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Caso Diouf, il giudice accoglie le richieste della famiglia e impone il risarcimento all'ispettore Morra che lo uccise con un fucile da caccia
Il poliziotto che nel 2009 uccise con un colpo di fucile il cittadino senegalese Cheikh Diouf aveva più volte ricevuto una diagnosi di nevrosi ansiosa; era stato diverse volte temporaneamente sospeso dal servizio; era stato denunciato dalla figlia per minaccia con arma da fuoco e lesioni; a suo carico risultavano inquietanti precedenti disciplinari. Era evidente insomma la condizione patologica in cui versava per problematiche di rilievo psichiatrico.

La giudice del Tribunale Civile di Roma, il 5 aprile 2018, ha accolto le richieste dei legali dei familiari di Diouf, gli avvocati di Progetto Diritti Luca Santini e Mario Angelelli e ha riconosciuto al Ministero dell’Interno una responsabilità per omissione colposa ex art. 2043 c.c. Ignorando i ripetuti segnali della pericolosità sociale dell’allora ispettore di polizia Morra, non dando luogo a indagini approfondite e accurate e non procedendo, quanto meno, al ritiro delle armi in suo possesso, ha concorso all’omicidio del povero Diouf. I familiari di quest’ultimo saranno risarciti con una somma complessiva di 600mila euro.

Nell’aprile del 2008, a meno di un anno dall’omicidio di Diouf, l’Ufficio Porto D’armi della Questura di Roma aveva disposto il ritiro dell’arma in dotazione. Provvedimento che non era mai stato notificato all’interessato dal Commissariato di Polizia di Civitavecchia.
Per tutte queste condotte omissive, negligenze, disattenzioni, il tribunale si è pronunciato a favore di Diouf. 

Il caso dell’uccisione di Diouf aveva suscitato grande clamore e interesse mediatico. La mattina del 31 gennaio 2009 Paolo Morra, poliziotto, suo vicino di casa, si era introdotto nel cortile della sua abitazione armato di un fucile da caccia. Mentre la vittima gli si faceva incontro, aveva sparato due colpi in rapida successione ferendolo alla gamba e causandogli la recisione dell’arteria femorale e la successiva morte per dissanguamento. Diouf lasciava sei figli, all’epoca tutti minorenni, avuti dalle due mogli (con cui aveva una relazione poligamica secondo il rito islamico) e la madre. I suoi familiari vivevano insieme in Senegal e Diouf era solito andarli a trovare ogni anno nei mesi invernali.

L’associazione Progetto Diritti, nel rinnovare l’espressione del proprio cordoglio per questi tristi fatti, chiede al Ministero dell’interno di riconoscere formalmente e definitivamente la proprie responsabilità per l’accaduto e di eseguire sollecitamente la sentenza senza interporre appello. Da quasi dieci anni i familiari e i figli di Diouf attendono giustizia dal Senegal, e questa è l’occasione per un gesto di riparazione da troppo tempo atteso.

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