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"Quando le disuguaglianze sono acuite dal sindacato. A proposito del rapporto annuale Inps". Il Domenicale di Controlacrisi, a cura di Federico Giusti
Se l'Italia è il paese delle crescenti disuguaglianze è ormai appurato che perfino i paesi a capitalismo avanzato collegano la bassa crescita del Pil alle carenze del welfare e alle inadeguate misure di contrasto della povertà, si attivano per favorire la mobilità tra blocchi sociali, ovviamente in nome del libero mercato e di quella competizione tra meriti che poi spesso meriti non sono. Non siamo a discutere dell'etica capitalistica ma la connessione tra le crisi economiche e sociali non possono essere sottovalutate.
La formazione dell'uomo capitalistico nel nuovo millennio necessita di riorganizzazioni destinate ad investire non solo la sfera produttiva ma a dilatare all'inverosimile i tempi di lavoro con il ricorso alla innovazione tecnologica, ma non è di questo che vogliamo parlare piuttosto del recente rapporto Inps sul welfare o meglio ancora della relazione presidenziale dedicata alla sfida futura: la lotta alle disuguaglianze.
Sorvoliamo sull'Inps, sulla sua storia e sulla funzione determinata avuta nella costruzione dello stato sociale, non occupiamoci della tenuta dei conti (la cosiddetta gestione unitaria del bilancio) senza dimenticare che la riduzione dei contributi derivanti dal sommerso (il lavoro nero senza contributi), dalla gig economy (i lavoretti), dai troppi part time e dai pochi posti di lavoro creati in rapporto alle dimissioni rappresenterà un problema rilevante.
Ad oggi i trasferimenti dello Stato sono quasi un terzo dell'ammontare complessivo delle prestazioni Inps, la sostenibilità del sistema pensionistico italiano è quindi un problema da affrontare (prima o poi) se pensiamo che gli assegni previdenziali di domani, calcolati con il sistema contributivo, corrisponderanno in media al 65% dell'ultima retribuzione e l'assegno non basterà da solo a garantire una vecchiaia dignitosa.
Su un punto tutti concordano: il decennio tra il 2008 e il 2018 ha rappresentato una crisi strutturale con il tasso di disoccupazione arrivato a quasi il 13% (oggi siamo al 10%), la disoccupazione giovanile (under 24 ) arrivata al 44% oggi scende al 30,5%, un ragionamento serio anderebbe comunque fatto sulle statistiche e sulle modalità di analisi che considerano occupati lavoratori impiegati per pochi giorni all'anno.
Il nostro paese parrebbe in ripresa dopo 10 anni di crisi e stagnazione, ma il Presidente Inps individua alcuni ostacoli ad una ripresa piu' energica: differenze tra Regioni con il Sud con poche donne occupate, un tasso di disoccupazione tra i 24 anni e i 60 molto piu' alto della media nazionale con la caduta del prodotto interno lordo per abitante, un calo di 2000 euro procapite che conferma quanto siano crescenti le disuguaglianze e destinatare a diventare insormonatbili con la applicazione della Flat tax.
Nella relazione annuale del Presidente Inps, a presentare un corposo rapporto di oltre 300 pagine, si parla della popolazione in povertà quasi raddoppiata (dal 4 al 7% come media nazionale, nel Meridione invece siamo al 10%), disparità reddituali che si traducono in differenze di opportunità, di competenze e conoscenze impiegabili anche a fini lavorativi.
Il nostro paese avrebbe bisogno di accrescere le nascite ma il Governo è impegnato nella lotta ai migranti che i figli li fanno piu' degli autoctoni. Perchè il tasso di fecondità italiano è crollato in 10 anni e presenta un saldo negativo tra nascite e decessi di oltre 200 mila unità ad oggi? Perchè le condizioni di vita sono decisamente peggiorate, la disponibilità economica delle famiglie è diminuita, i nuovi lavori sono sovente precari e mal pagati, il costo della vita non accenna a diminuire nonostante il potere di acquisto salariale sia in costante diminuzione.
Il sostegno alle famiglie con figli diventa una priorità per il Governo ma altre misure sarebbero piu' necessarie come le opportunità concesse alle lavoratrici giovani madre di recarsi al lavoro contando una rete di assistenza (asili, bonus..) per la cura dei figli. Un rapporto recente dimostrava che in intere regioni del paese è quasi precluso l'accesso ai nidi, ne esistono ben pochi pubblici e a costi decisamente elevati essendo esclusi dal comparto scuola e scaricando sulle famiglie parte dei costi. Senza nidi e strumenti di sostegno,in assenza di servizi reali e con redditi inadeguati chi farà figli? Partotire un figlio per troppi anni ha determinato l'esclusione delle donne dal mercato lavorativo e su questo punto la relazione del Presindente Inps non fa sconti.
Ridisegnare il welfare, abbattere le disuguaglianze diventa una priorità per chiunque governi il nostro paese.
Lavoro, servizi e welfare, ma quali sono le nostre idee a tal riguardo? Qui iniziano le note dolenti perchè di lavoro e stato sociale non si parla da troppo tempo
Vediamo allora alcune questioni in estrema sintesi giusto per comprendere gli scenari futuri con un po' di anticipo

  • Gli investimenti in materia di lavoro e servizi dovranno partire dal Meridione che esce ulteriormente indebolito dalla crisi 2008\18 . Resta innegabile che reddito e pensioni di cittadinanza per lo piu' vanno al Sud, l'impatto avuto sui consumi è ancora tutto da valutare e le stime sono alquanto approssimative. Il reddito tuttavia non rappresenta uno strumento duraturo, si tratta di capire cosa succederà tra alcuni anni, di certo creazione di posti di lavoro sarebbe stata una misura decisamente piu' efficace.
  • le disuguaglianze non fanno crescere il paese, il lavoro si trova per lo piu' nelle Regioni del centro Nord.
  • Le misure di sostegno alle famiglie rappresentano una priorità, ora si tratta di capire se la strada da intraprendere sia quella dei bonus o piuttosto la costruzione di una rete di servizi e di un welfare adegeuato (ma servirebbero iniziative e campagne nazionali oggi inesistenti)
  • le misure di sostegno al lavoro sono una priorità assoluta, perfino il Presidente dell'Inps mette in guardia dallo strapotere della finanza auspicando equità nella distribuzione del reddito e maggiore peso del lavoro e del potere di acquisto dei salari pubblici e privati. La lotta ai part time, ormai divenuti il contratto di riferimento in tanti comparti e situazioni lavorative, per favorirne la trasformazione in full time (maggiori contributi, piu' ore lavorate e piu' salario), necessita di altre scelte coraggiose a livello politico.
  • Un discorso a parte andrebbe fatto poi su salario minimo e sul reddito di cittadinanza, sul rapporto tra costi e benefici, tuttavia bisognerebbe liberarsi dall'incubo che solo la contrattazione nazionale possa determinare il costo del lavoro, in questi anni è stata proprio l'ambito nazionale a costruire deroghe su materie rilevanti che hanno sancito, a livello aziendale, accordi a perdere e lo strapotere dei padroni sui lavoratori. Da questa situazione si puo' uscire con una legge sulla Rappresentanza che vada a rafforzare ulteriormente il monopolio sindacale di cgil cisl uil e sindacati autonomi e il modello relazionale sarà quello dell'accordo di Gennaio che esclude a priori, dalle stesse Rsu, i sindacati non firmatari.
  • il minimo salariale rappresenta un problema serio nel nostro paese, dubitiamo fortemente che una semplice regolamentazione per legge o la contrattazione nazionale possano risolvere il problema. Il 30% dei rapporti di lavoro presenta un paga oraria inferiore ai 9 euro lordi (!), da anni la contrazione del costo del lavoro è considerato, anche da settori sindacali, un compromesso accettabile per il rilancio dell'economia (quando invece è utile solo per accrescere i profitti di pochi e le disguaglianze sociali ed economiche. Serve allora una nuova cultura del lavoro che escluda il sistema delle deroghe ai contratti nazionali e il trasferimento della contrattazione di innumerevoli materie al secondo livello di contrattazione dove gli accordi si fanno spesso e volentieri al ribasso. Una ragione in piu' per dubitare allora del ruolo sindacale che sul salario minimo, come già fatto sulle pensioni e sulla contrattazione, potrebbe produrre effetti nefasti per i lavoratori, il loro potere di acquisto e di contrattazione magari per difendere gli indifendibili enti bilaterali e la previdenza integrativa
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