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L'USO E L'ABUSO DEL TERMINE "RIFORMISMO"
"Riformismo", anzi "restaurazione"
Usi e abusi politici delle parole

di Manfredi Alberti

Il termine riforma è tra i più usati nel linguaggio politico corrente. Una volontà riformatrice è espressa da tutti i principali partiti italiani, indipendentemente dal loro colore politico. La cosiddetta "Seconda Repubblica" in futuro forse sarà ribattezzata da qualcuno come la "repubblica delle riforme": la lunga transizione italiana verso un'auspicata normalità è passata e sembra ancora dover passare per una lunga serie di riforme. Ma in quale direzione? Negli ultimi anni quasi tutti i partiti della maggioranza e dell'opposizione, dichiarandosi autenticamente riformisti, hanno invocato e realizzato una molteplicità di riforme: della costituzione, della magistratura, del sistema elettorale, del mercato del lavoro, del sistema pensionistico, della sanità. L'elenco sarebbe davvero lungo. Ma il riformismo tanto in voga oggi ha ancora qualcosa in comune con il riformismo storico della tradizione socialista?
L'uso e l'abuso del termine "riformismo" a cui oggi assistiamo richiede un'analisi storica che, muovendosi sia sul piano linguistico sia su quello delle trasformazioni reali, aiuti a fare chiarezza sui mutamenti di significato di una delle parole più diffuse nel lessico giornalistico e politico. Un contributo significativo in questa direzione proviene dall'ultimo libro di Paolo Favilli, Il riformismo e il suo rovescio. Saggio di politica e storia (Franco Angeli, 2009, pp. 208, euro 20).
Favilli usa il termine "rovescio" nel suo duplice significato di "rovesciamento" e di "disfatta". Se fino agli anni Settanta, e in parte ancora negli anni Ottanta, il termine "riformismo" ha mantenuto un riferimento a una prospettiva progressiva della storia, a un progetto di emancipazione delle classi subalterne e all'obiettivo del superamento del mercato autoregolato, prima con il craxismo e poi soprattutto in seguito alla cesura del 1989 lo stesso termine ha cominciato a designare una pratica politica opposta. Volendo usare un'espressione sintetica, si potrebbe affermare che la differenza fra il vecchio e il nuovo riformismo equivale alla distanza che separa la prospettiva politica di Filippo Turati da quella di Bettino Craxi (le cui firme, nell'azzeccata grafica della copertina del libro, appaiono rovesciate l'una rispetto all'altra).
Servendosi anche delle biografie intellettuali di alcuni influenti maîtres à penser della sinistra italiana come Michele Salvati, Giuseppe Vacca o Aldo Schiavone, tutti attualmente su posizioni neoriformiste, Favilli mostra la profonda discontinuità che separa il riformismo storico della tradizione socialista e socialdemocratica dal neoriformismo attuale che, più che configurarsi come un'evoluzione del primo, ne rappresenta al contrario l'antitesi. Questo ribaltamento è un sintomo della perdurante egemonia culturale e politica del pensiero liberale e del liberismo (quest'ultimo non a caso recentemente riscoperto da qualcuno come "di sinistra"). Come mette in evidenza Favilli, infatti, il neoriformismo costituisce una variante di un pensiero unico liberal-liberista del tutto pacificato con l'esistente ed estraneo ad ogni ipotesi di alternativa di sistema. Per descrivere il neoriformismo valgono ancora le considerazioni fatte cento anni or sono da Anna Kuliscioff a proposito dei riformisti generici come Bonomi e Graziadei: allora come oggi, ciò che distingue costoro dai riformisti socialisti è il fatto che essi «considerano i fenomeni economici dal punto di vista dell'economia puramente borghese». È il riferimento a una teoria critica del capitalismo, in altri termini, a rendere peculiare il riformismo socialista.
Il problema di fondo da cui prende le mosse Favilli è il seguente: come è accaduto che il termine "riformismo", storicamente usato all'interno della tradizione socialista e in senso lato marxista, e dunque in una prospettiva di progresso sociale, si sia trasformato tanto da designare il suo contrario? Quali trasformazioni sono all'origine di un ribaltamento semantico di questa portata, che ha consentito di considerare come "riformiste" le scelte di regresso sociale che abbiamo sperimentato negli ultimi vent'anni, dall'aumento dell'età pensionabile alla compressione dei diritti dei lavoratori?
La morte del riformismo storico in Italia si consuma nei «lunghi anni Ottanta». La periodizzazione proposta da Favilli colloca il passaggio dal riformismo socialista al neoriformismo fra il 1978, anno di pubblicazione del "saggio" di Bettino Craxi su Proudhon, e il 1991, l'anno del "suicidio" del Pci al congresso di Rimini. Il rovescio matura compiutamente fra il 1992 e il 1994, sancendo definitivamente l'affermazione del neoriformismo. I capisaldi di quest'ultimo sono la chiara presa di distanza dall'economia mista e dal modello socialdemocratico, il giudizio negativo sulla possibilità di un'alternativa alla società di mercato e la damnatio memoriae nei confronti sia del comunismo, che assume senza possibilità di appello i tratti della distopia, sia di Marx, il primo ad essere espunto in un auspicato processo di "pulizia teorica".
Fino agli anni Settanta il riformismo fu il terreno d'azione di diverse forze politiche di sinistra, nonostante il termine fosse poco presente a livello programmatico. Anche i comunisti, storicamente avversari del socialismo riformista, accettarono un terreno di lotta politica sostanzialmente riformista. A partire dagli anni Ottanta, invece, nonostante la diffusione di dibattiti sul riformismo, apparvero i primi segni di un distacco dai punti di riferimento tradizionali: il decennio fu il preludio alla crisi e, se si vuole, al "tradimento" del riformismo. In nome di quest'ultimo, infatti, a partire da allora, in un percorso che arriva fino a oggi, è stato portato avanti un "ritorno all'ordine" in senso capitalistico.
Il libro è per molti aspetti una storia di parole. Ripercorrendo l'evoluzione semantica di termini come "utopia", "estremismo", "rivoluzione" e, naturalmente, "riforma", Favilli racconta la sconfitta e la fine del riformismo storico in Italia. Il rapporto fra i nomi e le cose è di tipo dialettico, dal momento che fra di loro si instaura una relazione di reciproca influenza. Le parole possono anche diventare strumenti di lotta politica. L'uso delle parole e il mutamento del loro significato, inoltre, sono indici di trasformazioni più generali avvenute nella società.
In qualche modo dopo l'89 il concetto di re-formatio è tornato al suo significato etimologico, quello di recupero di una posizione originaria (nel caso in questione, del dominio incontrastato dei rapporti di produzione capitalistici), perdendo il vecchio significato di trasformazione progressiva e, in senso lato, rivoluzionaria della società. La maggior parte delle riforme invocate e realizzate negli ultimi anni, infatti, non sono altro in realtà che restaurazioni dell'ordine capitalistico, temporaneamente messo in discussione durante la cosiddetta "età dell'oro", il trentennio successivo alla fine del secondo conflitto mondiale. Così come è esistita storicamente una forma di rivoluzione mascherata da restaurazione (la "rivoluzione passiva" di cui parlava Gramsci), analogamente oggi assistiamo a uno speculare processo di restaurazione nascosto sotto l'apparente aspetto di un'azione riformatrice.
Quali conclusioni trarne per il futuro? Dopo aver gettato luce sulla fase regressiva in atto attraverso l'analisi delle sorti del termine "riformismo", Favilli lascia alla Postilla politica il compito di valutare le probabilità di riuscita di un superamento della fase che stiamo vivendo. Di fronte a una crisi economica globale dagli esiti incerti non è sufficiente fornire un'interpretazione migliore della realtà perché strade alternative vengano sperimentate. È necessario che rinasca la politica, la grande politica, attraverso un soggetto sulle cui gambe le idee critiche possano camminare.
Le riforme regressive che negli ultimi anni hanno ridimensionato i diritti del lavoro devono in ogni caso trovare un'opposizione, anche quando questa appaia contraria alla necessità delle cose. Come ricorda Favilli, è dallo sforzo di conservare le tradizionali tutele, da una resistenza al nuovo, apparentemente anacronistica, che è sorto storicamente il movimento operaio, consentendo la sperimentazione di nuove relazioni sociali. Engels, ne La situazione della classe operaia in Inghilterra, lo esprime come meglio non si potrebbe: «Si domanderà perché gli operai scioperino in casi in cui è evidente l'inefficacia della loro azione. Semplicemente perché essi devono protestare contro la diminuzione del salario e perfino contro la necessità di tale diminuzione, perché devono dichiarare che, come uomini, non possono adattarsi alla situazione ma è la situazione che deve adattarsi ad essi, agli uomini». Sarà bene ricordarsene, di fronte ai tanti casi Pomigliano che ci aspettano.



FONTE: Liberazione, 1 settembre 2009

nella foto Filippo Turati
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