Prezzo della Crisi del 05-10-2010: 'Paura di non farcela'
di Stefano Galieni
Paura di non farcela, di restare senza assistenza e senza welfare, paura di finire emarginati da uno Stato che potrebbe non essere in grado di garantire i requisiti minimi di aiuto in caso di difficoltà, connesse soprattutto alla salute, all’età, agli infortuni sul lavoro. Il quadro che emerge in una indagine condotta dal Censis e dall’Ania (Associazione nazionale fra le imprese assicuratrici), restituisce una immagine del Paese che gran parte della politica e dei mezzi di informazione vogliono continuare a ignorare. Questo è un Paese che invecchia e in cui inesorabilmente si vanno perdendo le garanzie per il futuro, un Paese che divora chi cade e non è in grado di rialzarsi da solo, in cui si sono perse certezze e aspettative positive. Quindi, con buona pace del ministro dell’interno, convinto che in Italia l’insicurezza derivi solo da microcriminalità ed immigrazione e anche dovendo far riflettere chi crede che la sola ragione di tensione sia il rischio di perdere il posto di lavoro, il campione intervistato considera per l’85.7% come timore fondato quello ritrovarsi non autosufficienti e, per l’82.5%, quello di non potersi permettere di pagare le spese mediche. Quello che sembrano chiedere i cittadini è un miglioramento del sistema di welfare e un suo adeguamento difficilmente compatibile con le politiche di macelleria sociale nazionali e continentali. Eppure è allo Stato che, per il 57,4% degli interpellati, che spetta il compito di garantire tali miglioramenti, certo eliminando sprechi ma anche, attraverso gli enti di prossimità avvicinando di più il servizio agli utenti. Se per il 70% è accettabile una partnership pubblico – privato, solo il 37% del campione ritiene opportuno un maggior coinvolgimento delle imprese. Ma da cosa nasce tale allarme? Nello scorso anno il 32,1% dichiarava di essersi trovato in difficoltà per l’assistenza a malati terminali o a portatori di handicap o a causa dell’ improvvisa perdita di fonte di reddito di un congiunto, disagi affrontati spesso da soli (59%), con il sostegno di parenti e amici (28%) ma senza o con insufficiente apporto di un sistema di welfare. Quest’anno, con i tagli imposti alla sanità, agli insegnanti di sostegno nelle scuole, all’impossibilità spesso evidente dei Comuni di affrontare anche casi individuali di disagio, il ministro Tremonti ha avuto l’impudenza di dichiarare che in Italia le famiglie hanno un aiuto pari se non maggiore che negli altri paesi europei. Evidentemente il ministro ignora quali siano i sistemi che permettono una migliore qualità della vita e dell’assistenza in gran parte del continente. Le risposte finora giunte alle irriguardose risposte governative rientrano in gran parte nei criteri di compatibilità di spesa: per Francesco Belletti (Presidente forum associazioni familiari) bisogna definire una zona di no tax area familiare e intervenire con politiche fiscali, per Paolo Landi (Adiconsum) bisogna ripensare ad una riforma sistemica basata su più pilastri, stato, privato, volontariato ecc.., secondo Guglielmo Epifani (Cgil) occorre che lo Stato aiuti meno le banche e più i disoccupati e i non autosufficienti, partendo però dal presupposto che le risorse in campo sono sempre più scarse, non c’è crescita e quindi ci saranno nuovi tagli alla spesa sociale. Insomma ad una paura concreta si risponde con i cosiddetti “pannicelli caldi”, con lo sberleffo ministeriale o con il finto riformismo. Eppure le persone chiedono altro, chiedono di non essere lasciate da sole, chiedono che lo Stato ottemperi ai suoi doveri così come i cittadini fanno altrettanto. Chiedono meno sprechi ma più in generale antepongono priorità diverse a quelle dei poteri forti, chi svolge lavoro dipendente o para subordinato, i piccoli schiavi delle partite Iva che le tasse le debbono pagare sino all’ultimo centesimo vorrebbero che il biglietto stavolta lo paghi chi non ha mai cacciato un euro.
Paura di non farcela, di restare senza assistenza e senza welfare, paura di finire emarginati da uno Stato che potrebbe non essere in grado di garantire i requisiti minimi di aiuto in caso di difficoltà, connesse soprattutto alla salute, all’età, agli infortuni sul lavoro. Il quadro che emerge in una indagine condotta dal Censis e dall’Ania (Associazione nazionale fra le imprese assicuratrici), restituisce una immagine del Paese che gran parte della politica e dei mezzi di informazione vogliono continuare a ignorare. Questo è un Paese che invecchia e in cui inesorabilmente si vanno perdendo le garanzie per il futuro, un Paese che divora chi cade e non è in grado di rialzarsi da solo, in cui si sono perse certezze e aspettative positive. Quindi, con buona pace del ministro dell’interno, convinto che in Italia l’insicurezza derivi solo da microcriminalità ed immigrazione e anche dovendo far riflettere chi crede che la sola ragione di tensione sia il rischio di perdere il posto di lavoro, il campione intervistato considera per l’85.7% come timore fondato quello ritrovarsi non autosufficienti e, per l’82.5%, quello di non potersi permettere di pagare le spese mediche. Quello che sembrano chiedere i cittadini è un miglioramento del sistema di welfare e un suo adeguamento difficilmente compatibile con le politiche di macelleria sociale nazionali e continentali. Eppure è allo Stato che, per il 57,4% degli interpellati, che spetta il compito di garantire tali miglioramenti, certo eliminando sprechi ma anche, attraverso gli enti di prossimità avvicinando di più il servizio agli utenti. Se per il 70% è accettabile una partnership pubblico – privato, solo il 37% del campione ritiene opportuno un maggior coinvolgimento delle imprese. Ma da cosa nasce tale allarme? Nello scorso anno il 32,1% dichiarava di essersi trovato in difficoltà per l’assistenza a malati terminali o a portatori di handicap o a causa dell’ improvvisa perdita di fonte di reddito di un congiunto, disagi affrontati spesso da soli (59%), con il sostegno di parenti e amici (28%) ma senza o con insufficiente apporto di un sistema di welfare. Quest’anno, con i tagli imposti alla sanità, agli insegnanti di sostegno nelle scuole, all’impossibilità spesso evidente dei Comuni di affrontare anche casi individuali di disagio, il ministro Tremonti ha avuto l’impudenza di dichiarare che in Italia le famiglie hanno un aiuto pari se non maggiore che negli altri paesi europei. Evidentemente il ministro ignora quali siano i sistemi che permettono una migliore qualità della vita e dell’assistenza in gran parte del continente. Le risposte finora giunte alle irriguardose risposte governative rientrano in gran parte nei criteri di compatibilità di spesa: per Francesco Belletti (Presidente forum associazioni familiari) bisogna definire una zona di no tax area familiare e intervenire con politiche fiscali, per Paolo Landi (Adiconsum) bisogna ripensare ad una riforma sistemica basata su più pilastri, stato, privato, volontariato ecc.., secondo Guglielmo Epifani (Cgil) occorre che lo Stato aiuti meno le banche e più i disoccupati e i non autosufficienti, partendo però dal presupposto che le risorse in campo sono sempre più scarse, non c’è crescita e quindi ci saranno nuovi tagli alla spesa sociale. Insomma ad una paura concreta si risponde con i cosiddetti “pannicelli caldi”, con lo sberleffo ministeriale o con il finto riformismo. Eppure le persone chiedono altro, chiedono di non essere lasciate da sole, chiedono che lo Stato ottemperi ai suoi doveri così come i cittadini fanno altrettanto. Chiedono meno sprechi ma più in generale antepongono priorità diverse a quelle dei poteri forti, chi svolge lavoro dipendente o para subordinato, i piccoli schiavi delle partite Iva che le tasse le debbono pagare sino all’ultimo centesimo vorrebbero che il biglietto stavolta lo paghi chi non ha mai cacciato un euro.
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