
Dopo quarant'anni, mi sembrerebbe strano vivere senza il manifesto. Vivere - pensare, militare, scrivere e costruire con gli altri - senza confrontarmi e informarmi con (e talora passare attraverso) le pagine del manifesto.Ci sono stati periodi nei quali, con gli amici del giornale, abbiamo costruito assieme strumenti di analisi e di organizzazione: è stato proprio all'inizio della vita della testata, quando i militanti di Potere Operaio elaborarono un primo tracciato dell'avventura politica che si sarebbe in gran parte accompagnata a quella del giornale.
Ricordo ancora con gioia come ci si litigava sotto il tendone del circo nel quale si tenne il primo convegno dei comitati di classe...
Qualche anno dopo, il manifesto decise di impegnarsi nella difesa di tutti i compagni coinvolti nell'inchiesta "7 aprile". Fu un gesto pieno di coraggio: dette un aiuto costante e senza equivoche inflessioni, duro ed efficace. Ricordo con quale attenzione, in galera, leggevamo il giornale: vi trovavamo molto spesso più elementi di comprensione di ciò che succedeva "fuori" di quanto riuscissero a darci le spiegazioni dei nostri avvocati. Il giornale era come un cordone ombelicale: necessario per continuare a respirare.
Eppure, con il manifesto, spesso, mi sono anche incazzato. Quando sosteneva ipotesi e linee politiche che mi sembravano sbagliate, o quando rifiutava di vedere come la realtà stava cambiando, e quali nuovi strumenti politici fossero necessari per cogliere quel mutamento. Ma guardando oggi a come la sinistra italiana si è trasformata, non posso non riconoscere che il giornale è sempre rimasto comunista - nel senso che fin dall'inizio esso ha dato a quella parola: non l'aggettivo di un partito, ma il nome di un'indignazione e l'intelligenza di un progetto di classe.
Oggi, proprio mentre il discorso sul comune si sta riaprendo, al manifesto viene tolta la possibilità di partecipare a questa svolta, a questo nuovo fronte di lotte. È dunque proprio oggi che la testata diventa più che mai necessaria, ed è oggi che dobbiamo salvarla.
Il manifesto non può sparire. Ma non può neanche diventare altro rispetto a ciò che è sempre stato: libero, scomodo, radicalmente onesto, un po' giansenista, un po' extraparlamentare, capace sempre di annusare il mondo che cambia, esigente, diffidente davanti alle false seduzioni e agli imbrogli, pieno d'intuito e di coraggio.
Il manifesto, il nostro manifesto, deve continuare a vivere e a renderci il mondo più intelligibile.
il manifesto 2012.02.15
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PROSEGUE LA CAMPAGNA PER SALVARE IL MANIFESTO
UN PRIMO BILANCIO
Vendite +50 per cento. Ma chi manca è il governo
TAGLIO MEDIO - Matteo Bartocci
TAGLIO MEDIO - Matteo Bartocci
Ci mancava solo la neve. Dai primi dati attendibili sulle vendite la nostra «campagna acquisti» ha dato i suoi frutti. Dal 10 febbraio a oggi le vendite medie in edicola sono aumentate del 50%. Potrebbero essere arrivate a diecimila copie in più. Il condizionale è d'obbligo e il dato reale andrà preso con molta molta cautela perché con la bufera di neve e il tempo da lupi il giornale non è arrivato o è arrivato con difficoltà in mezza Italia.
Voi lo sapete - perché ce lo segnalate via email, twitter o telefono - ma in Puglia, Calabria, Campania, Toscana, Lombardia ed Emilia-Romagna, nei primi giorni di febbraio il giornale è arrivato poco e male. Senza contare l'assenza dalle isole per la scandalosa decisione di Poste italiane di sospendere i voli postali (utilizzati prevalentemente da testate di sinistra come noi, Unità e Liberazione). Dove siamo arrivati, però, la «campagna acquisti» ha iniziato a funzionare.
È splendido ma non basta. Purtroppo non basta affatto. Noi e voi possiamo fare meglio di così. E lo faremo già da questa settimana, appena il tempo si normalizzerà. Noi e voi, infatti, ci siamo. Chi manca ancora è il governo. Ed è un'assenza decisiva, esiziale. Come abbiamo cercato di spiegarvi in lungo e in largo negli scorsi mesi, i problemi del manifesto (e dei giornali non profit e in cooperativa) sono di due tipi diversi. Da un lato c'è un problema editoriale, industriale e finanziario (vendite insufficienti, penalizzazioni pubblicitarie, costi fissi di gestione troppo alti e così via). E questo lo possiamo - lo potremo, lo potremmo - risolvere con il liquidatore, migliorandoci o facendo scelte amministrative più precise. Dall'altro c'è un problema strutturale, sul quale noi e voi non possiamo fare poco o nulla. E sono i tagli retroattivi al fondo editoria. Senza un intervento del governo nelle prossime ore noi saremo costretti a chiudere e basta. Qualsiasi sforzo facciamo.
Proviamo a spiegarlo in maniera semplice: nel 2012 (cioè adesso) il governo deve stanziare i fondi per l'editoria che coprono l'anno 2011. Si tratta (per i giornali veri, truffatori esclusi) di un rimborso per spese già sostenute nell'anno appena finito. Di conseguenza, se quel rimborso è insufficiente, il bilancio 2011 non si può approvare e l'impresa chiude, come è già accaduto a tante cooperative locali e a testate più o meno note. Perdonate il paragone un po' cruento. Ma è come se con le manovre dell'estate scorsa Giulio Tremonti avesse sparato una pallottola e noi stessimo ancora aspettando di ricevere il colpo. Ci potrà uccidere, colpire di striscio, azzopparci. Difficilmente, lo sappiamo, mancherà il bersaglio. Attualmente quel proiettile mira al cuore. I 53 milioni di euro complessivi stanziati finora dal ministero dell'Economia (un taglio del 75% rispetto al già decurtato anno precedente) non bastano né a noi né alle 90 testate a rischio chiusura. Lo stato, quando chiuderemo, spenderà molto di più in ammortizzatori sociali, mancato gettito e oneri finanziari. Noi non siamo un giornale «assistito». O meglio, lo siamo ma solo in parte. Facendo una media dal 2006 al 2010, il 58% dei ricavi del manifesto proviene da vendite in edicola o abbonamenti. Il 7% dalle sottoscrizioni che facciamo periodicamente e l'11% arriva dalla pubblicità (nei giornali "normali" la pubblicità è sempre superiore al 45% dei ricavi). Il contributo pubblico ammonta, in media, al 24%. Per tre quarti, dunque, provvediamo da soli e con voi. Ma contro un taglio così forte e retroattivo non abbiamo difese. E quello che non è riuscito a fare Berlusconi entrerà nel ricco curriculum vitae del professor Monti.
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Mille per mille fa un milione. Di euro.
La sottoscrizione lanciata venerdì si affianca alla richiesta di comprare il giornale in edicola.
I dati per la sottoscrizione sono: bonifico bancario c/o Banca Sella, Iban IT18U0326803200052879687660; c/c postale 708016. Entrambi intestati a «il manifesto coop. ed. a r.l.», Via A. Bargoni 8, 00153, Roma.
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