Prezzo della Crisi del 01-09-2010: 'Sicurezza in miniera, il Cile non riconosce le norme Oil '
Mentre decine di lavoratori sono costretti a vivere a settecento metri di profondità sperando nell’apertura di un tunnel, i sindacati denunciano l’assenza di una politica della prevenzione da parte del governo e delle aziende
di Vittorio Bonanni
Da diversi giorni tra le prime notizie dei telegiornali come pure dei quotidiani compare la drammatica vicenda dei 33 minatori cileni bloccati a 700 metri di profondità nelle viscere del deserto di Atacama, nell’estremo nord del Paese. La loro storia struggente, di lavoratori che ancora oggi rischiano quotidianamente la vita e che però non hanno alcuna intenzione di darla vinta a quello che appare essere un destino “cinico e baro”, sta bucando, come si suol dire, gli schermi. Indubbiamente non era mai accaduto prima un fatto del genere: decine di uomini costretti a vivere insieme in uno spazio angusto e che saranno obbligati ad accettare quella condizione ancora per molto tempo, ricevendo cibo e medicinali dall’esterno in attesa che la trivella scavi un piccolo ma lungo tunnel che dovrebbe garantire loro la salvezza. Grazie alla tecnologia moderna, computer, telefonini e via dicendo, possono anche comunicare con i loro cari e guardarsi in faccia, sia pure con l’ausilio di uno schermo. E’ normale insomma che di fronte a tutto questo ci sia anche un grande risalto mediatico che si traduce certamente anche in una solidarietà e nella speranza che tutto finisca per il meglio. Il problema nasce quando questa prevedibile reazione ad un fatto inusuale nasconde invece il vero nocciolo del problema. Ovvero la sicurezza sui luoghi di lavoro. Di questo si parla poco o niente. Abbiamo solo sentito il presidente Sebastián Piñera, leader di una coalizione di destra, sostenere la necessità di adottare maggiori misure di sicurezza e fare appello alle aziende perché si adoperino in tal senso. La verità è che sono anni che i minatori e i loro rappresentanti sindacali si battono perché scenari come quello che ci è stato proposto questi giorni non si verifichino o che chi lavora sotto terra non si ammali di patologie antiche come la silicosi o altro. Ma senza risultati. Il Cile, per esempio, non aderisce alla dichiarazione 176 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (Oil) relativamente all’accordo sulla sicurezza e la salute nelle miniere, raggiunto nel 1995. E questo malgrado il paese sudamericano sia stato governato per vent’anni da una coalizione di centro-sinistra. Questo regolamento obbliga i proprietari delle miniere a vigilare sulla sicurezza e la salute, a ispezionare i giacimenti a scadenza regolare, notificare gli incidenti mortali o gravi e indagare su di essi così come sugli incidenti pericolosi. L’autorità competente ha inoltre la facoltà di sospendere o ridurre le attività minerarie nel caso fosse necessario. Ma tutto questo non succede perché il Cile appunto non riconosce la 176. Questa estrema precarietà ha portato i lavoratori delle miniere, i “mineros” come si dice da quelle parti, a procedere per vie legali da anni ma senza risultato alcuno. Difficile dire se questa drammatica storia potrà servire a qualcosa. Il primo atto dovrebbe essere il riconoscimento delle normative internazionali sulla sicurezza. Ma il pessimismo è d’obbligo. Su tante cose, la questione sociale in primo luogo, il Paese di Neruda e Allende è ancora rimasto purtroppo quello di Pinochet e dei Chicago Boys.
di Vittorio Bonanni
Da diversi giorni tra le prime notizie dei telegiornali come pure dei quotidiani compare la drammatica vicenda dei 33 minatori cileni bloccati a 700 metri di profondità nelle viscere del deserto di Atacama, nell’estremo nord del Paese. La loro storia struggente, di lavoratori che ancora oggi rischiano quotidianamente la vita e che però non hanno alcuna intenzione di darla vinta a quello che appare essere un destino “cinico e baro”, sta bucando, come si suol dire, gli schermi. Indubbiamente non era mai accaduto prima un fatto del genere: decine di uomini costretti a vivere insieme in uno spazio angusto e che saranno obbligati ad accettare quella condizione ancora per molto tempo, ricevendo cibo e medicinali dall’esterno in attesa che la trivella scavi un piccolo ma lungo tunnel che dovrebbe garantire loro la salvezza. Grazie alla tecnologia moderna, computer, telefonini e via dicendo, possono anche comunicare con i loro cari e guardarsi in faccia, sia pure con l’ausilio di uno schermo. E’ normale insomma che di fronte a tutto questo ci sia anche un grande risalto mediatico che si traduce certamente anche in una solidarietà e nella speranza che tutto finisca per il meglio. Il problema nasce quando questa prevedibile reazione ad un fatto inusuale nasconde invece il vero nocciolo del problema. Ovvero la sicurezza sui luoghi di lavoro. Di questo si parla poco o niente. Abbiamo solo sentito il presidente Sebastián Piñera, leader di una coalizione di destra, sostenere la necessità di adottare maggiori misure di sicurezza e fare appello alle aziende perché si adoperino in tal senso. La verità è che sono anni che i minatori e i loro rappresentanti sindacali si battono perché scenari come quello che ci è stato proposto questi giorni non si verifichino o che chi lavora sotto terra non si ammali di patologie antiche come la silicosi o altro. Ma senza risultati. Il Cile, per esempio, non aderisce alla dichiarazione 176 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (Oil) relativamente all’accordo sulla sicurezza e la salute nelle miniere, raggiunto nel 1995. E questo malgrado il paese sudamericano sia stato governato per vent’anni da una coalizione di centro-sinistra. Questo regolamento obbliga i proprietari delle miniere a vigilare sulla sicurezza e la salute, a ispezionare i giacimenti a scadenza regolare, notificare gli incidenti mortali o gravi e indagare su di essi così come sugli incidenti pericolosi. L’autorità competente ha inoltre la facoltà di sospendere o ridurre le attività minerarie nel caso fosse necessario. Ma tutto questo non succede perché il Cile appunto non riconosce la 176. Questa estrema precarietà ha portato i lavoratori delle miniere, i “mineros” come si dice da quelle parti, a procedere per vie legali da anni ma senza risultato alcuno. Difficile dire se questa drammatica storia potrà servire a qualcosa. Il primo atto dovrebbe essere il riconoscimento delle normative internazionali sulla sicurezza. Ma il pessimismo è d’obbligo. Su tante cose, la questione sociale in primo luogo, il Paese di Neruda e Allende è ancora rimasto purtroppo quello di Pinochet e dei Chicago Boys.
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