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"Rischio mafie nel processo di privatizzazione della sanità". Intervista a Vittorio Mete

Nei giorni scorsi a Roma si è tenuto un forum (organizzato dalla Rivista delle Politiche sociali, insieme alla rete ESPAnet-Italia) sulla classe dirigente nella pubblica amministrazione. Una occasione, più unica che rara, per capire quanto crisi ed esecutivi tecnici stiano incidendo sulla formazione e sulla selezioni di chi sta nella cabina di regia dello Stato. Un capitolo importante è stato dedicato alla criminalità organizzata. “Controlacrisi” ha intervistato Vittorio Metem ricercatore di Sociologia dei Fenomeni Politici Università Magna Græcia di Catanzaro.

Perché c'è una attenzione così diretta della mafia verso la gestione della sanità?

I motivi per i quali le mafie sono interessate al settore della sanità sono molteplici. In primo luogo bisogna distinguere gli interessi per la sanità privata e quelli per la sanità pubblica. La conquista di spazi nella sanità pubblica consente ai mafiosi di disporre, e di usare per proprie finalità, di un centro nevralgico per la vita di una comunità. Gli ospedali e le ASL sono presidii sul territorio che dovrebbero rispondere, in maniera universalistica ed impersonale, alle esigenze dei cittadini. Le mafie (a dire il vero al pari di altri soggetti dotati di potere), grazie al loro ruolo di elite della società locale, possono garantirsi un accesso privilegiato alle risorse della sanità pubblica. Oltre ad assicurare a se stessi ed al proprio gruppo una corsia preferenziale per fruire dei servizi, i mafiosi sono i mediatori cui si rivolgono coloro che vogliono disporre di un’analoga corsia preferenziale. Così facendo, i cittadini contraggono debiti di riconoscenza nei confronti dei mafiosi i quali ottengono in cambio un incremento del loro prestigio sociale e del loro consenso politico ed elettorale. Un secondo motivo per il quale i mafiosi si interessano alla sanità pubblica è in parte ricollegato al precedente ed ha a che fare con la conquista di posti di lavoro, nelle strutture pubbliche o nel suo indotto (servizi di pulizia, mense, forniture etc.). Anche in questo caso, le mafie costruiscono il loro consenso grazie alla distribuzione discrezionale di opportunità lavorative che, specie nel Mezzogiorno, sono risorse tanto scarse quanto preziose. Quando ci riescono, nella sanità privata le mafie reinvestono i capitali provenienti dalle attività illecite, traffico di droga in primo luogo. La sanità privata, detto in altri termini, è uno dei luoghi del riciclaggio del denaro. Questo aspetto è molto importante perché senza strumenti efficaci di riciclaggio la stessa attività di accumulazione illegale di denaro perderebbe di significato. È un po’ come stampare soldi falsi, ma poi non riuscire a piazzarli.

Un altro motivo per il quale i mafiosi si interessano al campo della sanità pubblica e privata riguarda la cura dei latitanti. Senza la compiacenza di medici e la “buona accoglienza” da parte delle strutture sanitarie, il periodo di latitanza, che può protrarsi anche per lungo tempo, sarebbe molto più difficile e rischioso. Il caso più noto a questo riguardo è probabilmente costituito dall’operazione alla prostata che avrebbe subito Bernardo Provenzano a Marsiglia nel 2002.

Ancora, potrà apparire strano, ma i mafiosi usano la sanità pubblica e privata per “sistemare” i propri figli. Non sono pochi, infatti, i rampolli dei casati di mafia ad indossare il camice bianco. Questa constatazione stride con l’immagine pubblica delle mafie, che le rappresenta come gruppi straricchi, potenti, che giocano in borsa e viaggiano per il mondo. Un’immagine stereotipata, priva di fondamento. Molto più banalmente, anche i mafiosi cercano per i propri figli il posto pubblico.

Infine, un rilevantissimo motivo di interesse della sanità da parte dei mafiosi riguarda il ruolo giocato dai medici nel far scontare ai domiciliari le pene inflitte ai mafiosi. In molti casi, i mafiosi riescono infatti a far dichiarare il proprio stato di salute come incompatibile col regime di detenzione. Ciò permette ai mafiosi di mantenere il proprio ruolo di leader del gruppo criminale. Ruolo che invece perderebbe, con grave danno per la struttura organizzativa, se fosse recluso in carcere, magari in un posto lontano o, peggio, al 41 bis.

Cosa ha comportato per la formazione della classe dirigente e per le stesse politiche di settore questa presenza ingombrante?

Direi che la presenza mafiosa non ha avuto un impatto nella formazione della classe dirigente medica, né per la definizione delle politiche nel campo della sanità. Pensare che le mafie siano in grado di condizionare tutti gli aspetti della vita associativa è frutto di quella visione distorta delle mafie che richiamavo sopra. Le mafie sono,invece, un gruppo di potere inserito nella società che si relaziona, a volte in maniera conflittuale altre volte in modo “collaborativo”, con altri gruppi di potere. Non sempre sono i mafiosi a spuntarla. Nel campo della sanità questo è molto evidente: ci sono gruppi più forti e più attrezzati delle mafie che agiscono in maniera criminale, o quantomeno in modo particolaristico e clientelare, capaci di vampirizzare le risorse della sanità.

Si può fare una valutazione su quanto il fenomeno ha inciso sui bilanci delle Asl?

È difficile fare una stima puntuale. In ogni caso, non credo che i deficit di bilancio della sanità e delle sue strutture possano essere principalmente imputati alla presenza delle mafie. Sono piuttosto gli appetiti dell’imprenditoria della sanità privata, il clientelismo politico che trova nella sanità pubblica e privata un terreno molto fertile, la brama di potere e di carriera di alcuni soggetti che gravitano intorno al campo della sanità che causano spese “discutibili” che, a lungo andare, affonderebbero qualunque bilancio. Nel caso della ASL di Locri e della ASP di Reggio Calabria, entrambe sciolte per presunte infiltrazioni mafiose, si sono trovati tra i dipendenti molti parenti di mafiosi. Il punto però è un altro: servono quelle persone per lo svolgimento delle funzioni della struttura? Le strutture sono ben dimensionate oppure il costo per prestazione – con ospedali piccoli, inefficienti, rischiosi, ma sotto casa – non è più economicamente sostenibile? Insomma, i mafiosi cercheranno anche di infiltrarsi nella sanità e faranno danni, ma i problemi più rilevanti derivavano dal caos organizzativo che portava a saldare due volte la stessa fattura, a pagare soggetti esterni che non avevano alcun titolo per vantare un credito nei confronti della struttura sanitaria, a fare gare per protesi o pacchi di cerotti con prezzi che è un eufemismo definire “fuori mercato” e così via.

Cosa potrebbe accadere con la ventilata privatizzazione della sanità?

Abbiamo imparato che l’espressione “privatizzazione” può voler dire tante cose. Nel campo della sanità non è pensabile un completo ritiro del pubblico. Come per la scuola e l’università, anche quando si parla di privato si omette che è sempre il pubblico a finanziare, almeno in larga parte. Quel che ci si può aspettare è uno slittamento verso il cosiddetto “modello Lombardo” in cui il peso del privato convenzionato col pubblico è preponderante. Quali effetti potrebbe avere questo slittamento in termini di ingerenza della criminalità di stampo mafioso? Per quanto detto prima – e cioè che le mafie non sono il primo problema della sanità, né al sud né tantomeno al nord – forse il processo di privatizzazione non avrebbe effetti immediati sulla gestione delle strutture sanitarie. Nel medio periodo, però, i flussi finanziari che transiterebbero nelle strutture sanitarie private potrebbero spingere alcuni gruppi mafiosi, quelli più dotati di risorse economiche da riciclare, a guardare con attenzione a questo vivace business.

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