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Cucchi, la sorella: «Si autoassolvono ma la verità dovrà venire fuori»

Ognuno assolve se stesso. Che devo dire? Stefano non è morto. Non è successo niente. È quello che vogliono far credere. Ma io attendo il lavoro della procura al di là delle indagini interne che sono state fatte. Che qualcosa è successo questo è ovvio, che ora ognuno cerchi in qualche modo di scaricarsi le responsabilità è un altro discorso. A monte c'è il lavoro della magistratura che mi auguro ci dia rapidamente delle risposte chiare». Non si stanca Ilaria Cucchi; da un mese e mezzo chiede giorno dopo giorno chiarezza e verità. Stefano, suo fratello, è morto il 22 ottobre scorso in stato d'arresto; denutrito, con le vertebre rotte, lesioni ed ecchimosi su tutto il corpo. E lei continua a domandare: perché? Lo chiede agli avvocati, agli inquirenti, ai politici; lo ribadisce con fermezza ai giornalisti e alle persone che incontra ogni giorno e le chiedono come va. “È faticoso, ma devo andare avanti”.

Incontri, interviste, testimonianze: intere giornate passate così, vivendo un dolore privato in pubblico. Ce la fa?
«La mia vita è cambiata radicalmente, ho due bambini, ed è difficile gestire la quotidianità. Le mie giornate sono atroci. Al di là del dolore che naturalmente si prova per la perdita di un fratello, c'è comunque il rivivere quotidiano di questo lutto. Però devo farmi forza, andare avanti. Non potrei fare diversamente. Io devo dare voce a quello che è successo a Stefano. Altrimenti vorrebbe dire non sapere mai la verità su quello che gli è accaduto».

A cosa vuole dar voce precisamente
«Al fatto di non sapere tutto ciò che gli è successo. E domandarsi se mai sapremo davvero. Inoltre comincio a realizzare gli ultimi giorni di Stefano: quanta sofferenza inutile c'è stata per lui. Quanta indifferenza ha dovuto subire. Forse si è sentito anche abbandonato da noi, nessuno gli ha detto che noi eravamo lì fuori a chiedere sue notizie. C'è stata tanta, tanta indifferenza”.
Come la spiega?
“Posso ipotizzare il pregiudizio nei confronti di persone con problematiche di tossicodipendenza o di persone detenute in generale. È grave. E lo è ancora di più soprattutto se parliamo di funzionari pubblici, di medici, di etica e deontologia.
Lei è sempre apparsa calma ed equilibrata. Ci sono momenti in cui è più difficile esserlo?
“... quando sono sola. A volte vengo presa dallo sconforto, prima di tutto per la realizzazione del mio dolore. Io e mio fratello eravamo molto legati. E poi lo sconforto di fronte a quello che mi succede intorno. Per cui ora improvvisamente non è colpa di nessuno, quindi devo pensare che mio fratello non è morto. La paura che tante delle mie domande resteranno senza risposta. Mi auguro di no, ma purtroppo ho questa sensazione.
Che cosa le fa temere che possa finire così?
Quello che sta succedendo negli ultimi giorni: i medici hanno assolto i medici loro colleghi, e questi sono stati reintegrati, la morte di Stefano dichiarata 'improvvisa e imprevedibile', le altre indagini. Questa sorta di scarica barili che sta uscendo fuori mano mano che si va avanti. Decisioni quantomeno affrettate, considerato che ci sono degli avvisi di garanzia. Comunque in questo momento ho una fiducia prudente nella giustizia. Io e la mia famiglia abbiamo sempre avuto una grande fiducia nelle istituzioni e ci auguriamo che le istituzioni si assumano la responsabilità di individuare se al loro interno ci sono colpe da parte dei singoli. Noi non accusiamo le istituzioni, ma è ovvio che ci sono delle responsabilità e vanno individuate”.
E se le domande rimanessero senza risposta, che farà?
“Mi auguro che siano delle risposte. Ma in ogni caso io andrò avanti, sempre. Devo andare avanti perché è sacrosanto che noi chiediamo verità”.

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