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Prezzo della Crisi del 11-10-2010: 'Sicurezza sul lavoro: scoop, il governo dà ragione alla Fiom '
di Anna Maria Bruni
Diciamo la verità, per una volta ha ragione il governo. Lo spot sulla sicurezza sul lavoro è un messaggio diretto all’autostima di ogni lavoratore. “Sicurezza sul lavoro: la pretende chi si vuole bene”, così si conclude lo spot in onda a reti unificate, che martellerà la testa dei lavoratori ancora per i prossimi otto mesi. E speriamo che sortisca il suo effetto, in quelli che ancora traballano un po’in quanto a fiducia in sé. Ma intanto, confidiamo nel ‘volersi bene’ di molti, confidiamo nell’affetto verso se stessi e verso i propri cari, come ricorda Antonio Boccuzzi, l’unico scampato al rogo della Thyssen, oggi sull’Unità. Si, confidiamo in loro perché siamo certi che prendendo alla lettera questo spot, paralizzino per un momento la produzione di questo paese, per “pretendere”, come giustamente suggerisce il Ministero del lavoro e delle politiche sociali a cui lo spot va addebitato, di lavorare in totale sicurezza.

Perché 790mila infortuni in un anno, l’ultimo per completezza di statistica, il 2009, sono un’enormità, soprattutto considerando l’aumento esponenziale della cassa integrazione, che segnala molte meno giornate lavorate, nonché della disoccupazione. Di quelli, 1000 sono morti a seguito dell’incidente, e 886 sono invece i morti di malattia professionale. Perciò è bene che i lavoratori “si vogliano bene”, e paralizzino la produzione. In fabbrica e in cantiere, specie negli appalti e nei subappalti, che sono i primi in classifica nelle stragi sul lavoro. Ultima, quella del 12 settembre a Capua. L’ennesima morte per asfissia da avvelenamento in una cisterna, l’ennesima di una ditta in subappalto.

Il segnale è chiaro: tanto più si allunga la catena della produzione, tanto meno sono attivi i controlli, le normative, la formazione sulla sicurezza. Ma non basta, perché questo governo, lo stesso che incita i lavoratori a pretendere sicurezza, ha demolito le norme del Testo unico che inchiodavano le aziende attraverso una normativa stringente, così come attraverso le sanzioni. Una demolizione attuata dal ministro del lavoro Sacconi, e controfirmata dal ministro dell’economia Tremonti il 25 agosto al meeting di Rimini, dove ha annunciato che “la sicurezza sul lavoro è un lusso che non possiamo permetterci”. Certo poi si è parzialmente corretto, ma i fatti si incaricano di stabilire quali parole gli corrispondono meglio.

Cancellata la responsabilità in solido con il committente, così come la trasparenza contributiva, un deterrente al lavoro nero che ora torna ad essere impiegato a iosa, cosa che peraltro rende difficile persino tenere il conto degli infortuni. Altrettanto vale per la comunicazione dell’assunzione, non più obbligatoria al primo giorno, con l’introduzione del libro unico del lavoro che sostituisce libro paga e matricola. Per tutti i lavoratori incidentati al primo giorno di lavoro, vale la doppia trappola dell’assunzione in extremis solo per evitare sanzioni, così come, lì dove è effettivamente il primo giorno di lavoro, l’assoluta mancanza di formazione. Devono essere denunciati gli infortuni con prognosi di 14 giorni e non più di 3, è stato abolito il libro degli infortuni che il datore di lavoro era prima obbligato a tenere, e ultimo ma non ultimo, sono state dimezzate le sanzioni, pecuniarie e detentive, ed è stato cancellato il rischio di sospensione dall’attività, nel quale il datore di lavoro non deve più temere di incorrere. Per non parlare dei tagli sui controlli dovuti alla riduzione degli ispettori Asl e Inail, come dei medici del lavoro.

Il quadro che si presenta rende evidente la facilità con la quale qualsiasi imprenditore può sfuggire alla messa in sicurezza dei lavoratori della sua azienda. Ma a questa ancora i lavoratori, “volendosi bene”, potrebbero opporsi, perciò qui interviene direttamente un imprenditore a fare da apripista. Il contratto voluto dall’ad della Fiat Marchionne per Pomigliano da questo punto di vista può fare scuola, perché attacca il problema su due fronti: il peggioramento delle condizioni di lavoro da una parte, secondo le quali 18 turni inchiodano i lavoratori alla catena senza pausa se non a fine turno, a dispetto di qualunque venir meno delle forze causa fame e stanchezza, e alla ripresa del turno della mattina alle 6, dopo aver smesso quello della sera alle 22. Se queste 8 ore che separano un turno dall’altro servono anche a spostarsi dal lavoro a casa – magari anche un’ora di viaggio – e a mangiare, viene il dubbio che 4 o 5 ore di sonno non bastino a recuperare la fatica. E’ qui che scatta la provocazione: i lavoratori dovrebbero fermarsi, paralizzare la produzione, e pretendere condizioni di lavoro decenti. Ha ragione il governo. Anzi, uno scoop, il governo dà ragione alla Fiom. Senonché Marchionne ha pensato proprio a tutto, perché le sanzioni disciplinari inserite nel contratto, che portano anche al licenziamento, inchiodano chiunque pensi di fare sciopero contro questo nuovo modo di amministrare la fabbrica. E questa è la Fiat, perciò parlare del ricatto del lavoro precario a questo punto sarebbe un pleonasmo.

E’ per questo che l’appello perché lo spot venga ritirato promosso da Marco Bazzoni, instacabile Rls, insieme ad Andrea Bagaglio, Leopoldo Pileggi e Daniela Cortese, che ha già raccolto più di 400 firme fra medici del lavoro, studenti, ricercatori, precari, volontari civili, e tante associazioni tra le quali Articolo 21, deve servire a denunciare l’ipocrisia di questo governo, riportando ai veri termini la questione. Che i lavoratori “si vogliano bene” e “pretendano la sicurezza”, deve diventare un autogol del governo.

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