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Eternit, condannati i responsabili di 'avvelenamento'. Una sentenza esemplare
Una sentenza esemplare per un processo storico. Sono un po’ tutti concordi nel definirlo così, osservatori, sindacalisti, esponenti del mondo ambientalista e della politica, famigliari delle vittime, il dispositivo letto quest’oggi nella maxi aula 1 del Palazzo di giustizia di Torino dal giudice Giuseppe Casalbore.

Ormai è noto: al miliardario svizzero Stephan Schmidheiny e al barone belga Louis de Cartier, ex vertici della multinazionale Eternit, sono stati comminati 16 anni (rispetto ai 20 richiesti dal gip Raffaele Guariniello) di carcere ciascuno perché riconosciuti colpevoli di disastro ambientale doloso e omissione volontaria delle cautele antinfortunistiche. Una sentenza che, con la sola nota stonata rappresentata dalla prescrizione per gli stabilimenti di Rubiera e Bagnoli, rende giustizia – per quanto si possa rendere giustizia alle migliaia di uomini e donne morti di infermità terribili e nella gran maggioranza dei casi inconsapevoli dei pericoli corsi per buona parte della propria vita a contatto con un minerale assassino – alle vittime per amianto in tutto il paese (2.200, 1.700 nella sola Casale Monferrato) e che, per usare le parole del segretario confederale della Cgil Vincenzo Scudiere, serve da monito a quanti continuano a ritenere che il nostro paese può essere competitivo senza garantire la sicurezza ai lavoratori e ai cittadini.

La sentenza di Torino rappresenta tuttavia un monito ancora più pesante per tutti gli Stati che continuano a produrre e a commercializzare – a volte a dispetto della legge – manufatti in amianto (sembra impossibile, eppure quasi il 70 per cento della popolazione mondiale abita in paesi dove ancora si lavora la fibra killer), a cominciare dall’India e dal Brasile, ma anche per quelli che li importano (Russia e Cina) e, in particolare, per la cosiddetta lobby dei paesi esportatori (in primis il Canada, che produce e vende all’estero l’amianto guardandosi bene dalle pratiche di utilizzo all’interno dei propri confini nazionali), che continua ad agire pesantemente nelle sedi internazionali con l’obiettivo d’influenzare le politiche che regolano l’import delle materie prime nei paesi che devono sottostare alle regole dei potenti.

Ma la decisione del tribunale è importante anche per altri motivi: perché da un lato consolida la considerazione del dolo (disastro ambientale doloso permanente) già stabilita in occasione della sentenza Thyssen dello scorso 15 aprile (significativa, a questo proposito, la presenza questa mattina al presidio davanti al Palazzo di giustizia di Antonio Boccuzzi, l’unico sopravvissuto al rogo sulla linea 5 dell’impianto ThyssenKrupp di Torino in cui il 6 dicembre del 2007 persero la vita 7 operai) e, dall’altro, prende in considerazione per la prima volta anche i danni psicologici sopraggiunti a causa del comportamento sbagliato, quando non addirittura criminoso, di un’azienda. Si tratta di quell’elevata incidenza di patologie collegate all’asbesto (umore depresso, stati ansiosi, pensieri fissi e intrusivi, disturbi del sonno ecc.) che nell’area del Casalese è da lungo tempo oggetto d’indagine sanitaria ed epidemiologica da parte di diversi studiosi, tra cui Antonella Granieri, docente di Psicologia clinica all’Università degli studi di Torino, intervistata da chi scrive nell’ambito del volume dell’Ediesse “Casale Monferrato: la polvere che uccide”.

Rappresenta infine un importante riconoscimento al ruolo svolto negli ultimi 40 anni dal sindacato nella lotta all’amianto il risarcimento – assieme a quelli assegnati ai territori coinvolti dalla produzione Eternit, all’Inail e a ciascuno dei parenti delle vittime costituitisi parte civile – di 100 mila euro. Un ruolo che si può riassumere nel lungo percorso, non ancora concluso, di lotte contro la nocività dell’ambiente di lavoro – di cui la vicenda di Casale Monferrato rappresenta una vicenda esemplare, sintetizzabile nell rifiuto del ricatto di dover accettare insostenibili condizioni di rischio pur di mantenere l’occupazione. Una scelta corrispondente a una grande visione strategica, in cui la salute è stata concretamente concepita non solo come un bene individuale inestimabile, ma anche come un interesse della collettività.