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Donne in carriera, anche nel non profit ostacoli e discriminazioni

Famiglia e lavoro inconciliabili? Parrebbe di sì, soprattutto per le donne. La questione viene approfondita dal libro di Federica D’Isanto.  Segregazione di genere e differenziali salariali nel mercato del lavoro italiano.  Il caso delle organizzazioni non profit  (Giappichelli editore, collana L’Economia sociale, diretta da Salvatore D’Acunto e Marco Musella, pagg. 158, euro 19) che tratta il tema della discriminazione salariale delle donne nel mercato del lavoro italiano, oltre che della loro emarginazione, con uno sguardo particolare all’universo delle cooperative sociali.

Il libro parte dall’assunto che le trasformazioni del lavoro stiano mettendo a dura prova la famiglia, e che senza una soddisfacente vita familiare il lavoro rischia di diventare una forma di alienazione. Si tratta di un circolo vizioso che è in gran parte il risultato della deriva lavoristica dell’economia, nel senso che la priorità lavorativa condiziona tutta la vita delle persone. Questo, nonostante da tempo si parli di “conciliare famiglia e lavoro” e nonostante l’Unione Europea abbia varato programmi, direttive e raccomandazioni in tal senso, e in Italia i governi centrali e locali parlino da parecchi anni di misure di conciliazione. Questi programmi fanno riferimento ad una legislazione specifica e a organismi particolari, come le Commissioni di pari opportunità, che dovrebbero servire soprattutto a favorire la donna nell’inserirsi nel lavoro, nel mantenere l’occupazione o ritornarvi se ne è uscita per motivi di vita familiare. In realtà, in particolar modo in Italia, i risultati effettivi di tali misure sono ancora molto scarsi: il mondo del lavoro stenta a vedere la famiglia, e la famiglia non riesce a conciliare le sue esigenze con il lavoro che cambia.

Questo anche nelle organizzazioni non profit, che per mission dovrebbero essere legate ai valori della democrazia e della partecipazione, e che sarebbero quelle deputate ad avere una maggiore attenzione alla non discriminazione. Invece dallo studio della D’Isanto emerge da un lato, la forte componente femminile del lavoro nelle imprese sociali, dall’altro l’esistenza di discriminazioni salariali simili a quelle che si registrano in altre forme di impresa, oltre alla difficoltà delle donne ad accedere alle posizioni verticistiche anche nell’ambito del non profit.

Il libro approfondisce queste problematiche attraverso un analisi teorica ed empirica che beneficia della Banca dati ICSI (indagine sulle Cooperative sociali italiane) 2007: una miniera di informazioni - anche se da aggiornare - sui lavoratori e le lavoratrici delle cooperative sociali italiane che consente di fare un quadro preciso delle condizioni di lavoro nelle imprese sociali del nostro Paese.

Il libro dimostra che la predominanza delle donne nel settore non profit non solo non riesce a tradursi in un’attenuazione delle discriminazioni in termini di carriera, retribuzione ed accesso a ruoli di comando, ma rischia anche di implicare, tramite la mancata valorizzazione del loro apporto, la svalutazione economica dell’intero settore. I dati, infatti, confermano la presenza di meccanismi discriminatori rispetto al genere, tanto più sorprendenti quanto più si consideri l’elevata presenza di donne tra i lavoratori di queste organizzazioni. Anche il non profit, secondo l’autrice, non è immune da pregiudizi e  stereotipi sulle donne e, in particolare, sulle donne in carriera, e da meccanismi di discriminazione come la scarsa valorizzazione delle competenze femminili e l’esclusione delle donne dalle dinamiche del potere e dalle logiche decisionali. Tuttavia la D’Isanto mette in evidenza che non sempre è possibile parlare di discriminazione, in quanto molto spesso sono le donne stesse ad operare delle scelte che le portano a sacrificare in parte le ambizioni professionali e lavorative, optando per il part-time, per la difficoltà di conciliare tempi di vita e di lavoro. Nonostante la critica, la D’Isanto sostiene comunque che la cooperazione sociale ha come prospettiva d’azione una maggiore attenzione alle questioni di genere. (i.p.)

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