Prezzo della Crisi del 21-07-2010: 'Sicurezza lavoro, la verità delle cifre '
di Fabio Sebastiani per controlacrisi.org
Molti giornali, anzi la stragrande maggioranza, hanno riportato con una certa evidenza l’ennesimo “editto del principe” a proposito di una presunta riduzione degli incidenti mortali. Ma davvero il 3% in meno può essere considerata una riduzione della mortalità sul lavoro? Per carità, il risparmio di vite umane è sempre una bella notizia. Tuttavia, il taglio che la stampa ha dato all’argomento rischia di creare forti distorsioni di prospettiva. Innanzitutto, perché aumentano le malattie professionali. E, soprattutto, aumentano le malattie professionali di tipo nuovo. Vogliamo ricordare qui, per esempio, che la piaga dell’amianto è ancora lungi dall’aver espresso al pieno lo sbocco del periodo di latenza. A parte questo, comunque, nella esatta valutazione dei morti sul lavoro, non si tiene abbastanza conto della disoccupazione indotta dalla crisi economica. L’Istat infatti conteggia un tasso di disoccupazione, e quindi di minore attività del 9% circa, mentre Bankitalia, che considera anche chi ha rinunciato a cercare attivamente un posto di lavoro, parla di un 17%. La differenza non è da poco. E non ha, soprattutto, poco peso nel valutare l’incidenza che la crisi sta avendo sull’attività produttiva. Bisogna poi fare una valutazione settoriale cercando di analizzare il peso specifico che nella riduzione del Pil hanno avuto settori come la manifattura e l’edilizia che, guarda caso, hanno la maggiore incidenza negli infortuni mortali sul lavoro. Insomma, una riduzione di appena 30 episodi mortali nel mondo del lavoro non ci sembra una gran conquista e, soprattutto, non ci sembra reale rispetto al taglio netto che si è avuto nel Pil nel 2009, del 5%. Dal conto restano fuori, ovviamente, tutti gli incidenti mortali che avvengono nel mondo del lavoro nero. Su quelli nessuno è in grado di fare valutazioni precise. Eppure basterebbe incrociare i dati con quanto accade negli ospedali o tentare di capire meglio il fenomeno della mortalità giovanile. Il lavoro nero non ha poco peso in Italia, visto che ormai anche le statistiche ufficiali lo valutano intorno a un quinto del Pil.
Una riduzione del 3%, quindi al netto della crisi economica, non ci sembra un dato che possa far esultare il Bel Paese. Gli imprenditori italiani di solito hanno soglie molto basse rispetto al tema della sicurezza. E sicuramente prenderanno questo dato come un pretesto per abbassare la guardia.
Molti giornali, anzi la stragrande maggioranza, hanno riportato con una certa evidenza l’ennesimo “editto del principe” a proposito di una presunta riduzione degli incidenti mortali. Ma davvero il 3% in meno può essere considerata una riduzione della mortalità sul lavoro? Per carità, il risparmio di vite umane è sempre una bella notizia. Tuttavia, il taglio che la stampa ha dato all’argomento rischia di creare forti distorsioni di prospettiva. Innanzitutto, perché aumentano le malattie professionali. E, soprattutto, aumentano le malattie professionali di tipo nuovo. Vogliamo ricordare qui, per esempio, che la piaga dell’amianto è ancora lungi dall’aver espresso al pieno lo sbocco del periodo di latenza. A parte questo, comunque, nella esatta valutazione dei morti sul lavoro, non si tiene abbastanza conto della disoccupazione indotta dalla crisi economica. L’Istat infatti conteggia un tasso di disoccupazione, e quindi di minore attività del 9% circa, mentre Bankitalia, che considera anche chi ha rinunciato a cercare attivamente un posto di lavoro, parla di un 17%. La differenza non è da poco. E non ha, soprattutto, poco peso nel valutare l’incidenza che la crisi sta avendo sull’attività produttiva. Bisogna poi fare una valutazione settoriale cercando di analizzare il peso specifico che nella riduzione del Pil hanno avuto settori come la manifattura e l’edilizia che, guarda caso, hanno la maggiore incidenza negli infortuni mortali sul lavoro. Insomma, una riduzione di appena 30 episodi mortali nel mondo del lavoro non ci sembra una gran conquista e, soprattutto, non ci sembra reale rispetto al taglio netto che si è avuto nel Pil nel 2009, del 5%. Dal conto restano fuori, ovviamente, tutti gli incidenti mortali che avvengono nel mondo del lavoro nero. Su quelli nessuno è in grado di fare valutazioni precise. Eppure basterebbe incrociare i dati con quanto accade negli ospedali o tentare di capire meglio il fenomeno della mortalità giovanile. Il lavoro nero non ha poco peso in Italia, visto che ormai anche le statistiche ufficiali lo valutano intorno a un quinto del Pil.
Una riduzione del 3%, quindi al netto della crisi economica, non ci sembra un dato che possa far esultare il Bel Paese. Gli imprenditori italiani di solito hanno soglie molto basse rispetto al tema della sicurezza. E sicuramente prenderanno questo dato come un pretesto per abbassare la guardia.
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