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Migranti, 14 anni fa la strage al Vulpitta: quelle chiavi che ancora non si sono trovate

Accadde la notte del 28 dicembre 1999, a Trapani, nell’allora Centro di Permanenza Temporanea “Serraino Vulpitta” (oggi chiuso). Accadde quando non c’era la Bossi Fini e questi centri erano stati introdotti in Italia nel 1998 mediante una legge che porta il nome dell’allora ministro dell’Interno e ora Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Rabah, Nashreddine, Jamel, Ramsi, Lofti e Nasim in quel centro erano stati rinchiusi e avevano provato a fuggire. Si erano calati con una corda fabbricata con le lenzuola, si era immediatamente scatenata la caccia all’uomo, li avevano ripresi e condotti in cella. Uno dei reclusi aveva probabilmente dato fuoco ad un materasso scatenando l’incendio. Le chiavi non si trovavano, gli estintori erano rotti, nessuno volle prendersi la responsabilità di farli uscire. Ma uscirono, in 3 già morti e gli altri destinati alla stessa fine, dopo una tremenda agonia. Altri due ragazzi rinchiusi nella stanza si salvarono, ma portano i segni del rogo ancora addosso.

Accoglienza, le chiavi ancora non si sono trovate
Anni e anni di indagini, mai nessuno pagò per queste morti oscene, neanche l’allora prefetto. Solo un misero risarcimento, mentre l’allora ministro dell’Interno (succeduto a Napolitano), l’onorevole Enzo Bianco, ora sindaco di Catania, dichiarava che il “Vulpitta era un albergo a 5 stelle”. Una strage di centro-sinistra che dà inizio ad una stagione senza ritorno, di cui le vicende di questi giorni costituiscono un continuum mai interrotto, indipendentemente dai governi. Chi ha seguito non ha fatto altro che inasprire le condizioni di vita dei trattenuti perché privi di permesso di soggiorno (quindi non per un reato commesso ma per ciò che si è), aumentando il numero di centri, cambiando loro nome, accrescendo i tempi massimi di trattenimento, inibendo l’accesso ai giornalisti. E poi, di fronte all’incapacità strutturale di gestire i movimenti di persone dall’Africa Sub-sahariana prima e dal Magreb poi, dopo le rivoluzioni e le dinamiche innestate dalla crisi, ancora tentativi miseri di proibizionismo: esternalizzazione delle frontiere con i campi in Libia, missioni militari congiunte, respingimenti al di fuori di ogni norma internazionale, processi a chi tentava di salvare naufraghi e infine, centri di accoglienza di dubbia natura. Da Lampedusa spesso trasformata in carcere a cielo aperto fino agli ultimi spazi requisiti e utilizzati per strutture ubicate in un vero e proprio limbo giuridico, a volte di detenzione, poi di ospitalità per richiedenti asilo, poi di prima accoglienza, tutto affidato all’improvvisazione e alla discrezionalità delle prefetture.

Nell’epoca di mezzo
Per ora tanto il sistema dei Cie che quello dell’accoglienza stanno franando miseramente. Non sono più un affare per gli enti gestori che vincono le gare di appalto, un tempo si riusciva ad avere – è il caso di Modena – 72 euro al giorno, pro capite per trattenuto, oggi si vincono le gare al ribasso, a meno di 30 euro. Quindi diminuisce il numero dei dipendenti, delle persone che è possibile detenere, e peggiorano le condizioni di vita. Aver portato inutilmente a 18 mesi i tempi massimi di trattenimento ha acuito la trasformazione in penitenziari dei centri, sbarre e gabbie sono una condizione umana ed esistenziale in cui non si regge. E allora continue e mai cessate rivolte, atti di autolesionismo, suicidi riusciti o meno. Oggi dei 13 centri previsti ne sono in funzione 6. Crotone è stato chiuso questa estate dopo la morte per cause non ancora chiarite di un 32enne. Gradisca d’Isonzo ha avuto lo stesso destino a novembre, dopo che in estate, durante una rivolta, un altro recluso era caduto dal tetto e da allora è in coma irreversibile all’ospedale di Trieste. Prima erano stati chiusi i centri di Lamezia Terme, il “Vulpitta” di Trapani, il “Restinco” di Brindisi, poi quelli di Bologna e Modena. E proprio da Modena è giunta in questi giorni la nota ufficiale con decreto del Ministro dell’Interno, di concerto con il Ministro dell’Economia e delle Finanze, in data 23 dicembre. In attesa di futura(?) ristrutturazione la Prefettura ha avviato le procedure per la disdetta del contratto di locazione dell’immobile e dei contratti di manutenzione per la gestione degli impianti del Centro. Insomma in maniera ambigua ma soppresso. In questi giorni la potente protesta delle “bocche cucite” nel Cie di Ponte Galeria a Roma ha fatto irruzione negli schermi e nell’agenda politica. Si è parlato meno, perché più periferici di quanto accadeva a Bari e a Torino, scioperi della fame e sommosse e in molti hanno cominciato a parlare di revisione del sistema ma la confusione regna sovrana. In parlamento, prima delle rivolte, era stata approvata con i voti di Pd, Sc e Ncd, una mozione che dichiarava di voler cambiare tutto ma non interviene nell’immediato su nulla. Al Viminale, il Ministro dichiara che la Bossi Fini non si tocca, il suo vice parla di rapida e drastica riduzione dei tempi di trattenimento, nello stesso Pd si fronteggiano posizioni diverse e disparate. Durante il precedente governo, una task force del Viminale aveva poi redatto un rapporto, curato dal sottosegretario Ruperto, che per certi versi inaspriva le condizioni di vita nei centri con la boria di volerli rendere più efficienti. La Campagna LasciateCIEntrare (www.lasciatecientrare.it) ha prodotto un documento che è stato inviato a tutti i parlamentari dal titolo diretto, “Mai più Cie”.

"Torneremo a farci sentire"
Ma sono tante le forze esterne o interne ad essa che chiedono di chiudere l’ignobile capitolo della detenzione amministrativa. Competenze collettive organizzate, da associazioni umanitarie a quelle direttamente antirazziste, hanno comprovato come sia impossibile riformare tali istituzioni, la sola via è quella che non si vuole intraprendere. Un coraggioso stop. Del resto, per stessa ammissione del Ministero, ad oggi, causa l’inagibilità di parte delle stesse strutture aperte, nei Cie italiani ci sono 440 persone. Una questione quindi politica e non numerica. Si è in un momento di transizione, se prevarrà l’inerzia, i reclusi che hanno scritto tanto al Papa che a Napolitano, torneranno rapidamente a farsi sentire. Non torneranno indietro, sono determinati, non hanno nulla da perdere. A Ponte Galeria c’è chi ha tranquillamente garantito che si impiccherà e chi intende cucirsi anche le palpebre oltre che la bocca. I dipendenti degli enti gestori si sentono sulla bocca di un vulcano.

La fine dell’accoglienza
Accolti da chi? Il crollo dei Cie è nulla rispetto a quanto si è verificato e si sta verificando anche in queste ore in Sicilia sul fronte dell’accoglienza. C’è voluta la clamorosa e giusta iniziativa di protesta di Khalid Chaouki, parlamentare Pd, per far uscire dall’inferno del Cpsa di Lampedusa, buona parte dei profughi da mesi in attesa di conoscere il proprio destino. Sono rimasti, in condizioni pessime i 17, fra cui una donna in stato di grave prostrazione, sopravvissuti al naufragio del 3 ottobre. Sono testimoni e si attendono le decisioni della magistratura per deciderne nuova allocazione. Alcuni legali, Alessandra Ballerini, Michele Passione, Fulvio Vassallo Paleologo, hanno realizzato un esposto per denunciare un trattenimento collettivo illegale. Il testo, da inviare al Comitato per la Prevenzione della Tortura del Consiglio d’Europa, alla Commissione Europea e ad altre autorità comunitarie, costituisce un duro atto di accusa nei confronti del governo italiano. Saranno in molti, fra associazioni e individui, ad inviarlo a proprio nome, ovviamente anche il Prc procede in tal senso. Accanto a questo un appello, firmato da LasciateCientrare e Asgi, rivolto a tutto il tessuto politico e sociale. Le immagini fortunosamente giunte e trasmesse al Tg2 non possono essere cancellate.

L'inferno contiene altri inferni
Ma l’inferno contiene altri inferni. Quello del Cara (Centro Accoglienza Richiedenti Asilo) di Mineo, in provincia di Catania, 4000 persone rinchiuse in un luogo che ne può contenere 2000, minorenni costrette alla prostituzione per pochi euro con la compiacenza dei gestori. Lì si può restare anche oltre 18 mesi prima di conoscere il proprio destino di richiedente asilo, li si può finire come è accaduto ad un ragazzo eritreo di 21 anni, di aspettare da maggio una risposta, non poterne più e poi decidere di impiccarsi. Un’altra morte assurda ed evitabile, punta di iceberg di condizioni di disumanizzazioni collettive, con centri improvvisati messi in piedi dalle prefetture, senza medici o mediatori, da cui la gente può solo fuggire. A Messina, circa 200 profughi si son ritrovati sommersi dall’acqua. Erano in una tendopoli realizzata a forza, contro il parere del Comune, guai ad utilizzare le strutture turistiche. Son dovuti intervenire i vigili del fuoco per drenare l’acqua e mettere delle passerelle in legno fra le tende. Alcuni hanno accettato di farsi ospitare in un convento, gran parte sono rimasti nel fango. Hanno chiesto al Comune e l’assessore era con loro, volevano anche intraprendere uno sciopero della fame che per ora sembra interrotto. Non è colpa del maltempo, di certo prevedibile in questa stagione se il campo da baseball dove è posta la tendopoli, in Viale dell’Annunziata, si è allagato. È perché l’idea stessa di accoglienza non esiste, nonostante fra fondi europei e nazionali, fiumi di denaro si impieghino in nome di questa. Anche sapere che fine fa quel denaro, come quello dei Cie, potrebbe essere una risposta necessaria. L’anno finisce insomma con storie di sofferenza e di morte. E non è un buon augurio, ripensando a quel rogo di 14 anni fa.

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