultura economica tedesca (e non solo) o del tutto sconosciuto o del tutto marginale. In quel mondo, sostanzialmente sconosciuto, lo rimase fino dopo la sua morte avvenuta nel 1883. Più o meno vent’anni dopo i più importanti esponenti della cultura economica e sociologica tedesca (Eugen Böhm-Bawerk, Max Weber) si sentivano costretti a confrontarsi con lui. È possibile che la forza analitica dell’esule londinese avrebbe finito per imporsi comunque. Difficilmente sarebbe successo nei tempi suddetti. Quei tempi furono la risultante del fatto che Marx, in quel periodo, era diventato il punto di riferimento fondamentale di un grande movimento di emancipazione: il movimento operaio e socialista.
Non ha nessuna importanza di quale Marx si trattasse, alcune volte era un Marx affatto inventato. Importante erano le gambe sulle quali si trovava a muoversi un insieme d’idee.
Se oggi la teoria critica ha capacità analitiche ed euristiche sull’attuale fase di accumulazione capitalistica migliori rispetto alla teoria «ortodossa», eppure ha scarsa capacità di incidenza, è, appunto, per la difficoltà di trovare le gambe su cui camminare. Di qui l’importanza della grande politica e tutte le difficoltà che ne derivano in tempi che certo non la favoriscono.

In tempi di novismo esasperato la politica della sinistra deve necessariamente
ricominciare a porsi il problema del carattere che può avere un’azione di resistenza nei confronti del «nuovo» che però ha sostanza regressiva.
È vecchia la resistenza al nuovo?
Dovremmo riflettere sul fatto che tra quella che finirà per definirsi “classe operaia» la prospettiva di «cambiare il mondo» nasce proprio da una lunga fase di lotta per «conservare il mondo». Conservare un mondo dove gli artisans erano sostanzialmente padroni dei tempi e dei modi del loro lavoro, e quindi parzialmente padroni del proprio corpo e degli elementi essenziali della propria vita.
Il conflitto dei primi decenni del XIX secolo, il conflitto in cui la «classe» tenderà a definirsi come tale, è un conflitto «per il controllo del corpo e dell’anima del produttore e non per la divisione del plusvalore», è un conflitto su una dimensione di fondo della natura umana che si esprime nelle forma del rifiuto del «nuovo». «Il conflitto tra operai e proprietari di fabbrica emerse come resistenza degli oggetti di tale controllo contro un nuovo sistema di potere che lo implicava. L’organizzazione degli operai in una classe ostile al dominio dei proprietari di capitale fu un risultato di questa resistenza»1.
Resistenza contro il nuovo mondo disumanizzante, opposizione culturale all’insieme teorico che quel mondo rispecchiava e giustificava. Questo e non altro era il contesto da cui necessariamente sarebbe nata l’esigenza di un «mondo diverso», e dunque l’esigenza di «cambiare il mondo». Il socialismo che avrebbe incorporato anche l’esigenza della «reazione ad uno sconvolgimento che attaccava il tessuto della società», la reazione ad un mondo che finiva per considerare la società umana come «accessorio del sistema economico»2. Il tutto nell’ambito, anche allora, di un «pensiero unico» che svolgeva la nuova scienza, l’economia politica, molto più sulla base del paradigma del «prete delicato» Townsend, come lo chiama ironicamente Marx3, che sulle Indagini sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni di Smith. Fëdor Dostojevskij, in Delitto e castigo, fa delineare ad un «umiliato e offeso», il povero Marmeladoff, quest’immagine della «scienza nuova»: «...il signor Lebeziatnikoff, partigiano delle nuove idee, spiegò l’altro giorno che la pietà, nell’epoca nostra, è perfino proibita dalla scienza, e che tale, appunto, è la dottrina seguita in Inghilterra, dove fiorisce l’economia politica».
I poveri spiegava Townsend, erano naturalmente portati ai lavori servili e volgari, in modo da permettere ai «delicati» di dedicarsi alla loro superiore missione. Tale naturalità doveva essere assecondata non lasciando al povero vie d’uscita artificiali ai morsi della fame. E Townsend continuava a spiegare che gli equilibri sociali erano soltanto il frutto dello svolgimento di «leggi naturali» così come l’equilibrio naturale delle isole di Juan Fernandez turbato dalla proliferazione eccessiva di capre immesse artificialmente era stato ristabilito dall’immissione di cani. La lotta per la vita aveva automaticamente eliminato gli individui inadatti alla sopravvivenza, e ora gruppi
selezionati di capre e cani forti vivevano in mutuo e vitale antagonismo4.
«Nessun governo era necessario per conservare questo equilibrio che si conservava da un lato per i morsi della fame, dall’altro per scarsezza di cibo. Hobbes aveva sostenuto la necessità di un despota perché gli uomini erano come bestie, Townsend insisteva sul fatto che in realtà essi erano bestie e che proprio per questa ragione era necessario soltanto un minimo di governo»5.
E del resto oggi non ci viene continuamente ripetuta dai media, (assai spesso anche dagli economisti) la metafora della gazzella e del leone per invitarci comunque a correre già dalla mattina appena svegli?
Per quanto concerne questo aspetto le analogie tra la fase storica che stiamo vivendo e quella che, due secoli fa, vide nascere pressoché assieme Scienza Economica e moderno capitalismo industriale sono davvero impressionanti.
I criteri dell’affermazione di una razionalità economica che diventa anche spiegazione e norma di nuovi rapporti sociali sono strettamente coniugati al dispiegarsi di un mutamento strutturale di carattere epocale.
Nelle discussioni in corso sul carattere periodizzante dell’attuale lunga fine secolo dovremmo riflettere anche sulle caratteristiche e sul significato di tali analogie.
Nel corso del XVIII secolo c’era stato anche un modo di pensare l’economia dal quale finivano per dipanarsi lineamenti capaci di discutere il problema della sovrappopolazione trasformandolo nella «Questione della Disoccupazione» e in quella del «Diritto al Lavoro». Si affermano però altri lineamenti del secolo dei Lumi, quelli che prefigurano «un’economia politica ostile al Diritto al Lavoro»6, strettamente connessi ai profondi mutamenti in atto dei rapporti economici e sociali. Scienza e pubblicistica insieme procedevano nella formazione di un senso comune che recepisse
compiutamente la naturale razionalità dei nuovi assetti secondo Economia Politica. Senza disdegnare, peraltro, la pedagogia dell’utopismo, il suo efficace discorso metaforico, quell’utopismo in altre stagioni (a ben vedere anche in quella) duramente condannato quando si trovava a percorrere i sentieri critici delle naturali disuguaglianze. Ed allora anche un economista come Jean Baptiste Say, fustigatore acerrimo di utopismi politici, poteva scrivere un trattato utopistico, immaginando Olbie, uno Stato del tutto razionale, privo dei mali del presente, senza miseria e degrado, perché ordinato secondo i principi dell’Economia Politica. Un’utopia del libero mercato che, in una stagione aurorale, trovava certo motivazioni assai più convincenti di quelle dei tardi epigoni, ritornati a frotte in questa nostra stagione.
Ed ancora: non c’è dubbio che l’attuale tendenza alla distruzione dello stato sociale, od alla sua configurazione come stato sociale minimo, abbia fortissime analogie con la lotta contro lo spirito di Speenhamland, lotta condotta con tanta energia nei primi decenni dell’Ottocento ed infine, nel 1834, vittoriosa. A Speenhamland nel 1795 i magistrati del Berkshire avevano legato i sussidi salariali per i lavoratori poveri all’evoluzione del prezzo del pane. Una sorta di scala mobile che trasformava una parte del salario in una variabile indipendente dalla prestazione lavorativa. Nella società dell’homo oeconomicus, ovviamente, non poteva esservi alcun posto per leggi ispirate a quel diritto di vivere del tutto estraneo ai rapporti naturali secondo razionalità economica.
Tale riduzionismo naturalistico e la pratica per renderlo effettivo nei rapporti di lavoro fu uno dei motivi del modo in cui le classi subalterne vissero il periodo della prima grande trasformazione industriale come vera e propria catastrofe sociale. È possibile che verso il 1840 il tenore di vita anche nella Gran Bretagna degli operai fosse più alto rispetto a mezzo secolo prima.
È possibile, anche se il dibattito storiografico in proposito ha carattere assai controversistico ed è basato pressoché esclusivamente su parametri quantitativi. È certo, però, che quel processo fu vissuto come un catastrofe, e che ancora negli anni quaranta dell’Ottocento l’orizzonte di quel vissuto non era cambiato.
Dunque quel nuovo fondamentale fattore di storia che per più di un secolo e mezzo è stato il movimento operaio, quella novità assoluta di un’«azione operaia che rimette in discussione i rapporti di produzione in nome della produzione stessa»7, ha le sue basi nella resistenza contro il nuovo totalitarismo della funzione economica, contro il nuovo «pensiero unico» del paradigma di Townsend.
È necessariamente vecchia la resistenza al nuovo?
Naturalmente ciò non sarebbe bastato se non ci si fosse poi misurati con il nodo del rapporto economia-società-politica, se fosse stata assente dall’orizzonte una teoria critica tanto della economia politica quanto di una politica pura funzione delle categorie di un’economia politica soggetta a critica.
In sostanza se la politica del confronto vero con il nuovo non si fosse incontrata
con il socialismo.
Si riparte sempre, comunque, da una resistenza. Riflettiamo ancora sulla domanda posta prima: è necessariamente vecchia la resistenza al nuovo?
Quella che è stata fino a non molto tempo fa la storia del movimento operaio ha avuto una caratterizzazione sempre scandita dal conflitto, dagli scioperi. In particolare nel momento fondante di tale storia ed in genere nei momenti di mutamento profondo del ciclo e dell’organizzazione del lavoro. In genere, proprio in quei momenti, gli scioperi falliscono. Alcuni scioperi sfidano evidentemente le ragioni delle «compatibilità» e
magari sembrano difendere modi di lavoro destinati ad essere superati dallo sviluppo economico e tecnologico. Eppure furono proprio i «fallimenti», gli «anacronismi» a creare quelle organizzazioni nuove e quel nuovo spirito collettivo che fu determinante per arrivare anche a nuove relazioni sociali.
Lo stesso fenomeno lo aveva già rilevato Engels negli anni quaranta in Inghilterra Si era fatto questa domanda ed aveva dato questa risposta:

Si domanderà perché gli operai scioperino in casi in cui è evidente l’inefficacia della
loro azione. Semplicemente perché essi devono protestare contro la diminuzione del salario e perfino contro la necessità di tale diminuzione, perché devono dichiarare che,
come uomini, non possono adattarsi alla situazione ma è la situazione che deve adattarsi
ad essi, gli uomini8.

Una riflessione per tutti quegli anacronismi (e sono tantissimi) che s’aggirano
nel sistema-mondo.
«Il fatto che le persone sfruttate siano persone deboli, rassegnate e impaurite
e raramente forti, determinate e ardite è probabilmente vero. Ma questa è semplicemente una valutazione sulle probabilità tattiche della lotta di classe, non una confutazione della sua esistenza»9.
Anche questo tipo di resistenza al nuovo, comunque, seppure necessaria, non basta.

note:

1. Z. Bauman, Memorie di classe. Preistoria e sopravvivenza di un concetto, cit., p. 23.
2. K. Polanyi, La grande trasformazione. Le origini economiche e politiche della nostra
epoca, cit., p. 98.
3. K. Marx, Il Capitale, Vol. I, Roma, Editori Riuniti, 1964, p. 798. Id., Lineamenti
fondamentali della critica dell’economia politica, Meoc, vol. XXX, 1986, p. 242. Su Marx
“ironista” come Swift vedi E. Wilson, Stazione Finlandia, Milano, Rizzoli, 1974. [I ed.
1940], p. 201.
4. J. Townsend (A Wellwisher), A dissertation on the poor laws, (1786), in A select
Collection of scarce and valuable economical tracts, a cura di Mac Culloch, London, 1859.
Tra l’altro la ricerche sull’argomento non hanno trovato alcuna fonte che potesse suffragare
la vicenda a cui Townsend fa riferimento.
5. K. Polanyi, La grande trasformazione...., cit. p. 145.
6. A. Macchioro, Studi di storia del pensiero economico, cit., pp. 88-89.
7. D. De Masi, Introduzione a Touraine, Wieviorka, Dubet, Il Movimento Operaio, Milano,
FrancoAngeli, 1984, p. 59.
8. F. Engels, La situazione della classe operaia in Inghilterra, in Marx-Engels, Opere
Complete, vol. IV, Roma, Editori Riuniti, 1972, p. 441.
9. I. Wallerstein, Dopo il liberalismo, Milano, Jaca Book, 1998, p. 230.


Fonte: dedichiamo questo estratto dal fondamentale e consigliatissimo libro dello storico Paolo Favilli, Il riformismo e il suo rovescio (Franco Angeli), ai lavoratori di Pomigliano.
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