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Disabili e caregiver, nonostante una sentenza della Cassazione l'Inps insiste sulle revoche. Ora la vicenda arriva in Parlamento
Quali iniziative intende adottare il ministero del Lavoro e delle politiche sociali, “per prevenire sospensioni dell'indennità di accompagnamento pur in assenza delle condizioni normativamente previste?” E' quanto domanda, in un'interrogazione a risposta in commissione depositata nei giorni scorsi, la deputata Lisa Noja, in riferimento a quanto denunciato da molte famiglie, che si sono viste recapitare una lettera dell'Inps, in cui si notificava, di fatto, un debito: quello maturato, nei confronti dell'Inps, in occasione di ricoveri ospedalieri lunghi (oltre i 30 giorni) di titolari di indennità di accompagnamento. Tanti, in particolare, i bambini con disabilità, spesso soggetti a ricovero, per i quali l'indennità veniva sospesa, sebbene la presenza e l'assistenza dei genitori sia necessaria e obbligatoria durante tutta la permanenza in ospedale. Dalla richiesta di accesso effettuata dall'associazione “La casa di sabbia” e riportata nell'interrogazione, risulta che, “nel 2017, l'Inps ha comunicato a 758 famiglie con bambini titolari di indennità di accompagnamento ricoverati presso strutture ospedaliere l'applicazione della trattenuta dell'indennità ai sensi del succitato articolo 1, comma 3, della legge n. 18 del 1980”.

Dopo le proteste dei genitori, che a volte hanno preso la forma di ricorsi – in alcuni casi vinti – la questione arriva dunque sui banchi del Parlamento (interrogazione a risposta in commissione 5-02980).

“Premesso che la legge 11 febbraio 1980, n. 18, istitutiva dell'indennità di accompagnamento agli invalidi civili totalmente inabili prevede che siano esclusi da tale indennità coloro che siano 'ricoverati gratuitamente in istituto' – si legge nell'interrogazione - con messaggio n. 18291 del 26 settembre 2011, l'Inps ha indicato che, ai sensi di tale disposizione, l'erogazione dell'indennità di accompagnamento sia sospesa in caso di ricoveri superiori a 30 giorni anche presso strutture ospedaliere, chiarendo al contempo che il ricovero 'si pone come elemento ostativo non del riconoscimento del diritto, bensì dell'erogazione dell'indennità per il tempo in cui l'inabile sia ricoverato a carico dell'erario e non abbisogni dell'accompagnatore'; la sospensione dell'indennità è, dunque, giustificata solo dal ricovero in una struttura in cui, oltre alle cure mediche, venga garantita al paziente un'assistenza completa, anche di carattere personale, per tutti gli atti quotidiani della vita cui l'indennità in parola è destinata”, osserva Noja.

Un'interpretazione, questa, confermata già tempo fa dalla Corte di Cassazione, che precisava come che “il ricovero presso un ospedale pubblico non costituisce 'sic et simpliciter' l'equivalente del 'ricovero in istituto' e che, pertanto, 'l'indennità di accompagnamento può spettare all'invalido civile grave anche durante il ricovero in ospedale, ove si dimostri che le prestazioni assicurate dall'ospedale medesimo non esauriscono tutte le forme di assistenza di cui il paziente necessita per la vita quotidiana” (Cass. civ. n. 2270 del 2 febbraio 2007). E' evidente quindi che, nel caso in cui il ricovero riguardi neonati o bambini con gravi disabilità, non possa essere legittima alcuna sospensione dell'indennità.

Dal medesimo accesso agli atti eseguito da “La casa di sabbia” emerge infatti che i ricoveri per i quali si è disposta la sospensione dell'indennità riguardano spesso “minori con disabilità gravissima - riporta l'interrogazione - non di rado effettuati nei pochi centri ospedalieri ad altissima specializzazione situati lontani dal luogo di abituale residenza delle famiglie che devono, quindi, affrontare un impegno economico ulteriore rispetto alle già gravose esigenze quotidiane di assistenza del loro bambino”.

Alcune famiglie, consapevole dei propri diritti, hanno tentato “il ricorso in via di autotutela contro tali provvedimenti – si legge nell'interrogazione - certificando come lo stesso ospedale abbia richiesto la presenza assistenziale dei congiunti o di terzi esterni alla struttura ospedaliera”, ma la risposta dell'Inps è stata in molti casi negativa, obbligando le famiglie “ad avviare costosi contenziosi giudiziari, spesso vinti”. Su questa complessa e delicata questione, dunque, Noja chiede se il ministero “sia al corrente di tale situazione” e come intenda intervenire.
L'interrogazione, depositata la scorsa settimana, è in attesa di essere discussa.

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