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La scuola è finita... in tutti i sensi. Il disastro della situazione romana

Con la legge 169\2008 dell’ex ministro Gelmini e con la finanziaria firmata Tremonti, é stata attivata una politica di tagli che ha decretato la fine dei servizi e dell’organico della scuola pubblica. Politica confermata con la spending rewiev dell’ex ministro all’economia Vittorio Grilli (governo Monti). Gli effetti sono noti a tutti. Dalla riduzione dell’organico, al conseguente aumento del precariato. Dalla riduzione del tempo pieno nella scuola primaria all’annullamento delle compresenze e delle attività di laboratorio. Una riduzione dei servizi estesa a tutte le scuole. In pochi sanno che a pagarne le spese sono soprattutto gli allievi disabili a cui sono state tagliate le ore di sostegno e gli allievi stranieri che non possono più usufruire di figure di supporto come il mediatore linguistico, ne’ possono essere seguiti per l’integrazione dalle docenti di classe a cui sono state tagliate le compresenze.

A infierire a colpi di mannaia sulla scuola pubblica si é realizzata la manovra del ridimensionamento scolastico, dovuta al patto di stabilità del 2011. A seguito dell’iter partecipativo dai municipi fino alla delibera del 3 febbraio 2012, per quanto riguarda il Lazio, della giunta Polverini, da settembre 2012, a inizio anno scolastico, molte scuole sono state accorpate, smembrate e depredate della loro identità . Il parametro a cui si è riferita la legge é da ricondursi allo step dei mille alunni iscritti . L’istituto che non raggiungeva tale quota é stato impacchettato e spedito verso altre scuole più corpose.

I casi di degrado a Roma
È il caso, ad esempio, di alcune scuole come la “Simone Renoglio”(terzo municipio della capitale). Colpita in pieno dalla manovra, ha subito lo smembramento dei plessi che ora sono suddivisi in più scuole. E anche della scuola Montessori (stesso municipio) che si è vista invece recapitare intere classi di studenti avvezzi a tutt’altra metodologia. Con la “messa in opera” del provvedimento si é persa l’identità territoriale, perché le scuole entranti si sono dovute assoggettare a differenti Pof (piano offerta formativa). Si discute in collegio docenti, ma le minoranze entranti soccombono nelle delibere. I presidi, spesso reggenti per i tagli agli organici direttivi, devono far capo a più scuole e non possono far altro che delegare i coordinatori. Pochissimi sono ormai i dirigenti che hanno relazioni frontali con i docenti dei vari plessi, disseminati spesso in un’area urbana vastissima. A nulla sono valse le denunce delle famiglie, le uniche parti della scuola che hanno potuto contestare la manovra. Il ricorso al Tar si è rivelato fallimentare. Nonostante il parere del Consiglio di Stato ,che ha sottolineato l’assoluta libertà della Regione, per il decentramento amministrativo, nel dettaglio dell’applicazione della riforma, l’ex governatrice ha preferito “chiudere un occhio” sulla questione e lasciar cadere le responsabilità. Ma le magagne non finiscono qui. Come non considerare la dissociata normativa del Miur per l’uso degli strumenti digitali che prevede tablet per ogni studente e le sofisticate Lim per ogni classe? Oltre alla dotazione degli strumenti per ogni scuola sarebbe stato necessario anche un personale docente formato ed esperto. In realtà solo in alcune scuole che hanno partecipato a progetti indetti dal Miur, come il progetto “Roma” sono stati scaricati pochissimi esemplari di apparecchiature digitali, ma non stati mai attivati i software necessari per l’uso.

La beffa di internet
I docenti non sono stati formati per accedere alla proposta didattica. Soprattutto nella maggioranza degli istituti scolastici non é attiva la linea per la connessione internet. “Per mancanza di fondi” si urla dalle amministrazioni scolastiche. E mentre si lesina persino sull’utilizzo delle fotocopiatrici e sull’uso del gessetto per la tradizionale lavagna si spendono migliaia di euro per testi e questionari per le prove Invalsi. Vengono somministrate dalla scuola primaria all’esame di licenzia media e dal 2015 verranno introdotte nella maturità.

... e quella dell'Invalsi
Prove che non trovano concordi i docenti nella finalità perché la valutazione dell’Invalsi spesso costituisce elemento meritocratico per la scuola. Trattasi di quiz di logica spesso astrusa, a risposta chiusa, non corrispondenti ai programmi ministeriali, che non offrono all’allievo alcuna possibilità di argomentare, ne’ di mettere in campo la propria preparazione..”Con le prove Invalsi la scuola diventa un’ azienda in cui prevale il sistema meritocratico. Valutazione che, infine, non premia le potenzialità intellettive di ogni singolo studente, ma tende a standardizzare il sapere” dichiara una docente della scuola media “Ungaretti” (Roma) presente il 17 giugno alla prova d’esame.

Il pericolo amianto
E come non denunciare l’inquietante degrado edilizio della maggioranza degli edifici scolastici. Piovono cornicioni a vista, infiltrazioni idriche ovunque, sanitari dell’anteguerra, depositi di amianto, ruggine e sfacelo ovunque. In questo quadro di totale abbandono e incuria, verso l’istituzione scuola dovuto al malgoverno dell’almeno ultimo ventennio e acuito dai tagli delle ultime finanziarie, si continuano invece a “nutrire” le scuole private con fondi e sovvenzioni statali. Una speranza che ciò non avvenga ancora è nell’esito del referendum consultivo di Bologna. Sarà importante ottenere la vittoria sull’ennesimo attacco alla Costituzione di un malgoverno che finanzia il privato e che non rispetta l’art 33 comma 2 che recita che "Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, SENZA ONERI PER LO STATO".

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