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Diritto alla Casa. De Cesaris: “Occorre salvaguardare chi ha denunciato il nero”
Intervista a Walter De Cesaris, Segretario Nazionale dell’Unione Inquilini

Inquilini che denunciano il nero che denunciano il nero. Attualmente qual è la situazione? Secondo la sentenza della corte costituzionale non c’è alcuna salvaguardia per chi denuncia i canoni neri…

La Corte Costituzionale ha dichiarato incostituzionale la normativa vigente, contenuta nel decreto legislativo del cosiddetto federalismo fiscale del 2011, che prevedeva un meccanismo abbastanza semplice di conflitto di interessi: l’inquilino al nero, senza registrazione del contratto, poteva emergere da tale condizione recandosi autonomamente a registrare il contratto presso l’Agenzia delle Entrata. Partiva a quel punto un contratto della durata di 4 anni più 4 e con un canone annuo fissato a tre volte la rendita catastale dell’alloggio. In genere, in tal modo, l’affitto scendeva vertiginosamente rispetto a quello pagato in nero.

Qual è il punto?

Il punto è che la Corte non ha bocciato il merito delle norme ma, sostanzialmente, l’eccesso di delega. In sostanza, la Corte ha sostenuto che norme innovative delle procedure civilistiche della locazione non potessero essere introdotte attraverso un decreto legislativo che non aveva alle spalle una legge delega che espressamente autorizzasse il governo ad agire in tale direzione. Si potrebbe dire che il governo, anche quando ne azzecca una, poi la sbaglia. Noi avevamo avvertito per tempo del rischio, chiedendo che le norme fossero inserite dentro una legge, con un voto specifico del Parlamento ma non siamo stati ascoltati.

Cosa occorrerebbe fare?

Ora serve agire immediatamente in due direzioni: la prima è salvaguardare gli inquilini che hanno denunciato il nero. Lo Stato che gli ha proposto un patto, non può mancare la sua parola perché ha scritto male le norme. Quegli inquilini vanno, pertanto, salvaguardati, impedendo che siano costretti a dover pagare arretrati o cadere nel baratro della morosità. In secondo luogo, occorre che la norma venga riproposta sostanzialmente uguale in una legge, stavolta correggendo gli errori compiuti

Continuiamo con il decreto casa ed entriamo in merito ai principali temi del disagio abitativo: gli sfratti e la domanda tutt’ora inevasa di abitazioni a canone sociale chiarita dalle oltre 650 mila domande inevase che infatti giacciono nei comuni italiani. Ecco, a tal proposito il Piano Casa pare non dare alcuna risposta soddisfacente, risolutiva….

Non solo non da una risposta risolutiva ma indica una strada che è in direzione opposta a quella che sarebbe necessaria. Il cuore del provvedimento è l’accelerazione del processo di dismissione del patrimonio pubblico che, al contrario, andrebbe incrementato proprio per dare risposte alla domanda sociale inevasa. Si compiono azioni di vero e proprio funambolismo mediatico, propagandando incrementi degli stanziamenti per il fondo sociale affitti e per la morosità incolpevole che, per essere minimamente significativi, sommano le risorse dal 2014 al 2020. Se si fa diradare il fumo della propaganda, emerge la verità: la somma annuale a disposizione dei due fondi è circa il 25% di quanto il solo fondo sociale affitti era nel 1999, in una condizione sociale ed economica del tutto differente dall’attuale. La riduzione della cedolare secca al 10% del canale concordato non risolve il problema della necessaria riduzione degli affitti attuali per prevenire altri sfratti per morosità. Infine, anche l’unica misura che si potrebbe dire positiva, quella del piano di recupero degli alloggi di edilizia residenziale pubblica, suscita gravi perplessità. Non c’è stanziamento di risorse fresche ma solo una riallocazione di fondi già impegnati e non spesi, si da tempo sei mesi per varare un piano nazionale di recupero e successivamente altri 4 mesi alle Regioni per varare rispettivi interventi a livello territoriale. Alla faccia della lotta violenta alla burocrazia! Dieci mesi solo per varare dei piani rispetto ad alloggi di edilizia residenziale pubblica da recuperare, i cui elenchi non dovrebbe essere difficile da recuperare dagli enti gestori entro massimo 30 giorni. Insomma, con quei tempi si va a finire nella palude dei piani sulla carta che poi non si realizzano e gli stessi fondi, che girano da dieci anni e che, alla fin fine, non si spendono mai.

A proposito di Cedolare secca di cui ha parlato poc’anzi. L’imposta continua a favorire i palazzinari, nonostante la riduzione al 10% per il canale concordato? quali misure propone l’unione inquilini?

Proponiamo l’abolizione della cedolare secca al libero mercato E’ un assurdo un regalo alla rendita immobiliare che non accetta alcun limite sociale alla remunerazione della sua proprietà. E’ inconcepibile che la rendita paghi in questo modo una imposta che è inferiore a quella che un operaio paga sul proprio salario. Pensiamo, inoltre, che la misura della cedolare secca al 10% per il canale concordato, in questa situazione, rappresenti un ulteriore intervento a favore della rendita in quanto è la recessione che sta portando il mercato in quella direzione. Saremmo favorevoli a un abbassamento ulteriore della tassazione sugli affitti percepiti solo in cambio di una drastica riduzione degli affitti. L’agevolazione fiscale, infatti, ha un senso solo se indirizzata verso un comportamento socialmente equo e vantaggioso per il sistema pubblico nel suo insieme. Altrimenti è un sostegno alla rendita immobiliare parassitaria, ovvero, una zavorra da cui liberarsi. Quando si parla di tagli, perché questi santuari non vengono colpiti?

Si discute molto anche dell‘articolo 5 del piano casa che mette in atto una vera lotta alle occupazioni abusive. Quel è la vostra posizione? e’ possibile davvero – o meglio – è giusto chiudere gli occhi davanti a un movimento per la casa che opera per arginare il disagio abitativo?

L’articolo sul contrasto alle occupazioni è una vergogna. Oltretutto, così come è scritto, si può prestare anche a tentativi di estensione nei confronti degli sfrattati. Qui non ci sono correttivi. La nostra richiesta, come per l’articolo sulla vendita del patrimonio pubblico, è la cancellazione e basta.

Per quanto riguarda l’accelerazione del piano di dismissione delll’Erp?

E’ quello che dicevo prima. Questo intervento è quello che da la cifra politica del decreto Lupi. Sembra paradossale che quello che viene definito enfaticamente “piano casa”, alla fin fine sia in realtà un “piano vendite”. Anche l’intervento sul recupero, che per essere credibile deve vedere raccorciati i tempi di finanziamento delle opere in maniera drastica e prevedere anche tempi certi di verifica, può dare una prospettiva solo se è il primo gradino di un intervento strategico sul recupero e il riuso del patrimonio pubblico, a partire dell’enorme patrimonio del demanio civile e militare. L’obiettivo strategico deve essere quello di portare l’Italia almeno nella media europea nel campo dell’offerta sociale nel campo abitativo. Servono un milione di alloggi popolari da realizzarsi senza nuove colate di cemento ma attraverso il riuso e il recupero del patrimonio pubblico. Questa si sarebbe una grande opera, utile sia alla società che all’economia complessiva del Paese, per uscire dalla crisi, creando lavoro utile.

Veniamo ai fondi. numeri davvero bassi per pensare di migliorare la condizione della precarietà abitativa: Solo per il fondo per la morosità incolpevole, è stato annunciato un incremento di 226 milioni di euro: che nasce però dalla somma degli stanziamenti dal 2014 fino 2020…

E’ quello che diceva prima e che svela più di ogni altra cosa che siamo a un intervento che va nella direzione opposta a quella necessaria con alcuni fumogeni che il governo ha gettato per confondere le acque e che, debbo dire, anche la stampa che, tranne poche eccezioni, non approfondisce e prende tutto come oro colato, ha avallato. Siamo a un piano casa senza piano casa, a stanziamenti senza nuovi investimenti (perché si tratta solo di riciclo di cifre che già stanno nel settore), a fondi senza risorse. Un bluff, quindi che non risponde alle domande sociali presenti e alla sofferenza abitativa strutturale che vive il Paese. Allo stesso tempo, una manovra pericolosa perché incita Regioni comuni a disfarsi del patrimonio abitativo pubblico.

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