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"Quelli che se ne vanno". Parliamo ancora del libro di Enrico Pugliese. Occasione (preziosa) per demolire i luoghi comuni sul razzismo
Nel dibattito politico italiano quando si parla di flussi migratori il tema unico è quello della presunta invasione dei migranti provenienti dalle coste dell’Africa. Se ne parla sempre con toni di allarme che possono andare dal delirio razzista sul progetto di sostituzione etnica a quello ‘democratico’ della necessità di regolare i flussi perché non c’è posto per tutti e dobbiamo “aiutarli a casa loro”.
Ogni tanto qualche articolo di giornale, specie in occasione della presentazione di uno dei tanti studi sui flussi migratori che interessano il nostro paese, ricorda che in realtà il saldo tra arrivi e partenze è ormai da diversi anni negativo per l’Italia: sono di più le persone che lasciano l’Italia di quelle che arrivano e si stabiliscono nel nostro paese. Il tema resta però totalmente assente dal dibattito politico; nessun partito, né i difensori della “purezza etnica” del nostro paese, né i democratici sostenitori di un flusso controllato di migranti si interrogano sui numeri e sulle cause di un nuova ondata di emigrazione dal nostro paese che ormai per numeri rinvia agli anni Sessanta del secolo scorso.
A fianco delle ponderose ricerche di fondazioni e istituti vari, delle vere e proprie miniere di informazioni, un agile e meritorio libro (Enrico Pugliese, Quelli che se ne vanno. La nuova emigrazione italiana, il Mulino, 2018, 154 pp. 14 euro) pone con chiarezza e forza argomentativa sul tavolo cifre e caratteristiche di quello che chiama un vero e proprio “tsunami demografico”.
Intanto i numeri. Pugliese parte dalle cifre ufficiali dell’Istat che si basano sulle cancellazioni della residenza per un trasferimento all’estero. “Quasi 700 mila cittadini italiani dei quali meno della metà sono tornati, con una perdita netta di circa quattrocento mila unità nel periodo compreso tra il 2008 e il 2016”. Un dato che non ha provocato in tutti questi anni nessun allarme e nessuna iniziativa concreta fra le forze politiche. Un dato fra l’altro nettamente sottostimato. A questo riguardo Pugliese riprende alcuni lavori di altri studiosi sui dati delle iscrizioni all’anagrafe di cittadini italiani nei principali paesi di destinazione dei nuovi flussi migratori. Le cifre che ne risultano moltiplicano per quattro il dato dell’Istat, con un’attendibilità ben maggiore. Mentre infatti la cancellazione della propria residenza in Italia non comporta particolari vantaggi (anzi ad esempio produce la perdita della copertura sanitaria), l’iscrizione all’anagrafe del paese di arrivo, per esempio in Germania o nel Regno Unito, è fondamentale per poter ottenere un lavoro, un affitto, aprire un conto in banca, poter ususfruire, se necessario, dei servizi di welfare esistenti.
C’è quindi un primo elemento che è dato dalla enorme rilevanza dei nuovi flussi migratori. Ma analizzando nel dettaglio “quelli che se ne vanno”, Pugliese mette bene in risalto alcune caratteristiche che rendono questo nuovo flusso migratorio quello “tsunami demografico” di cui si parlava.
La larga componente giovanile di queste migrazioni con una forte presenza autonoma e indipendente femminile (circa il 45%). La sovrarappresentazione dei laureati in questi flussi, circa il 30% che se da un lato smentisce la caratterizzazione da operetta di una nuova emigrazione costituita per lo più da “cervelli in fuga”, visto che il 70% dei nuovi emigranti non sono laureati, rappresenta pur sempre un vero e proprio dissanguamento intellettuale per un paese.
L’impatto devastante sulla struttura demografica del nostro paese è particolarmente evidente per il Mezzogiorno. Se infatti i dati sui nuovi flussi migratori segnalano come punto di partenza la Lombardia, seguita dal Lazio, le analisi qualitative sui nuovi emigranti chiariscono che si tratta di un’emigrazione “di rimbalzo”; giovani uomini e donne che prima abbandonano i loro paesi del Meridione per completare gli studi universitari al Nord e poi si spostano in altri paesi europei alla ricerca di quello che qui non esiste.
Nel periodo 2002-2015 la Svimez (l’Associazione per lo SVIluppo dell’industria nel MEZzogiorno) ha calcolato un numeri di partenze dalle regioni meridionali di 1 milione e 700 mila unità. Per oltre la metà (903 mila) si tratta di giovani di età compresa tra i 15 e i 34 anni di cui il 27% sono laureati.
Lo spopolamento del nostro Sud, l’invecchiamento della popolazione restante contribuiscono a peggiorare la situazione. Inoltre, visto che nei posti di arrivo questi giovani emigranti non trovano stabilità e sicurezza economica, ma ugualmente precarietà (anche se con condizioni nettamente migliori a quelle italiane) non si assite più neanche al fenomeno delle rimesse che in qualche maniera storicamente aveva garantito un ‘risarcimento’ per il Sud. Al contrario anche il flusso di denaro va verso l’estero con le famiglie che spesso si vedono costrette ad aiutare i lorofigli o nipoti emigrati che faticano a sbarcare il lunario.
Di tutto questo, come detto, non c’è traccia nel dibattito politico italiano e anche a sinistra la disattenzione è sorprendente. Mentre si cerca di costruire un argine al travolgente vento di destra che spira nel nostro paese, la generazione “di quelli che se ne vanno” è protagonista di un esodo di massa. L’ultimo chiuda la porta.)
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