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Coronavirus, negli ospedali a mani nude. Mancano i dispositivi di protezione minimali
L’epidemia di coronavirus sta cambiando rapidamente condizioni sanitarie, abitudini di vita, relazioni sociali e attività economiche. L'impressione è che si stia affrontando l'emergenza a mani nude. Da una parte ciò è in relazione alla novità del fenomeno, dall'altra, però, c'è una chiara impostazione di priorità che ha ben poco a che vedere con lo stato di salute dei cittadini. Si sono perse ben due settimane a discutere di amenità varie senza affrontare l'emergenza. L’Organizzazione mondiale della sanità riporta nei primi 52 giorni dell’epidemia 133 mila contagi e 5000 morti nel mondo; il numero di nuovi contagiati per ogni persona infetta è stimato tra 2 e 4; a livello mondiale siamo ancora in una fase di crescita esponenziale
dell’epidemia; in Cina, dove il virus è partito, sembra che il contagio si sia fermato dopo aver raggiunto gli 81 mila casi; in Italia – il secondo paese più colpito con 15 mila casi – l’epidemia non rallenta ancora. In molti degli altri 123 paesi contagiati le prospettive sono di una rapida diffusione.

"Siamo di fronte ad uno scenario caratterizzato da molta preoccupazione individuale e sociale, oltre che da un diffuso disagio professionale - si legge in un comunicato sindacale di Anaao-Assomed -. Sono sempre più numerosi, infatti, i messaggi, scritti o trasmessi in audio e video sui media, dei Colleghi che dalle regioni più colpite raccontano, con calore umano e tensione emotiva, le loro esperienze dirette sul campo ed esprimono il timore che la situazione clinica possa drasticamente peggiorare in rapporto all’inadeguatezza delle strutture, indebolite da un decennio di tagli al personale e ai posti letto".

Turni estenuanti, pazienti non solo anziani ma di ogni età che improvvisamente peggiorano "senza vi sia apparente ragione", a causa di un virus che sembra non seguire alcuno "schema preciso": è il racconto di quella che ormai è diventata la quotidianità di un sanitario del San Gerardo di Monza nel tempo del Coronavirus, che ha il potere anche di dividere le famiglie.

E anche le mascherine scarseggiano. "Diciamo che non ce ne sono sempre e sono sempre meno", ha proseguito l'infermiere, "e da quando è stato deciso di sospenderci i tamponi, molti di noi vivono soli, dopo aver mandato le famiglie a casa di amici e parenti, per non metterli a rischio, ed è molto dura".

Per gli infermieri, come ha raccontato il professionista monzese, "la sicurezza non è garantita perché la tutela decimerebbe le presenze, un sacrificio che anche se è difficile da accettare, se non lo facciamo noi chi lo fa?". 

Intanto i medici in servizio negli ospedali dell'Asl Caserta alzano la voce e con un comunicato firmato da undici sigle sindacali, chiedono più dispositivi di sicurezza (ma è solo il caso più emblematico): in particolare mascherine, e protocolli uniformi di gestione dei pazienti, visto che capita spesso che per l'accoglienza dei casi sospetti vengano seguite procedure diverse da ospedale o ospedale della stessa provincia. Nel documento, siglato da Anaao Assomed, Fvm Sivemp, Fvm Fials, Aaroi Emac, Cimo, Fesmed, Cisl Medici, Uil Fpl, Aupi, Fassid e Fvm Fismu, si chiede l'istituzione immediata di "Unità di Crisi", sia centrale, ovvero interna all'azienda sanitaria, che nei vari presidi sparsi sul territorio Aziendale.



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