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La sartoria Karalò a Roma, dal sistema di accoglienza all'autogestione conflittuale. Prima puntata
“Karalò”, letteralmente, in lingua mandinga, significa “sarto”. Un termine che definisce un tipo di lavoro, che descrive una professione ben precisa, quella del sarto appunto...

Il 17 dicembre, durante l'iniziativa Pratiche di mutuo soccorso (presso lo spazio Communia, a Roma), autogestione e conflitto è stata inaugurata la sartoria Karalò. Il progetto, l'idea e la sua realizzazione concreta nascono da una condivisione sinergica, un'unione tra migranti e operatori sociali nei percorsi di lotta per l'accoglienza a Roma. Infatti, i protagonisti di questo laboratorio sono quattro richiedenti asilo, quattro ragazzi del Mali e del Gambia. Quattro sarti di professione.

Parte 1
preambolo
Nel quartiere di San Lorenzo le contraddizioni del presente abbondano. Sembra che si moltiplichino, quasi ad addensarsi sul ciglio dei marciapiedi. Addirittura, per quante ne sono, sarebbe impossibile stilare un elenco compiuto, un abecedario delle contraddizioni che dia giustizia al numero spropositato di errori. Malgrado questo, di quando in quando, qualcosa di inaspettato avviene. Mentre le vie storiche brulicano della movida prodotta dalla gentrificazione neoliberista, mentre l'individualismo e la competizione corrodono la possibilità di creare conflitto, aggregazione e solidarietà, nei perimetri del rione, tra le sue mura, crescono e maturano esperienze significative e di rottura. Sperimentazioni abbozzate, ipotesi e proposte, si disegna l'impossibile e si inventa l'ignoto, calibrando le risposte alle problematiche poste dal sistema in crisi. Senza dubbio le strade da percorrere sono tante, le possibili diramazioni, infinite. Quindi da dove si parte?

Dal Sito http://www.communianet.org
Qualche mese fa, grazie al nostro sostegno alle lotte degli operatori sociali abbiamo incontrato quattro ragazzi del Gambia e del Mali, richiedenti asilo, vogliosi di iniziare un progetto insieme a noi. I nostri quattro compagni d'avventura, sarti di professione nel loro paese, avrebbero voluto poter continuare il loro lavoro anche in Italia Dopo aver avviato l'attività all'interno del centro che li ospitava (uno SPRAR) con il sostegno degli operatori, sono incappati nelle storture del nostro sistema di accoglienza, hanno quindi pensato di portare fuori dalla struttura la loro sartoria e ci hanno proposto di ospitarli.

I ragazzi di Karalò hanno incontrato lo spazio di mutuo soccorso di Communia Roma quando il fallimento dell'accoglienza istituzionale si riversava a cascata sulle condizioni di vita dei migranti, non appena le concezioni sballate sui fenomeni migratori (emergenza contingente infarcita da retorica umanitaria e proclami xenofobi), le leggi, i decreti, i giochi di palazzo tornavano al mittente, rimbalzavano sugli scranni di un parlamento incapace e impotente.
Il vaso di Pandora di Mafia Capitale era oramai scoperchiato. Ciò che era uscito da quel pozzo senza fondo, puzzava di marcio. Prima che il tappo fosse tolto però, il tanfo già c'era e si sentiva.

“Essenzialmente non è cambiato nulla rispetto al passato – un operatore sociale al telefono - Abbiamo riscontrato però problemi riguardanti le cooperative nello specifico: ritardi nei pagamenti e difficoltà nell'avviare tirocini. Nonostante siano obbligatori all'interno di uno SPRAR, i corsi stentano a partire per mancanza di fondi”.

Il Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati (SPRAR) è la concretizzazione del concetto giuridico di “seconda accoglienza”, destinata ai richiedenti e ai titolari di protezione internazionale.
“La seconda accoglienza o accoglienza integrata – sempre l'operatore – è finalizzata all'integrazione sociale ed economica dei rifugiati, di tutti quei soggetti che dispongono di protezione sussidiaria e umanitaria”.

Una cinghia di trasmissione, un collettore, un luogo in cui unificare il prima e il dopo, dove si dovrebbe innescare “un processo individuale e organizzato, attraverso il quale le singole persone possono (ri)costruire le proprie capacità di scelta e di progettazione e (ri)acquistare la percezione del proprio valore, delle proprie potenzialità e opportunità” (Servizio Centrale SPRAR, “Manuale per l’attivazione e la gestione di servizi di accoglienza e integrazione per i richiedenti e i titolari di protezione internazionale”, Roma, p. 4).
“Il dato preoccupante è che pochi operatori lavorano in media su molti migranti, senza avere la possibilità, barcamenandosi a volte con trafile burocratiche assurde, di creare relazioni che consentano almeno un inizio”. Infatti il sistema SPRAR ha supplito alle mancanze del sistema primario di accoglienza, quello dei CARA, con una quota decrescente di posti assegnati anche ai richiedenti protezione passati dall’80% nel 2004 al 28% nel 2011 (dati forniti dall'Osservatorio Detenzione Accoglienza Migranti Puglia).

“Il paradosso è che la legge non definisce il numero massimo di migranti che un centro può contenere. Le cooperative non dicono nulla a riguardo. Si limitano soltanto ad osservare che con numeri del genere, 100 persone, il concetto di SPRAR perde di significato...”

E l'integrazione? Quel processo dinamico di coinvolgimento e di inclusione sociale? I finanziamenti e la tanto sbandierata eccellenza del sistema propagandata sui rotocalchi, sui giornali, per radio, in televisione?

“Si annacqua nel mare delle scartoffie, si perde nel reticolo di falle dove migranti e operatori sociali inciampano continuamente. A mio avviso, fare integrazione vuol dire dare gli strumenti per rendere autonomo chi arriva nel nostro paese, costruendo insieme le condizioni per far sì che ciò avvenga. Diritti, lavoro e autonomia sono alla base del mio mestiere!”

Il laboratorio dei quattro ragazzi del Mali e del Gambia intanto prende vita: a breve i corsi di sartoria, aperti al quartiere e a chi frequenta le attività di Communia.

Dal Sito http://www.communianet.org
Il nostro obiettivo è creare con la sartoria Karalò un progetto di mutuo soccorso che non sia sussidiario al sistema di accoglienza ma che, con la sua carica emancipatoria, stimoli processi di autorganizzazione e di inclusione sociale tramite la collaborazione mutuale tra diverse soggettività, alludendo allo stesso tempo a meccanismi di lavoro e di scambio alternativi a quelli dell’attuale sistema di mercato. Progettare insieme, farsi carico reciprocamente delle differenti necessità e condividerle, lavorare gomito a gomito, è anche un modo per scardinare la sindrome del terrore e la retorica securitaria con cui si cerca di dividere chi, in realtà, è dalla stessa parte: precari, sfruttati, oppressi. Perché il nostro posto fisso è il mondo intero.

Dalla messa in discussione di pratiche insufficienti a garantire dignità a dei lavoratori migranti, si è passati nell’immediato alla definizione di una proposta, al vaglio continuo della pratica politica quotidiana dei e delle militanti di Communia. Dentro lo spazio di mutuo soccorso si è attivato subito un meccanismo di cooperazione, un connubio virtuoso per la costruzione materiale del laboratorio. E si inizia allora, inventando l'ignoto, imboccando una strada quanto mai imprevista. Reddito, lavoro e dignità, non a caso, sono le parole d'ordine con cui intelaiare un futuro possibile.

Dal Sito http://www.communianet.org
Abbiamo allora deciso di costruire dentro Communia uno spazio, fisico e politico, da mettere di volta in volta a disposizione di quei soggetti che vorranno sperimentare con noi queste nuove pratiche di mutuo soccorso. Una sorta di startup fuori mercato, un incubatore per progetti di mutuo soccorso.

Scambiare esperienze, racchiudendole in un'ipotesi materiale di società, ma non lasciarle relegate dentro le mura dell’edificio, ma creare le condizioni affinché esondino, travolgendo le contraddizioni del mercato del lavoro e del sistema accoglienza tout court. Una realtà schizofrenica appunto, corrosa dallo sfruttamento e dalla sete di profitto degli affaristi e degli speculatori. Una realtà che vede nei migranti un possibile guadagno, un business sulla dignità, una realtà che li smista, li sposta, li impacchetta come se fossero pedine sulla scacchiera della precarietà.
La sartoria di Karalò prefigura altro. Karalò prefigura un altro modello di accoglienza e di lavoro che ribalta in termini paradigmatici la concezione stessa dell'integrazione.
Karalò, nel suo piccolo, sembra voler esprimere una rottura radicale all'assistenzialismo becero di lontana memoria, a quell'istinto caritatevole da colonialisti imberbi, che ha caratterizzato la sinistra da decenni e che ha impedito una vera inclusione sociale dei soggetti migranti.

 

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